Da 6 mesi la scuola italiana di Asmara non c’è più, Anief torna a chiederne la riapertura

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Sono passati 6 mesi dalla chiusura della scuola italiana ad Asmara, la più antica e prestigiosa istituzione scolastica statale del nostro Paese in uno Stato estero.

6 mesi di silenzio e indifferenza, gli stessi che hanno prodotto i politici italiani, i sindacati tradizionali, il Governo, i diplomatici nei giorni in cui è stato deciso, quasi di nascosto, di far calare il sipario su una struttura sopravvissuta in Eritrea per oltre un secolo a periodi ben più difficili della pandemia da Covid.

Alla base della decisione vi sarebbe il ritiro da parte dell’Eritrea della licenza della scuola a operare in territorio eritreo e la disdetta dell’accordo tecnico del 2012: il Governo italiano ha spiegato, a suo tempo, rispondendo e più interrogazioni, che la decisione della completa chiusura della scuola va senz’altro addebbiata in toto all’Eritrea e al Presidente Afeworki, che hanno attuato il loro piano di nazionalizzazione delle scuole straniere presenti sul suo territorio. Tutte le iniziative diplomatiche avviate nel frattempo non hanno sortito alcun risultato.

Anief non si rassegna e continua a chiedere la riapertura della scuola italiana ad Asmara. Anche dopo la risposta pervenuta dall’ambasciata italiana sui motivi che hanno portato alla sua chiusura: una generale riforma del sistema scolastico e educativo eritreo, fondato su una nazionalizzazione dell’insegnamento per ogni ordine e grado di studi in questo Paese.

“Noi continueremo a portare avanti la nostra battaglia – dice Marcello Pacifico, presidente Anief -, perché possa essere finalmente compresa l’importanza del progetto educativo della scuola italiana in quel luogo, per non cancellare tanti anni di cooperazione e crescita culturale di tanti giovani, per dare loro un’opportunità reale”.

Il giovane sindacato ricorda che la scuola italiana di Asmara ha attraversato indenne due guerre mondiali, una sanguinosa guerra tra Eritrea ed Etiopia, diverse carestie. La scuola ha formato intere generazioni di italiani e di eritrei, aveva rappresentato un presidio diplomatico italiano in una nazione, quella Eritrea, legata all’Italia dalla storia, dall’amicizia e dai tanti figli nati da matrimoni.

Nel chiuderla è stato fatto venire meno un presidio di civiltà, uno strumento importante di diffusione della nostra lingua e della nostra cultura nel Corno d’Africa. Ma anche una possibilità di emancipazione per tanti giovani eritrei, oltre che una struttura che aveva un ruolo fondamentale nei rapporti di cooperazione culturale ed economica tra l’Italia e l’Eritrea.

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