Dal magister all’insegnante esperto… Chi salverà la “bellezza” del fare scuola?

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Anche quest’anno, protagonista indiscussa di un’estate calda e afosa, è lei: la scuola. Non si capisce se ogni ministro desideri entrare nei libri della storia della pedagogia con una legge a proprio nome, o se ciascuno di loro agisca secondo indiscutibili principi pedagogici. Certo è che l’ultima proposta del Ministro dell’istruzione, circa l’inserimento nelle scuole dell’insegnante esperto, non è gradita ai più. Non solo: si scopre che diversi docenti non sappiano esattamente di che cosa si stia parlando tanta è la stanchezza del “burocratese” accumulata nel corso dell’anno scolastico. Sono scoraggiati.

Ho una lunga e appassionata carriera di insegnamento e ho visto riforme su riforme, ogni volta le ho studiate cercando di coglierne il senso più profondo e messe in pratica armonizzandole con il mio pensiero, alcune di esse le ho anche sostenute con tutto il fervore degli anni giovanili. Ho avallato, con tenacia, e continuo, la proposta di inserire nelle scuole polo il pedagogista e gli educatori psico-pedagogici, come vuole la legge Iori, denunciato la deriva medicalizzante dell’educazione. Ma tant’è.

Con il tempo, si sa, si acquisiscono senso critico, maggiore oggettività e… competenze tali da riconoscere possibili incoerenze e incongruenze, legittimità o meno di ogni proposta. Un lungo cammino che mi ha permesso di conoscere la scuola e considerare che, da diverso tempo, essa è soggetta a scelte e decisioni che appaiono lontane dalla vita reale che si svolge tra le mura delle aule scolastiche, quelle “abitate” nelle quali si rispecchiano tutte le problematicità sociali, culturali, politiche, antropologiche. Tuttavia, nonostante tutto, ancora una volta provo a individuare le ragioni sottostanti la proposta partendo dalle parole nonché dalle domande.

Che cosa significa “esperto”? Dal latino expertus, part. pass. di experire; che ha esperienza, che conosce bene. 1

Che cos’è l’esperienza? Dal lat. experienza, der. di experiri: conoscenza diretta, personalmente acquisita con l’osservazione, l’uso. 2

Come si intendono reperire gli ottomila docenti esperti? Si legge:

  • media del punteggio ottenuto nei tre cicli formativi consecutivi per i quali si è ricevuta una valutazione positiva;
  •  in caso di parità di punteggio diventa prevalente la permanenza come docente di ruolo nella istituzione scolastica presso la quale si è svolta la valutazione e, in
    subordine, l’esperienza professionale maturata nel corso dell’intera carriera, i titoli di studio posseduti e, ove necessario, i voti con cui sono stati conseguiti detti titoli. 3

Sorgono spontanee alcune riflessioni: contano la valutazione che decreta la scelta del docente meritevole ma l’esperienza “è in subordine”. Mi chiedo: in una società che ha fatto della meritocrazia un saldo principio, si garantisce, effettivamente, l’uguaglianza delle opportunità?

“Come già aveva intuito Aristotele, una politica meritocratica, conduce a forme più o meno velate di tecnocrazia oligarchica e quindi alla fallacia della democrazia […].” 4

Inoltre, stupisce che l’esperienza professionale sia considerata in subordine in caso di parità di punteggio. Sostanzialmente significa che l’esperienza vale meno.

È chiaro a tutti che la scuola attraversa un irreversibile processo di trasformazione: da luogo dell’educazione, della formazione e dell’istruzione, ad azienda, un processo già individuato dall’economista statunitense Theodore William Schultz, che in un saggio del 1963, Il valore economico dell’educazione, introduce l’espressione «capitale umano». Espressione ambigua e per questo pericolosa a mio parere, ma che ricorre sempre più frequentemente. È forse questo l’obiettivo dei riformatori?

