Da Novara a Mantegazza, la parola ‘Merito’ preoccupa i pedagogisti: “La scuola non è un gioco a quiz. No ad un modello competitivo e individualista”

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Venerdì 21 ottobre si è formato ufficialmente il nuovo Governo Meloni. Fra i temi più discussi anche quello dell’aggiunta della parola “merito” accanto alla denominazione Ministero dell’Istruzione. Giuseppe Valditara, il nuovo Ministro, dovrà nei fatti dare una un significato concreto alla parola che non lascia tranquilli i pedagogisti, ad esempio.

Daniele Novara, ad esempio, su Il Fatto Quotidiano, dice: “Il merito non è un concetto pedagogico. Quella parola veniva usata negli anni Settanta per opporsi ai cambiamenti scolastici. Io c’ero, e a noi innovatori, dicevano che c’era una sorta di livellamento nella scuola invocando al contrario il merito. Ma ancora oggi dobbiamo farci forti di Lettera a una professoressa dove si dice che ‘non si può fare parti uguali fra disuguali’. La scuola del merito dovrebbe considerare i punti di partenza e valutare gli alunni sulla base delle loro effettive condizioni di partenza”.

Anzi, secondo il pedagogista, “il concetto di merito rischia di replicare la scuola gentiliana costruita nel 1923 e basata su un sistema piramidale con al vertice il liceo classico, la scuola dei figli di papà come si diceva una volta. Se la destra voleva aggiungere un aggettivo poteva mettere la scuola dell’apprendimento. Così invece fa solo polemica”.

Per il pedagogista dell’università Bicocca di Milano, Raffaele Mantegazza “questa nuova dicitura possa trovare anche molti consensi. In realtà chi elogia la meritocrazia non vede che la scuola deve prima di tutto avere in mente i diritti di crescita dei bambini. La Costituzione già prevede cosa c’è da fare per i meritevoli e quelli in difficoltà. Ma facciamo una riflessione: come si misura il merito a scuola? Temo che possa venire premiato l’adeguarsi a un modello che viene dall’alto. La scuola non deve premiare perché non è uno di quei giochi a quiz con i quali questa destra è cresciuta. E’ aberrante l’idea che si possano premiare i migliori perché a scuola si cresce insieme ognuno con le proprie capacità”.

Secondo Mantegazza, dunque, questa aggiunta sia un segnale preoccupante e possa essere un “primo passo verso un pensiero retrivo”.

Preoccupata anche Silvia Vegetti Finzi, pedagogista, psicologa, accademica: “Questa modifica della dicitura è una proiezione di una scuola individualista e competitiva dove il valore di una persona viene in misurato in base a numeri. Don Milani si ribalterà nella tomba perché proprio lui pensava ad una società alternativa, dove non ci fossero valori capitalistici. Tutto quello che è quantità va a discapito della scuola la fissa in base a parametri che sono il contrario di evoluzione, del trovare i talenti, le potenzialità”.

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