La cultura umanistica nei nostri giovani è veramente tramontata?

di Lalla
ipsef

red – Terza puntata della nostra conversazione sulla cultura umanistica, di cui alcuni intellettuali piangono la scomparsa. Oggi proponiamo l’articolo del Prof. Nicola Trunfio, il quale sostiene che non è tramontata la cultura umanistica, ma occorre un nuovo modello di insegnante in grado di trasmetterla? Puoi inserire la tua opinione sul forum.

red – Terza puntata della nostra conversazione sulla cultura umanistica, di cui alcuni intellettuali piangono la scomparsa. Oggi proponiamo l’articolo del Prof. Nicola Trunfio, il quale sostiene che non è tramontata la cultura umanistica, ma occorre un nuovo modello di insegnante in grado di trasmetterla? Puoi inserire la tua opinione sul forum.

Nicola Trunfio – "Alcune settimane fa il collega (docente, giornalista e scrittore) Marco Lodoli, pubblicava su “La Repubblica” un articolo dal titolo “La fine dell’umanesimo”.

L’autore esordiva con alcune “lamentazioni” di quelle che ultimamente, in maniera incontestabile, sono sempre più frequentemente udibili all’interno della scuola:

_«Io non esisto più, sono diventata invisibile», mi dice una professoressa con la voce spezzata e gli occhi umidi. «Entro in classe, comincio a spiegare e subito mi accorgo che nessuno mi ascolta. Nessuno, capisci? E così per giorni, mesi, forse per tutto l’anno. La mia voce non gli arriva, parlo e vedo le parole che si dissolvono nell’aria, e dopo un poco mi sembra che anch’io mi dissolvo, resta solo un senso di impotenza, di fallimento».
Lodoli prende atto che il mestiere del docente, basato essenzialmente sulla comunicazione, è divenuto incommensurabilmente più complicato in quanto “«sembrano saltati i ponti e le rive si allontanano sempre di più rispetto alle nuove generazioni di alunni»._

Con un pizzico di fantasiosa ilarità, ho provato a reinterpretare questa frase, riascoltata in altra forma anche da me più volte, come la vendetta tardiva e perciò gustosa dei ragazzi di Barbiana, consumatasi dopo cinquant’ anni, rispetto a quell’odiata (beninteso simbolica) professoressa la quale, dall’alto piedistallo della cultura umanistica, dispensava dolorose bocciature a loro discapito.

“Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.
Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”.Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.(Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, pp. 9-20, Libreria editrice fiorentina 1967).

Posta così la questione ci farà sorridere: questa simbolica professoressa non più sul suo piedistallo, è stata scaraventata giù per le scale, insieme alla sua cultura; non c’è più minaccia di bocciatura che tenga, non c’è più divisione tra sfera umanistica ed utilitaristica, tra proletari e borghesi, classi operaie e futuri dirigenti.

Ma torniamo a Lodoli per il quale la cultura umanistica sarebbe oggi come “svuotata del suo valore, della sua importanza, mandata all’altro mondo”.

Sembra di riassistere aggiungo io, all’immagine di un vecchio raìs spodestato in una allegra primavera, da una leggera gioventù moderna che si scrolla di dosso un pesante cappotto invernale, inutile, sovrabbondante e per di più consunto e fuori moda.

Sarebbe in questo modo giunta al capolinea,una storia durata millenni, insieme a tutto il suo patrimonio valoriale.

La cultura umanistica non riscuoterebbe più alcun interesse da parte dei giovani; si tratterebbe di una sconosciuta entità sepolta o, nella migliore delle ipotesi, riposta in cantina, tra le cose che non servono più. Sporadici Licei Classici in angoli remoti del Paese rappresentano quasi tempietti degli Dei Pagani nell’età della decadenza imperiale o a anche riserve indiane di una civiltà decaduta, sconfitta dalle novità e dall’utilitarismo di un presente e di un futuro che galoppa, come il sole di Boccioni nel Manifesto della pittura futurista, non più fisso e immobile astro contemplato per millenni dagli statici poeti passatisti, ma pennellata in sottofondo, striscia luminosa e sfavillante agli occhi disincantati di un osservatore in perenne movimento.