Proviamo a delineare i tratti del docente esperto secondo il legislatore: conoscitore della pedagogia, della didattica e della psicologia dell’educazione, capace di rispondere alla miriade di bisogni emergenti espressi dalle alunne e dagli alunni e di cercare valide risposte al bullismo, all’abbandono scolastico, al disagio giovanile, alla povertà economica e a quella educativa, al patto di alleanza educativa con i genitori, efficiente nel creare reti con il territorio, abile nell’utilizzo della didattica digitale.

Dovrà essere competente, saper comunicare, stabilire relazioni empatiche, tenersi costantemente aggiornato, sapere di filosofia e di cultura generale. I suoi alunni (e gli altri? quelli che non avranno il docente esperto, almeno per il momento?) saranno valutati secondo rigidi criteri oggettivi e preparati per le aziende di domani.

Sembrerebbe perfetto, si fa per dire. Eppure qualcosa non torna. Un insegnante esperto, se mai sarà, me lo immagino solo, non necessariamente accolto dai suoi colleghi, visto che è enorme il rischio di un graduale e irreversibile processo di deresponsabilizzazione da parte della moltitudine dei docenti. Immagino che si alimenteranno il senso di frustrazione, di solitudine, anche di umiliazione e di… insostenibile stanchezza psicologica dei più. Immagino che l’insegnante cinquantenne di oggi, fra dieci anni sarà quasi pronto al pensionamento: difficilmente potrà diventare docente esperto. Come si vivrà nel frattempo?

Per giunta, solo ottomila insegnanti “meriteranno” di essere definiti esperti, merito della meritocrazia “che […] se male interpretata, può provocare effetti altamente negativi rispetto alla percezione di sé e quindi al senso di autoefficacia e di autostima […]. 5

L’esperienza mi insegna che è la “tempesta di cervelli”, consentita dall’incontro, dalla collegialità, dalla co-progettazione, dall’ascolto, dall’osservazione, dal rispetto per la differenziazione di competenze e di saperi, a creare la scuola bella!

Ancora, nella proposta di legge ricorre un termine che preoccupa: competizione. È sempre una questione di significati che diamo alle parole. “L’etimologia definisce la competizione come un andare insieme, un convergere, un andare verso, eppure la parola è stata gradatamente spogliata del suo significato positivo a seguito dell’adozione di un lessico di tipo aziendalistico. La competizione è diventata rivalità vera e propria e trasforma il soggetto in un individuo oltremodo ambizioso e privo di empatia verso l’altro, provoca accanimento verso l’obiettivo da raggiungere e procura uno stato di perenne insoddisfazione quando il soggetto si pone mire di volta in volta più alte. S’incrementano stati di ansia, di impulsività, di stress sia negli studenti che nei docenti”. 6

Siamo dentro una scia socio-culturale in cui è necessario dimostrare di essere all’altezza, veloci, efficienti ed efficaci. La scuola è sotto i riflettori, nel bene e nel male. Lapalissiane le possibili negative conseguenze: la standardizzazione dell’insegnamento, l’omologazione culturale, l’annientamento graduale dell’umanesimo, la medicalizzazione sociale, l’ambizione di formare cittadini perfetti produttori e consumatori.

Nella proposta si legge che è auspicabile che nel tempo l’insegnante esperto assuma il ruolo di mentore o tutor. Eppure nelle scuole esistono insegnanti referenti, ciascuno per un’area precisa visto che la tuttologia non paga, responsabili di laboratorio, collaboratori dei dirigenti scolastici, funzioni strumentali che richiesero, a suo tempo, ingenti investimenti economici per la formazione e l’aggiornamento.

Non c’è il rischio di una sovrapposizione di ruoli? e comunque, sapranno comunicare tra loro, co- progettare, coordinarsi, parlarsi, ascoltarsi, rispettarsi riconoscendo il valore di cui ciascuno è portatore?

A fronte di queste brevi considerazioni, ritengo che la proposta di inserire nelle scuole l’insegnante esperto non sia quel che ci vuole. Se abbiamo davvero a cuore l’Educazione, il futuro delle giovani generazioni, che poi rappresentano il futuro del nostro Paese, se vogliamo bene alla scuola, occorre ben altro. Se la proposta diventasse legge scorgo il pericolo della de-motivazione assoluta da parte dei professionisti della scuola, la resa di fronte alla stupenda sfida di educare.

