Cyberbullismo: per le scuole meglio rieducare studenti, non punirli. Analisi

di redazione
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Nella scelta di regole sugli smartphone, la scuola sembrerebbe preferire – grazie all’autonomia – la commutazione della pena in condotte compensative in favore della comunità scolastica, in accordo con le famiglie dei ragazzi colpevoli. 

E’ la conclusione a cui arriva il Sole 24 Ore con una riflessione lunga e articolata sui dati relativi al cyberbullismo alla luce della legge 71/2017.

Nei casi di questi reati, anche quando i fatti si verificano fuori dall’edificio scolastico ma sono maturati all’interno delle aule, può emergere una qualche responsabilità della scuola.

Gli insegnanti dovrebbero riuscire a intervenire prima che il fatto degeneri in reato, anche se spesso si rivela un compito difficile. Lo conferma anche la sentenza 6919 del 4 aprile 2018 emessa dal Tribunale di Roma.

In base alla suddetta legge, la scuola è chiamata a ricoprire un ruolo importante nel contrasto al cyberbullismo, alla prevenzione di questo tipo di reati e all’educazione digitale. L’articolo riporta alcuni dati della polizia postale. “Soltanto nei primi cinque mesi del 2019 – scrive il quotidiano economico – sono stati 6 i casi in cui l’età di chi ha denunciato i fatti è scesa sotto ai 9 anni, contro i 14 del 2018“.

Nel 2018 la diffamazione aggravata è stata subita da 109 vittime; seguono a ruota minacce e molesti (122), sostituzioni di persona (60) ed estorsioni sessuali (43). Male anche sul fronte della circolazione di materiale pedopornografico: nel 2018 sono stati denunciati 40 casi; nei primi cinque mesi di quest’anno il dato ha già superato la metà (28).

La scuola dovrebbe nominare un referente e ha una serie di strumenti, in base alla legge, per contrastare i casi ed evitare la loro degenerazione in reati. Eppure i dati sono poco confortanti. A elencarli è sempre il Sole24Ore, dove risulta che gli ammonimenti richiesti al questore (il nuovo strumento introdotto dalla legge) sono 30 in tutta Italia, di cui 8 in provincia di Varese, 5 a Venezia, 2 a Roma e Viterbo e altri casi isolati in Italia.

Secondo le conclusioni del Sole 24 Ore, sulla base di questi dati sarebbe difficile capire se la legge è stata efficace. Infatti, il minor numero di denunce potrebbe essere legato alle altre misure di contrasto come la possibilità di rimuovere spontaneamente i contenuti o farli cancellare dai social network; non da meno sarebbe anche il fatto che l’ammonimento possa essere attuato anche per i reati procedibili d’ufficio.

In quest’ultimo caso, infatti – si legge sul quotidiano – verrebbe meno la sua natura preventiva, perché il poliziotto o il carabiniere al quale il minorenne può rivolgersi per avviare l’iter avrebbe l’obbligo di denunciare fatti-reato procedibili d’ufficio, in quanto pubblico ufficiale. L’ammonimento si convertirebbe quindi automaticamente in un procedimento penale pendente innanzi al Tribunale per i minorenni“.

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