La scuola si è fermata. Lettera

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inviata da Cesare del Prato – Mi sono trovato in prima linea a partire dal 4 Marzo poiché nella mia scuola con altri 5 colleghi condividiamo gli incarichi per quanto riguarda le nuove tecnologie e le attività legate al web ed al digitale.

Dunque per forza, per dovere, dalla mattina del 5 Marzo abbiamo cominciato una serie di conferenze tra noi e, lavorando fino a 12 ore al giorno, in tempi record abbiamo progettato, proposto e realizzato una Didattica d’Emergenza basata sull’uso massiccio della tecnologia. Ciò che è stato poi definito erroneamente DaD.

E dico erroneamente poiché la Didattica a Distanza c’era prima e ci
sarà in futuro. Non prevede (udite udite) le lezioni Live, perché non servono,
ma è utilissima per integrare le lezioni a scuola come strumento in più. Noi,
lavorando moltissimo tra il 4 marzo e il 12 marzo, nel breve lasso di tempo di una settimana abbiamo avuto le nostre classi complete al 97% e, cosa che
ha avuto del miracoloso, circa 60 colleghe e colleghi alcune delle quali
completamente inesperte, per usare un eufemismo, in materia digitale, erano in grado di usare le due piattaforme integrate da noi proposte.

Ma la cosa rilevante di questo nostro impegno, è stata relativa al fatto che il
modello di Didattica d’Emergenza proposto sottintendeva un progetto
didattico ben definito, innovativo, che ponesse al centro degli obiettivi
l’alunno, il quale avesse l’autonomia necessaria per utilizzare gli strumenti
digitali, che il progetto inclusivo affinché nessuno rimanesse indietro e, infine, che tenesse conto delle problematiche dei familiari per lo stress e le difficoltà varie date dalla clausura e dalle mille risvolti negativi che all’epoca abbiamo immaginato ma che poi abbiamo tutti vissuto da Marzo ad oggi.

In estrema sintesi il progetto didattico che abbiamo creato si è basato sui
concetti di Didattica di Mantenimento e di Relazione, investire sulla curiosità dell’alunno, eliminare qualsivoglia forma di verifica sommativa degli apprendimenti, e sostituirla del tutto con quella formativa, eliminare
l’eventualità della bocciatura, avere uno scambio efficace basato sull’empatia  per sopportare lo stress da covid, sviluppare una vera relazione da educatore a discepolo, esclusiva ed efficace, di fiducia reciproca e di pensiero alto ed innovativo.

Purtroppo, dopo le indicazioni iniziali dal Ministero che andavano, con nostra enorme soddisfazione, esattamente in questa direzione (il 17 marzo si dettero indicazioni sulla valutazione formativa, sulla necessità di evitare bocciature, sull’abolizione dell’esame d terza media), purtroppo si è
tornati indietro, io ho condiviso con i miei collegi l’impressione che per la
scuola l’emergenza sia finita appena l’ultimo docente ha imparato ad usare le Live per fare lezione e abbia così potuto imporre un surrogato della scuola
normale. La scuola non ha bisogno di surrogati ma invece di innovazione
continua. Partiamo da questo.

Ho avuto modo qualche giorno fa di vedere su Rai Storia un brano tratto da
un documentario sulla scuola del 1978. Ero incuriosito perché parlava di
ragazzini di 11, 12 anni ed io, nel ’78, avevo 11 anni. Nel documentario c’era
Gianni Rodari che parlava della scuola e delle sue problematiche. In quegli
anni il pensiero e la progettualità sulla scuola stava mille anni luce avanti
rispetto ai tempi, e, attenzione, anche rispetto ad oggi. Ma non solo per
alcune buone pratiche come i giudizi al posto del voto almeno fino a liceo, il
non fermare i ragazzi, l’attenzione alle nuove metodologie di ricerca da parte degli insegnanti, la famosa DIGNITA’ della classe docente, che all’epoca aveva uno stipendio che rappresentava un potere d’acquisto doppio rispetto ad oggi. Ma anche perché era una scuola che poneva veramente l’alunno al centro. Possiamo citare il maestro Manzi ed il suo “Fa quel che può. Quel che non può non fa”. Oppure Don Milani e la sua visione ultramoderna dell’insegnamento. E possiamo continuare con il ricordare come la scuola primaria italiana di quegli ha fatto “scuola” in europa e nel mondo.

La scuola non era ferma, mentre oggi, e spiegherò perché dico questo, la scuola si è fermata, parafrasando un hashtag che la Rai ha creato per veicolare alcuni programmi anche in sé, interessanti ed encomiabili, ma che sono un supporto, non sono scuola che ha bisogno di uno scambio continuo tra chi spiega e chi recepisce.

Perché sostengo che la scuola si sia fermata.

Per dare un’idea scelgo di trattare solo due elementi, su cui riflettere.

