Da Squid Game ai videogiochi, “i bambini hanno bisogno di concretezza, di regali pratici”. INTERVISTA a Daniele Novara

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Il recente dibattito sul fenomeno “Squid Game” ha avviato una riflessione sull’uso della violenza nei videogiochi, nei social e nelle serie TV. Preoccupa molto il fenomeno emulazione che coinvolge anche il mondo della scuola. Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, “Squid Game” ha acceso i riflettori sul rapporto tra violenza e giovani. Pensiamo, ad esempio, a tutta la serie di giochi come GTA nel mondo del gaming, al libero accesso alle serie TV on demand ed alle sfide, le famose challenge, nei vari social, in particolare Tik Tok. Presidi e genitori sono preoccupati per il fenomeno emulazione. Come sta cambiando questo rapporto e quale dovrebbero essere il giusto approccio degli educatori, siano essi genitori o docenti.

È evidente che negli ultimi due anni, in particolar modo, ma anche precedentemente, vediamo un progressivo ritiro dei giovani nel modo virtuale dove si trovano a praticare giochi come, ad esempio, quelli del tipo sparatutto. Il problema non è il gioco in sé, ma l’età con cui ci si avvicina.

Prendiamo ad esempio uno dei giochi più famosi di questo genere, Call of Duty, questo gioco in Italia in teoria è vietato ai minori di 18 anni, ma sono tanti i genitori che giocano con i propri figli, anche di 8 o 9 anni, come se fosse la cosa più normale di questo mondo.

La mia preoccupazione, attualmente, è legata alla scarsa capacità del mondo adulto di sintonizzarsi con l’età dei bambini, per cui ci si mette sempre più alla pari e se va avanti così ci troveremo con un bambino che a 9 anni, per assurdo, vede i film porno con suo padre.

Sono cose nefaste che non appartengono all’educazione, ma ad un aspetto molto promiscuo nella relazione genitori/figli. Bisogna recuperare titolarità educativa.

Oggi la società non aiuta i genitori, a chiunque vada ad acquistare un videogioco non viene offerta un’evidenza pedagogica del gioco, ma l’importante è che i genitori acquistino il più possibile, soprattutto in questo momento che è un periodo di regali.

Sono dell’idea che i bambini abbiano bisogno soprattutto di regali pratici, sensoriali, e non di regali virtuali. Penso ad esempio ad una palla di gommapiuma per giocare in casa o al gioco dei Lego. Abbiamo bisogno di tornare a vivere i giochi, anche i giochi di società, in maniera pratica e operativa.

Quello che mi preoccupa del mondo virtuale è che un eccesso di questo uso toglie spessore all’esperienza, pensiamo al fenomeno delle risse, attualmente diffuso tra gli adolescenti un po’ in tutta l’Italia. Mi domando come facciamo a non sospettare che questi ragazzi abbiano perso il confine tra videogioco e realtà, per cui si buttano in una rissa come stessero frequentando uno sparatutto su un monitor. Così come i ragazzi che vanno a scaricare un estintore, per fare una bravata, senza neanche sapere che è un reato penale e poi si trovano nei guai.

C’è una perdita di esperienza concreta nei giovani che è preoccupante, ma la cosa più preoccupante è ovviamente quando il videogioco è in mano dei bambini di 7 o 8 anni.

A quell’età i bambini hanno bisogno di fare esperienze concrete, come correre su un prato, di vivere lo sport e di stare con i propri compagni, non di passare il tempo davanti ad uno smartphone a guardare altri ragazzini che giocano ad un gioco, i famosi tutorial. I bambini imparano attraverso il gioco, ma se il gioco è sbagliato cosa imparano? Il gioco giusto è quello sensoriale, motorio, con i propri coetanei, che permette ai loro corpi di scaricare tutta la tensione, anche quella accumulata in questi due anni di lockdown.

Abbiamo un bisogno estremo di fargli fare lo “sgambamento”, lo abbiamo previsto per i cani, ma non abbiamo pensato ai nostri bambini. Un bambino che passa tre ore davanti al videogioco è in pericolo, i ragazzi che purtroppo non vanno a scuola, e ce ne sono tanti, spesso e volentieri si perdono nei videogiochi. È importante che i genitori facciano in modo che i dispositivi digitali non siano presenti durante il sonno, che non deve essere turbato da un uso eccessivo degli schermi. Un ragazzo che non dorme non riesce a combinare niente a scuola e vive uno stato confusionale.

