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Culture Shock negli alunni stranieri: come tamponarlo, in un’ottica inclusiva

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Si parla sempre più spesso di scuola inclusiva e valorizzazione delle peculiarità degli alunni stranieri. Infatti, in seguito della Circolare ministeriale 205 del 26 luglio 1990 (che tratta i temi dell’inserimento degli alunni stranieri all’interno delle classi e l’educazione all’inter-culturalità), i docenti sono stati chiamati a coinvolgere tutte le componenti scolastiche nel processo di inclusione di tali alunni – al fine di attivare prassi mirate a valorizzarne le specificità e a favorirne il benessere scolastico.

Tutto ciò è importante, poiché gli alunni stranieri, nell’entrare in un territorio scolastico a volte distante anni luce dal proprio di appartenenza, provano quello che viene definito uno shock culturale.

Culture shock

Per shock culturale – o culture shock – si intende una serie di sentimenti di smarrimento, disorientamento e confusione che una persona prova quando cambia improvvisamente la propria vita, in conseguenza del trasferimento in un ambiente sociale differente – come un Paese straniero o una scuola diversa (magari in una città, seppur dello stesso Stato, totalmente diversa dalla propria). Il termine fu coniato da Cora DuBois nel 1951, e nel 1954 fu ripreso dal canadese Kalervo Obergo, che lo considerò una vera a propria “malattia professionale” – ovvero tipica di chi, sul lavoro, si trasferisce e non riesce ad avere la stessa performance che aveva precedentemente. Per estensione, anche gli alunni – stranieri e non – possono soffrire di questa problematica, con conseguenze negative sia nel profitto scolastico sia nella loro capacità di socializzazione.

La cultura ieri e oggi

Il cultural shock succede a causa dell’attrito tra la cultura di appartenenza e quella di arrivo.  Si definisce cultura quel sistema di conoscenze e di valori che contribuiscono a creare opinioni e atteggiamenti nella persona: essi, a loro volta, orientano anche i comportamenti di un intero gruppo. Si può dunque dire che, in quanto prodotto dell’interazione sociale, la cultura è la dimensione minima della condizione umana, la conditio sine qua non, il suo livello base: tant’è che per i romani corrispondeva proprio alla parola humanitas. Per i greci, invece, la cultura aveva uno stretto collegamento con la paideia, ovvero l’educazione e la formazione, non solo contenutistica ma anche sociale e civile: in effetti, anche i più recenti studi di Tylor (1800) evidenziano come la cultura sia il risultato di un apprendimento sociale.

Culturalismo

Nel 1900, il pedagogista Bruner sostenne poi la tesi del culturalismo, secondo cui si assegna alla cultura un ruolo fondamentale nello sviluppo della persona, e che addirittura la mente non potrebbe vivere senza cultura (e soprattutto senza i suoi sistemi simbolici). Il culturalismo comunica quindi elementi importanti della cultura, come l’intenzionalità e l’inter-soggettività per la negoziazione del significato nei diversi ambienti di vita. Non a caso, per Bruner l’influenza dei fattori socio-culturali è più importante di quelli genetici, nei processi di apprendimento.

Mediazione socio-culturale

Se dunque la cultura è influenzata dall’ambiente in cui viviamo, è anche possibile che in classe si formi un nuovo ambiente, una nuova società, che porti in sé le dinamiche di tutte le  piccole culture che lo compongono.

Questo è il principio base dell’inter-cultura – o educazione interculturale: una metodologia di lavoro da applicare nei contesti multi-culturali, e che consiste soprattutto nella mediazione socio-culturale.

È, questa, una vera e propria strategia di parificazione di opportunità, che ha lo scopo di ricostruire reti sociali, creare nuove competenze e ripristinare l’autostima dei cittadini immigrati, riconoscendo loro i propri aspetti di peculiarità culturale e religiosa, nonché linguistica.

Sviluppare competenze interculturali

Per tamponare lo shock culturale che vivono gli alunni stranieri (ma anche i loro compagni) all’arrivo in una classe nuova, il docente dovrà creare in classe una sorta di “micro-società” in cui ci siano regole ben condivise e scritte, (magari su cartelloni appesi alle pareti): una specie di decalogo dell’inter-culturalità dove ci siano tutte le buone norme per il vivere civile in un ambiente multiculturale. Si potrebbe ad esempio chiedere di evitare di parlare impropriamente di cibi esotici che non piacciono (banalmente), o di religioni in cui non si ha fede. A parte i divieti, per sviluppare in tutti gli alunni delle competenze interculturali è bene lavorare anche sulla destrutturazione dei loro eventuali pregiudizi, predisponendo un angolo di “narrazione di sé” una volta a settimana, in modo da sviluppare anche un ascolto attivo e dialogico.

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