Da estetista a docente di sostegno: “Per me è stata una vocazione, non un ripiego. Vi spiego la mia scelta”. Adesso parla Lucrezia [INTERVISTA]

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Faceva l’estetista, ora fa l’educatrice. Aveva un centro benessere avviatissimo, ora è a un passo dal coronamento di una passione, quella di fare l’insegnante di sostegno. Lucrezia Medea ha 40 anni, ha 4 figli, vive a Palagiano, in provincia di Taranto. Non ha scelto di fare l’insegnante come ripiego, ma a un certo punto della sua esistenza è stata sopraffatta dal sacro fuoco del sostegno scolastico ai ai bambini e ai ragazzi più fragili. Colpita personalmente da un’esperienza dolorosa, che ha sconvolto la sua serenità, Lucrezia ha maturato il desiderio di stare dalla parte di chi soffre.

Ha lasciato la professione, ha chiuso la ditta, una scelta per la quale ammette di non avere ottenuto l’appoggio della famiglia, almeno non subito. Un giorno, era ottobre 2022, Lucrezia si era molto arrabbiata. Sulla pagina di un gruppo di docenti, dedicato al Tfa, una persona, parlando in generale, aveva scritto con disprezzo “tanto, ormai, anche la mia estetista diventerà insegnante di sostegno”.

Lucrezia non è una che ama scrivere sui social, si limita a leggere, a documentarsi. Nell’occasione si stava documentando in merito alla possibile sua partecipazione al Tfa. Una possibilità divenuta nel frattempo concreta visto che Lucrezia si laureerà alla magistrale il 3 marzo prossimo e dunque potrà iscriversi al Tfa sostegno, ultima tappa di un lungo percorso fatto di tenacia, passione e amore per l’insegnamento che la porteranno a diventare insegnante di sostegno di ruolo.

Almeno questo è il suo progetto di vita. “In quell’occasione non ho resistito”, ammette lei, tornando sull’episodio. Noi lo avevamo letto, quel post. E pure la reazione: “Mi sento chiamata in causa – si leggeva nella sua replica – Mi sono diplomata allo scientifico con 90 e poi ho deciso di studiare massoterapia e corso di estetica avanzata, avevo un centro benessere e ho amato il contatto con la gente. Poi una dura esperienza di vita mi ha portato a non volere più entrare nel mio centro, ho avuto esperienza con ragazzi diversamente abili e 4 splendidi figli che mi hanno fatto amare la vita e la diversità. Ho ripreso a studiare, mi sono laureata con 110 e lode e attualmente sto preparando la preselettiva per il Tfa e lavoro come educatrice scolastica, specialmente con i sordi, dato che ho studiato LIS…”. Abbiamo così deciso di intervistare l’educatrice.

Lucrezia Medea, a lei non è stato perdonato di essere stata un’estetista…

“E’ stato un po’ offensivo. Nessuno di noi conosce il vissuto delle altre persone. Altri potrebbero pensare lo stesso di me senza sapere che ho studiato tanto per raggiungere il mio risultato”.

Qual è il risultato che lei vuole raggiungere?

“Quello di lavorare sul sostegno. Per me è stata una vocazione”.

Quando ha scoperto questa inclinazione?

“E’ successo nel momento in cui ho avuto un’esperienza negativa nella mia vita. E questa esperienza mi ha portato a capire quanto sia indispensabile per le mamme che hanno delle difficoltà – che possono essere un lutto prematuro, una malattia, una disabilità non accettata, che se poi si accetta, tutto va per il meglio. Questa esperienza mi ha spinto a studiare Scienza dell’educazione e ciò mi ha portato a volere aiutare chi fosse stato nella mia stessa situazione. Mi sono laureata con la triennale e ho iniziato a lavorare come educatrice scolastica per conto della Regione Puglia nella scuole di ogni ordine e grado ma soprattutto ho scoperto con lo studio le varie difficoltà. Mi sono specializzata nella comunicazione, ho cominciato a studiare la LIS, frequento il terzo anno di LIS e comunicazione aumentativa e alternativa (CCA), un metodo di comunicazione”.

Ma che cosa l’ha mossa,più di ogni altra cosa, verso questa direzione?