Lo stesso discorso vale per i social, abbiamo bisogno di mettere dei limiti. In questi anni mi sono spesso chiesto se questi limiti li potessero mettere i genitori da soli, o se fosse necessario un intervento anche normativo, legislativo. Sappiamo che i videogiochi hanno un limite d’età, come nell’esempio precedente, ma anche i social avrebbero un limite, per un discorso di privacy, con un uso previsto a partire dai tredici anni. Ma chi li rispetta? Forse le autorità, il sistema pubblico e la comunità di adulti dovrebbero rendersi conto che la situazione sta prendendo una piega preoccupante e critica, forse sarebbe necessario un intervento come si è fatto per il tabacco e per l’alcol, lo auspico da tempo. L’Italia, purtroppo, va in una direzione opposta, infatti è uno dei pochi paesi che permette ad un bambino di otto anni di avere una propria scheda telefonica, basta la firma di un genitore. I confini dell’età vanno rispettati, i bambini hanno bisogno di giocare su un prato e non su un monitor.

Un aspetto che volevo evidenziare, da quanto ci ha detto, è la differenza tra virtuale e reale. La Montessori diceva che la mano è lo strumento della conoscenza, oggi capita di ascoltare insegnanti della materna che ci raccontano di come i bambini non sappiano più giocare all’aperto, quasi che bisogna educarli al gioco pratico. Morin ci dice che dobbiamo insegnare a vivere. Quanto è importante questo aspetto educativo.

È molto importante. I bambini hanno una memoria ancestrale sui giochi. Se noi prendiamo un gruppo di bambini questi immediatamente e spontaneamente si organizzano per fare dei giochi. Sono giochi motori, il più classico è corrersi dietro, oppure salire, se c’è un ripiano i bambini salgono e si buttano continuamente, non è che il bambino voglia mettersi in pericolo, è una modalità di gioco. Lo stesso discorso vale per il nascondersi, se a casa abbiamo un baule o un armadio potremo stare certi che un bambino, tra i due e i tre anni, ci andrà a nascondersi. Il gioco del nascondino è qualcosa di molto ancestrale.

Esistono delle forme ancestrali di gioco infantile, oltre a quelle citate penso anche allo spingersi oppure all’acchiapparsi. Poi esistono delle forme culturali di gioco, ad esempio “un, due, tre stella”, che è un gioco che abbiamo imparato a conoscere, purtroppo, legato alla serie televisiva “Squid Game”, molto discussa ed inquietante per i bambini; però questo è un gioco molto importante, perché è un gioco anche di controllo motorio, che si basa sulla capacità del bambino di fermarsi mentre corre, quindi c’è una predisposizione motoria che viene inserita su un ambiente ludico che però viene regolato. Lo stesso discorso vale per il gioco della “bandiera”, dove c’è il corrersi dietro l’uno con l’atro, quindi la base motoria del gioco infantile, inserito però dentro a delle regole precise.

Questi giochi così strutturati sono molto importanti per gli apprendimenti che consentono di regolare il controllo motorio. Se, viceversa, questi giochi li mettiamo sulla tastiera è evidente che non è la stessa cosa. I giochi virtuali non potranno mai sostituire i giochi pratici, così come la penna non potrà mai essere sostituita da una tastiera, né ho parlato già dalla scorsa estate anche qui su Orizzonte Scuola. Sono alcuni apprendimenti, tra il ludico, il motorio ed il sensoriale, che hanno una base pratica ed esperienziale che non può essere sostituita sul piano virtuale. Ecco l’assist che ci dà Maria Montessori quando ci parla della mano come strumento di scoperta. Dobbiamo stare attenti, però, alla regressione sociale che stiamo vivendo. Quello che mi preoccupa è il ritorno di pratiche ampiamente superate a livello educativo, penso, ad esempio, al ritorno dell’uso della fasciatura nei neonati.