Prendiamo ad esempio il problema della valutazione di cui in questo periodo
non si fa altro che parlare, e vediamo come oggi si gestisce questo
particolare aspetto senza porre l’alunno al centro della questione, senza che
egli sia, come dovrebbe essere, il ricevente di un messaggio. Oggi, ed anche
in quest’ultimo assurdo periodo, la valutazione non ha il fine che
immaginiamo sia utile, ovvero far crescere un alunno, dando delle indicazioni e degli obiettivi.

Appare evidente invece che sia solo un veloce modo di dare  un feedback ai genitori, ed uno stigma al ragazzo. O un premio se vogliamo, ma è il rovescio della stessa medaglia.

Prendiamo i colloqui tra genitori e professori. Non sono previsti gli alunni.
Sarebbe più ovvio che noi professori dessimo la possibilità periodicamente di ricevere gli alunni accompagnati dal genitore e parlare loro dei problemi che ci sono, di come si possono risolvere, di quali strategie insieme possiamo adottare per migliorare. Invece si crea questo inutile triangolo di
considerazioni spesso sui voti, magari insufficienti, la mamma torna a casa,
rimprovera il figlio, il quale sostiene che il prof ce l’ha con lui, e finisce lì. Non serve a niente.

L’emergenza covid è stata un enorme occasione persa, l’occasione di
sospendere temporaneamente la valutazione sommativa, sperimentare nuove modalità di valutazione, parlarne a lungo facendo il punto
con tre mesi di sperimentazione a livello nazionale, sfruttando la didattica
d’emergenza, e riprendere poi la normale vita scolastica con degli strumenti
in più.

Attraverso le piattaforme di DaD più usate, WeSchool, EdModo, è facilissimo in chat privata rapportarsi con ogni singolo alunni, motivarlo, incoraggiarlo, dare suggerimenti personalizzati. Io l’ho fatto. Quanti tra i colleghi hanno riflettuto su questa possibilità?

La scuola non si ferma quando ha la capacità di autorigenerarsi, di cogliere
delle opportunità nuove dagli eventi anche nefasti che la colpiscono, quando fa il suo lavoro di Agenzia Formativa che forma e fa crescere non solo gli alunni, ma anche le loro famiglie e lo stesso personale della scuola.

Ecco, per Il Mondo che Vorrei, relativamente alla scuola, ciò che è accaduto
mi ha fatto riflettere su come veramente sia stata presa una grande
occasione. Ma c’è modo e tempo di cambiare.

Noi oggi a scuola stiamo combattendo con griglie di valutazione in centesimi per stabilire criteri che possano attribuire un punteggio circa le tesine che i ragazzi di terza media hanno preparato per il sedicente esame che attraverso Zoom faranno a giugno.

Costringeremo i ragazzi di 13 anni ad un esame per cui non potremo bocciarli, per cui produrranno un elaborato ovviamente aiutati dai genitori e dal web, che poi dovranno illustrare davanti al pc senza leggere, sapendo che da questa loro performance si stabilirà un voto di uscita. A cosa li stiamo educando dunque se non alla menzogna, li stiamo
sollecitando ad essere truffaldini e ingannatori, è ovvio che sia così. E’ questo ciò che vogliamo insegnare a nostri figli?

Su cosa puntare allora per un cambiamento radicale che possa far fare un
salto in avanti alla scuola?

Risorse ovviamente, ben spese.

Stipendi dei docenti in linea con l’Europa. Però a fronte di un impegno ed una presenza a scuola degli stessi che vada dalle 8 alle 16 tutti i giorni. In un’ambiente scolastico gradevole e confortevole. Stare con i colleghi tutto il giorno stimola un auto aggiornamento continuo, uno scambio di idee sui ragazzi, tutti sarebbero sollecitati a fare la scuola più bella e un luogo gradevole dove stare.

Ma inoltre serve un cambio di mentalità, serve una nuova visione
dell’educare, serve un modello che si occupi dell’educazione emotiva, della
capacità non solo di sgomitare per il nove ma al contrario di collaborare, di
saper interagire, di imparare a dare aiuto al compagno più debole. Ai miei
alunni dico sempre “copiate” “suggeritevi”, perché imparate a stare insieme.

Un modello di scuola i cui programmi partano dalla curiosità e non dalla
repressione scolastica del voto, del circolo vizioso “spiego in frontale –
interrogo – verifico – sancisco con il 4 – premio col 10”. Come fa questo sterile meccanismo a far scaturire la curiosità? Senza curiosità non c’è conoscenza e senza conoscenza non c’è competenza.

Una visione della scuola che metta al centro l’alunno come cittadino che
cresce e cambia, come una persona che possa imparare il senso di
responsabilità nei confronti di se stesso e degli altri, come una persona che
viene da me per imparare ma che io pongo in una condizione tale per cui si
possa compiere il miracolo vero dell’educazione, cioè che io possa come
insegnante, dal mio allievo, imparare più di quanto, qualunque altro
insegnante, mi abbia mai insegnato.

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