“Ho iniziato perché ho sentito il bisogno di aiutare ogni bambino, o chiunque altro, a esprimere se stesso, perché la parola è un diritto di tutti. Anche chi è sordo ha il diritto di comunicare. Durante il percorso lavorativo ho conosciuto tante persone con disabilità differenti tra di loro e da qui ho intrapreso gli studi universitari per la magistrale in Lettere moderne. Mi laureerò finalmente il 3 marzo prossimo, e quindi potrò accedere al Tfa, c’è la preselettiva tra aprile e maggio. Spero ora di potere accedere al Tfa. La preselettiva è molto importante ed è su tre prove: la prima è un po’ generale ed è quello lo scoglio principale, sono tanti i partecipanti, poi lo scritto e l’orale. Superato quello, c’è il corso di otto mesi con presenza obbligatoria, all’università. Una volta superato si è abilitati e allora si lavora con la scuola sul sostegno. L’educatore ha una tutela minima, uno stipendio misero, l’obiettivo è diventare insegnante di sostegno. Ho fatto una fatica ulteriore per preparare Glottodidattica: voglio dare voce anche a chi arriva dall’estero perché il mio obiettivo è quello di dare un’opportunità di comunicazione a tutti”.

Ed era un’estetista…

“Ero un’estetista avviatissima, avevo un centro benessere mio e lavorarvo tanto, quindi non è vero che chi svolge un lavoro non possa cambiare e avvertire a un certo punto della propria vita una vocazione diversa”.

E ci si è buttata anima e corpo. Non ha rimpianti?

“Sì, ha ragione, anima e corpo. No, nessun rimpianto, ogni giorno mi sento ripagata. Ogni giorno che entro in classe i bambini mi aspettano e quando manco è un problema e questo vuol dire che davvero la mia presenza per loro è importante e quindi vengo ripagata ogni giorno con i loro sorrisi. In particolare un bambino grave che prima di me non riusciva a entrare in relazione con nessuno, ora lo fa e quindi per la sua famiglia il mio arrivo è stata una fonte di gioia. Più ripagata di così…”.

Com’è il suo rapporto con gli insegnanti? Nessuno le ha fatto pesare il suo passato professionale?

“Mi sento accolta, anche dalle docenti di sostegno, nessuno mi ha fatto pesare di essere stata un’estetista. Sono anzi grati della mia presenza perché loro non hanno competenze nella comunicazione con questi bambini”.

Di che cosa hanno bisogno questi bambini, dal suo punto di vista?

“La prima cosa in assoluto di cui hanno bisogno è l’empatia, il contatto. Invece spesso si lavora solo sulla didattica, non si entra in relazione con la famiglia, molti insegnanti non entrano in contatto con la famiglia. E invece succede che spesso le famiglie – prima ancora del loro bambino – abbiano bisogno del sostegno. Si crea spesso un muro.”

Su che cosa ha fatto la tesi di laurea?

“La tesi di laurea per la triennale è stata sulla “valutazione formativa”. L’altra l’ho fatta sulla didattica della geografia nella secondaria di primo grado e anche qui ho messo al centro l’importanza dell’interazione con i ragazzi, che viene prima della didattica vera e propria. Sono cambiati i ragazzi, siamo cambiati noi, è cambiata la società e noi dobbiamo adeguarci. Il problema dei ragazzi di oggi è che non vengono ascoltati, si va di corsa e noi per primi non li ascoltiamo. Il loro bisogno resta represso e tutto questo sfocia spesso in atteggiamenti che richiamano attenzione”.

Come vede il suo futuro a scuola?

“Mi auguro un futuro da docente di ruolo sul sostegno. A me piace lavorare sul sostegno”.

Non sarà per lei uno strumento per transitare sulla materia comune, come succede in qualche caso?

“No, non sarà un mezzo per transitare sulla materia comune. Inoltre penso che il sostegno sia sulla classe e non sul bambino. A differenza di quanto oggi possa fare come educatrice, da insegnante di sostegno potrò lavorare sul resto dei ragazzi”.

Si dice sempre così, poi la realtà è spesso diversa e non sempre per colpa dell’insegnante di sostegno…

“Io devo lavorare su tutti, con l’intera classe. O con me o contro di me, io tirerò per la mia strada. Il mio obiettivo è lavorare per il bene dei ragazzi. E’ già successo che io sia stata ostacolata da questo punto di vista, nonostante stessi facendo il mio lavoro con competenza, ma mi son fatta sentire in Regione, con una relazione scritta”.

Senta, lei ha lasciato un lavoro sicuro, che le piaceva, per iniziare un’avventura incerta a scuola. Ma la sua famiglia l’ha appoggiata in questa su scelta?

“Inizialmente no, perché comunque la ditta andava bene. Per fare cosa? mi si diceva. C’era incertezza, occorreva iniziare a studiare, e per di più davanti a un futuro dubbio. Nessuno avrebbe mai pensato che sarei riuscita a lavorare. E invece… Io stavo ancora studiando quando mi hanno chiamata per lavorare a scuola. E questo grazie alla formazione crescente che mi sono voluta dare. Ora sento che il mio futuro è vicino”.

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