Quando Jean-Jacque Rousseau scrisse l’Emilio, uno dei primi paragrafi era dedicato a liberare i bambini dalle fasce, siamo alla fine del 1700. Cosa poi ampiamente confermata da evidenze scientifiche sia in ambito pedagogico che pediatrico. È evidente che c’è una perdita di conoscenza, di pedagogia, di sapere educativo, che rischia di diventare pericoloso. Alcuni genitori mi dicono che i bambini giocano insieme sul computer, ma non è la stessa cosa che giocare insieme con giochi pratici. Ovviamente con questo discorso non voglio dire che bisogna abolire i giochi virtuali, ma vanno dosati nella giusta misura. Ad esempio un bambino di prima elementare non può restare più di mezz’ora al giorno davanti ai videoschermi, e comunque è meglio la televisione che non ha la portabilità dei device digitali. Un altro aspetto importante è legato al tipo di utilizzo che si fa dei dispositivi digitali, ci sono ottimi programmi, ma è importante che i genitori facciano da guida per i propri figli sulla scelta delle attività da svolgere nel mondo digitale.

C’è un problema legato alla vigilanza, videogiochi (PEGI) e serie tv hanno una classificazione in base all’età. Anche i social hanno un limite di utilizzo legato all’età. Tuttavia queste classificazioni spesso sono sottovalutate permettendo l’accesso a materiale non idoneo all’età del bambino. Quali sono i rischi a cui si va incontro?

I rischi sono quelli di Squid Game, che è sostanzialmente una serie TV dell’orrore, dove troviamo gli elementi classici del genere horror dove si associa ad una normale situazione degli elementi paurosi Pensiamo, ad esempio, ad un classico film dell’orrore, dove in un weekend in montagna con amici ci si imbatte in un serial killer che poi si scopre essere uno del proprio gruppo. Queste sono situazioni agghiaccianti che un bambino di 7/8 anni non può reggere.

Liliana Segre ricordava, qualche anno fa, di non portare i bambini sui luoghi delle tragedie come i campi di concentramento, ma di farlo a partire dai dodici anni. Un bambino, avendo un pensiero sensitivo, fino ai sei anni, o operatorio concreto fino ai dieci, che sono le categorie piagetiane, non ha un pensiero così evoluto, così razionale, per capire la distinzione tra realtà e finzione e quindi entra dentro il film come se non fosse una realtà fittizia, artefatta, puramente recitata, ma come una realtà nel vero senso della parola e quindi sul bambino si ha un effetto rebound, che porta a turbarlo.

Non abbiamo bisogno di mettere sotto pressione il sistema cognitivo, neurovegetativo, del bambino perché siamo così sbadati da permettergli di accedere ad un sito dell’orrore, oppure porno o di un gioco sbagliato. Un uso sbagliato lascia dei segni sulla memoria che poi si ripercuote sulla loro capacità di selezionare le esperienze della vita. Dobbiamo comprendere che il bambino impara solo facendo esperienza e non restando passivo davanti agli schermi. È necessario vigilare e porre dei limiti, controllare cosa guardano e stabilire il tempo massimo di utilizzo in base all’età del bambino. Più sono piccoli e meno devono stare davanti ai videoschermi.

Un altro aspetto legato all’uso dei social in età sotto la soglia consentita è che educhiamo i bambini a mentire se ci fa comodo. Che segnale stiamo dando ai nostri ragazzi.

Penso che la risposta sia scontata, però vorrei fare una distinzione: come pedagogista non sono favorevole al mito della sincerità e della verità, queste sono categorie religiose, senza andare troppo per il sottile ma per farmi capire. Non possiamo pensare che un bambino ci dica sempre la verità, un bambino ti riporta la sua versione dei fatti. Se un genitore chiede al proprio figlio se ha litigato a scuola, molto probabilmente si sentirà rispondere che lo hanno picchiato, per poi scoprire dalla maestra che magari è lui che picchia gli altri.

Questo per dire che i bambini hanno svariate versioni, li ascoltiamo, per carità, però dobbiamo essere consapevoli che ci rivolgiamo ad un cervello molto immaturo. Poi si arriva all’adolescenza dove ci confrontiamo con un cervello opportunista, magari che chiede frequentemente soldi o che vuole uno smartphone nuovo perché lo hanno anche i loro amici, accampando scuse di tutti i tipi. Favorire tutto questo senza alcun limite vuol dire cedere il controllo. L’antidoto è mantenere la vigilanza educativa per cercare di limitare i rischi, soprattutto del virtuale. Prendiamo ad esempio Instagram, a scanso di equivoci lo utilizzo come metafora, sicuramente ci sono social anche peggiori, ma lo cito perché ad un certo punto una sua dirigente esce dalla società e attacca la società stessa affermando che erano consapevoli che il suo utilizzo era pericoloso soprattutto per le ragazzine, visto che era emerso da un’indagine di mercato.