Tutti gli insegnanti devono essere riconosciuti esperti e devono sussistere le condizioni sociali e politiche che permettano di scegliere la scuola per inclinazione e passione. È necessario individuare altri e più buoni criteri per la progressione di carriera dei docenti, un inconfutabile obiettivo, criteri che solo un buon gruppo di lavoro potrà individuare e i cui componenti abbiano innanzitutto esperienza sul campo e solida conoscenza psico pedagogica, ottime capacità empatiche e l’umiltà di continuare a imparare. Imparare è un viaggio mai concluso, costantemente attraversato dal socratico “so di non sapere”. Popper scrive: “Credo che valga la pena di imparare di più sul mondo, anche se tutto quello che si ricava dal tentativo non è altro che la conoscenza di quanto poco sappiamo. Potrebbe farci bene ricordare talvolta che nel poco che sappiamo possiamo ben differenziarci, ma che nella nostra infinita ignoranza siamo tutti uguali”. 7

Durante il mio percorso professionale ho incontrato tantissimi colleghi, ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa di cui ho fatto tesoro, dal più giovane al più anziano. È così che sono cresciuta professionalmente e non solo, accompagnata dall’amore del fare, studiare costantemente, impegnarmi. Perciò mi piace pensare che ogni docente è magister. Il termine latino magister deriva da magis, “di più”; in ebraico maestro è rabbi, che significa “grande”, mentre in sanscrito è guru, “pesante di dignità e prestigio”. 8

Il magister è colui che guida, che facilita, che orienta l’alunno nel suo speciale e unico cammino, che impara egli stesso strada facendo, orgoglioso di essere e sentirsi “maestro” nell’arte di educare.

Dobbiamo salvare la scuola piuttosto che farle indossare un altro vestito che, peraltro, non le sta, né le serve. Bisogna tutelarla, sostenerla, ri-conoscerne l’autorevolezza, la collegialità, la compartecipazione, la condivisione, lo scambio di esperienze, il dialogo, l’Incontro, l’ascolto, l’osservazione, la Conoscenza… la sua umanità, la sua bellezza.

Se si salva la scuola, si salvano il futuro, il Sapere, la Cultura. Chi fa la scuola? I magistri, le alunne e gli alunni con le loro biografie nelle quali sono riflesse, niente di meno che le problematicità sociali, economiche e politiche. E se fossero le politiche a dover cambiare radicalmente? In tal caso solo una cittadinanza colta e consapevole potrebbe veicolare l’auspicato cambiamento.

Vale la pena rammentare le parole di Norberto Bobbio: «[…] il principio della visibilità del potere è innaturale, è anche il più difficile da rispettare: il potere resiste a ogni tentativo da parte delle vittime di snidarlo, d’indurlo a presentarsi alla luce del sole, di togliersi la maschera, di dire la verità. Trova sempre ogni pretesto per non lasciarsi vedere, un buon argomento per giustificare la propria trasgressione dell’obbligo della trasparenza». 9

Non dimentichiamo poi che “…far l’;insegnante è uno dei tre mestieri impossibili” (S. Freud) e, appunto per questo, le scelte legislative e ministeriali richiedono una specialissima e delicatissima attenzione. La scuola non può essere azienda, i magistri non sono burocrati perché principalmente mossi dall’I Care, gli studenti persone in formazione e non capitale economico. Ciascuno di essi merita il magister!

1 https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/esperto/
2 Ib.
3 https://www.scuolainforma.it/2022/08/06/novita-scuola-arriva-il-docente-esperto-decreto-aiuti-bis-apre-le-porte-ad-una-nuova-figura.html
4 L. Piarulli, G. Landini Saba, I. Spano, Prof… Quanto mi hai dato? Etica e pedagogia della valutazione scolastica, Golem, Torino 2021
4 Ib.
5 Ib.
6 Ib.
7 K. R. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, ed. Armando, Roma 2020, p. 72
8 https://www.educare.it/Scuola/vivere_scuola/importanza_chiamrsi_maestro.htm
9 N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 216

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