Ricci (Invalsi): “Dad non tutta da buttare. Migliorare la formazione iniziale e in servizio dei docenti” [INTERVISTA]

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Roberto Ricci è il nuovo presidente di Invalsi. Succede alla guida dell’ente ad Anna Maria Ajello. A Orizzonte Scuola, Ricci rilascia la prima intervista dopo l’incarico ottenuto. Si parla di didattica a distanza, di prove Invalsi e di valutazione.

Presidente Ricci, innanzitutto auguri e in bocca a lupo per l’incarico. Un momento particolare per la scuola. Quali sono le sue sensazioni?

Grazie mille per gli auguri, molto graditi. È certamente un momento molto particolare per la scuola, in generale per tutta la società. La mia sensazione è positiva. Vedo molti fermenti, molta voglia di affrontare problemi che vengono da molto lontano. Mi pare che ci sia il desiderio condiviso di cercare soluzioni nuove, pragmatiche ed efficaci. Credo che sia una grande occasione da non perdere.

La pandemia e la Dad hanno provato “danni” sull’apprendimento dei ragazzi, ma probabilmente i problemi hanno radici antiche. Dove bisogna intervenire?

La pandemia ha modificato la vita dell’intera società, non solo della scuola e questo è un fatto con il quale penso dovremo fare i conti per tanto tempo, senza abbatterci, ma guardando al futuro con determinazione e volontà. Personalmente non credo che la DaD abbia creato dei danni, ma ritengo che sia stato un ottimo strumento per affrontare l’emergenza. Come tale ha dei limiti oggettivi e quando si esce dall’emergenza bisogna ricorrere a strumenti più adatti, più efficaci. Io credo che si debba intervenire con garbo costruttivo nel perseguire con forza e con determinazione il raggiungimento dei traguardi di apprendimento delle Indicazioni nazionali e delle linee guida. Penso che garantire a tutti e a ciascuno il raggiungimento di questi traguardi significhi realizzare la forma più alta ed efficace di inclusione.

Cosa la preoccupa maggiormente per il futuro? E cosa, invece, la solleva?

La cosa che mi preoccupa maggiormente per il futuro è che ci si perda in infinite discussioni, invocando soluzioni ottimali, senza preoccuparsi che la scuola ha bisogno di trovare strade percorribili e realizzabili con relativa facilità. Credo che la maggiore forma di rispetto verso la scuola, doverosa per una società che abbia a cuore il proprio futuro, passi proprio da forme di aiuto solide, convincenti e realizzabili. Sono sollevato dal fatto che percepisco una forte volontà di andare in questa direzione. Avverto a tutti i livelli un’energia positiva nuova. Mi pare che abbiamo lasciato alle spalle molti pregiudizi che ci bloccavano da tempo.

La Dad è davvero tutta da buttare?

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Non lo credo affatto. Sarebbe ingiusto sia guardando ai mesi che abbiamo alle spalle sia al futuro più o meno prossimo. Se guardiamo al passato, la DaD ha consentito, anche se con dei limiti, di mantenere ininterrotto il contatto tra scuole e studenti. A volte mi capita di pensare cosa sarebbe successo se questa pandemia fosse scoppiata quando ero studente io. Semplicemente la scuola si sarebbe interrotta, non avremmo avuto alcuna possibilità di mantenere quel contatto. A chi come me ha avuto tantissimo dalla propria scuola sembra una cosa terribile. Proprio per questo penso che dobbiamo essere grati agli insegnanti che hanno fatto di tutto per reagire in pochissimo tempo a una situazione del tutto inattesa. Se invece guardiamo al futuro credo che la DaD possa essere uno strumento utile, non in sostituzione alla scuola in presenza, ma come strumento di supporto, con fortissime potenzialità soprattutto per aiutare gli studenti in difficoltà o per realizzare forme di personalizzazione in grado di promuovere lo sviluppo di tutti, compresi gli allievi molto bravi.

A chi vorrebbe l’abolizione delle prove Invalsi cosa gli direbbe?

Mi permetta di dire che sono sempre meno. Basta leggere il dibattito di queste settimane e, soprattutto, considerare il livello altissimo di partecipazione delle scuole alle prove, anche in un anno scolastico difficile e complesso come quello appena terminato. Premesso ciò, credo che la disponibilità di dati dettagliati per l’intera popolazione scolastica sia fondamentale, per quanto non possa bastare per risolvere tutti i problemi. Mai come in questi mesi abbiamo imparato quanto servano dati, affidabili, seri, articolati, per prendere delle decisioni e per verificarne l’efficacia. Privarci di questa risorsa metterebbe a rischio la tenuta del sistema scolastico poiché non avremmo idea degli effetti delle decisioni assunte. Naturalmente uno strumento, in questo caso i dati, non può sostituire il processo decisionale, ma può aiutarlo e renderlo più efficace.

La formazione dei docenti sulla valutazione è davvero lacunosa? Cosa bisognerebbe fare di più?

Io credo che in generale la cultura della valutazione incontri ancora delle difficoltà, in tutto il Paese, non solo nella scuola. Penso che questo chiami in causa tutti, non solo i docenti. Dobbiamo lavorare sulla formazione iniziale e in servizio degli insegnanti, dobbiamo promuovere sistemi di valutazione rigorosi, ma garbati, nel senso che siano in grado di cogliere ciò che non va al fine di migliorarlo e non per stigmatizzare questa o quella situazione. Credo che la cultura della valutazione debba andare di pari passo con l’etica della valutazione. Come si vede è un impegno di tutti e per tutti, poiché penso che la valutazione sia in primo luogo un diritto e ciascuno di noi si deve impegnare per realizzare concretamente e in modo appropriato questo diritto della collettività.

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