Questo deve tornare a farci riflettere sul fatto che l’età è importante e ci vuole maturità, per esempio, per stare su Instagram. Penso che una ragazza di 11/12 anni non sia in grado di gestire questo tipo di social incentrato sull’uso della propria immagine. Ribadisco il concetto di vigilare, che vuol dire poter avere accesso agli account social dei propri figli.

Chiudiamo con un’ultima domanda. Lei ha sviluppato il metodo maieutico per la gestione dei conflitti. Quanto può essere importante utilizzare il metodo maieutico per la gestione della violenza?

Conflitto e violenza sono due esperienze molto diverse. Tutto il mio lavoro, nel corso degli ultimi trenta anni, è stato sempre orientato su questo versante, cioè di offrire, attraverso ricerche e metodi, delle opportunità per liberarsi della violenza. La cosa più importante che ho scoperto nei miei lavori scientifici, è che l’antidoto alla violenza è quello di saper affrontare le contrarietà.

La violenza sembra essere fortemente praticata dalle persone che non sanno gestire le contrarietà, ossia i conflitti. Intendiamoci, spesso è una violenza contro sé stessi e non per forza contro gli altri. Noi siamo molto disattenti sulla violenza autolesiva, perché siamo più attenti alla violenza tradizionale. Oggi i ragazzi, ad esempio, hanno una forte spinta a farsi del male. Le mie ricerche mi hanno portato a scoprire che chi sa litigare bene, perché si può litigare bene come litigare male, crea gli anticorpi per evitare la violenza sia in entrata che in uscita, cioè evitare di subire violenza ed evitare di generare violenza.

Questo perché è in grado di fare le mosse giuste quando si trova in un contesto particolare, ovvero quando gli altri ci pestano i piedi. Se ad esempio si viene tamponati in macchina, a volte c’è da sperare di non avere a che fare con un energumeno. Ma di per sé un tamponamento non è la fine del mondo, esiste uno strumento, che è la constatazione amichevole d’incidente, per accertare le colpe senza dover litigare.

In questi contesti è importante, pero, stare tranquilli, evitare commenti inopportuni, che in un contesto di tensione sono molto pericolosi. La persona che sa litigare bene è in grado di gestire sé stesso nelle situazioni di contrasto. Questo è quello che insegniamo con il mio metodo “litigare bene”. Lo abbiamo applicato in un progetto di ricerca a Torino ai bambini tra i tre e i dieci anni con ottimi risultati. È un metodo semplice, che sta girando quasi tutta l’Europa, che consiste in due passi indietro, non bisogna cercare il colpevole e non bisogna dare la soluzione ai bambini, e che si incentra sul dialogo tra i bambini stessi. È una magia, una magia maieutica. Facendoli parlare tra loro, come diceva Clotilde Pontecorvo, una grande psicologa italiana, si utilizzano le parole per litigare senza farsi male.

Quindi dobbiamo aiutare i bambini a parlarsi, non deve essere l’educatore che interviene nei litigi dei bambini cercando il colpevole o proponendo soluzioni, ma bisogna lavorare sul rapporto autonomo tra i bambini. Sono molto orgoglioso del lavoro fatto sull’aiutare i bambini a litigare con metodo, perché ho abbattuto uno degli ultimi tabù pedagogici che era quello dei contesti senza litigi.

Quando ho iniziato a lavorare c’era l’idea che la bella classe era quella dove non si litigava mai, che i fratelli bravi erano quelli che non litigavano mai, che la squadra di calcio giusta era quella dove nessuno diceva cose spiacevoli all’altro, dove si andava all’unisono. Il problema non è eliminare i litigi tra i bambini, che sono un segnale di vitalità, di coraggio, di voglia di cresce, ma aiutarli a litigare bene, a chiarirsi tra di loro. Ho inventato una serie di strumenti, tra cui il conflit corner, dove i bambini vanno, parlano e alla fine dichiarano di essersi chiariti. Il metodo è lo stesso anche con gli adulti, ovvero aiutare le persone a comunicare. Non possiamo pensare che si possano eliminare i litigi in assoluto.

Pensiamo, in questo periodo, ai pranzi di natale, uno dei luoghi più insidiosi dove si annidano rivendicazioni a vario titolo in ambito familiare. Dobbiamo, progressivamente, imparare a litigare bene, ossia a distinguere la persona dal problema e a contare fino a dieci prima di parlare quando siamo arrabbiati. Questa è la mia vita dal punto di vista pedagogico.

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