Lodoli sostiene letteralmente che “ per la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi tutto il patrimonio culturale del nostro paese non significa più niente. È un universo in bianco e nero..” ed ancora ritiene : ” Oggi i ragazzi non si voltano più indietro, gli prende subito la tristezza perché alle spalle avvertono solo un cimitero degli elefanti”.

Giudizi molto forti questi dell’autore romano, a mio giudizio esagerati, spropositati, frutto errato di una premessa errata, come esagerate, forse provocatorie le conclusioni precipitosamente tratte “La cultura umanistica finirà tutta quanta in una bella mostra a Roma o a Firenze, e ci sarà la fila per ammirare il cadavere mummificato: ma i ragazzi stanno tutti altrove, davanti a qualche schermo acceso, su qualche aereo che vola sul mondo, in un futuro che allegramente, superbamente, se ne frega di ciò che è stato e che non sarà mai più”.

Sorrido ancora; ripenso a Marinetti e Boccioni che cent’ anni fa, con parole più o meno simili, promulgavano la fine del passatismo, la distruzione dei musei e delle accademie, decretando, in questo modo, la sepoltura di tutta la cultura umanistica.

Quella immaginata da Lodoli è allora soltanto la riedizione di un sempre affrettato funerale?

La cultura umanistica nei nostri giovani è veramente tramontata?

No. Mi oppongo fermamente alla sola idea che ciò possa un giorno accadere. Non sono d’accordo. Riporto sommessamente solo l’opinione cui sono pervenuto, insieme ai miei alunni, in una sparuta realtà della provincia meridionale, ma non sono d’accordo!

Io non credo che i nostri giovani siano disinteressati rispetto alla cultura umanistica, ritengo piuttosto che l’equivoco consista in un semplice “problema di comunicazione”.

La maggiore difficoltà risiede nel fatto che oggi molti operatori della cultura sono gravemente impreparati (il riferimento alla professoressa di Lodoli è del tutto apparentemente casuale) al dialogo proattivo con le giovani generazioni di studenti.

Ne ho incontrati già a centinaia, nella mia breve carriera di docente, di colleghi che tentano di nascondere dietro la cortina della facile lamentela la loro manifesta incapacità a questo dialogo, scaricando tutte le responsabilità sui giovani. Alle lamentele archiviate dal collega romano aggiungo volentieri le seguenti:” A che serve quest’informatica a cosa servono queste Lim, occorre tornare ai metodi di una volta, i ragazzi non sanno rimanere concentrati, devono ritornare leggere e scrivere, non sanno …….non sanno….. ecc. ecc. Bla. bla . bla….”.

I ragazzi non ne possono più di questi ululati alla luna, di questi predicozzi da perdenti, di queste scorciatoie intraprese da chi, per giustificare la propria pigrizia mentale e la mancanza di spirito di confronto, non sa mettersi più in gioco.

Vengo dritto al punto, senza tergiversare: nel 2012 non si può più pretendere di entrare in classe e di impartire una qualsivoglia lezione di italiano, di storia o di arte in maniera tradizionale, frontale, monodialogica, dettando appunti, fornendo trite e consunte spiegazioni. La padronanza contenutistica della disciplina che si insegna non basta più per essere un bravo docente ai tempi d’oggi; essa equivale a neppure 1/3 del bagaglio e degli attrezzi richiesti ad un docente del XXI secolo. Un altro terzo è dato dalla conoscenza delle nuove tecnologie in uso tra le giovani generazioni ed un restante terzo dalle doti comunicative e di relazionalità positiva. Provino questi colleghi ad utilizzare le potenzialità di Google Earth e Popolizio per la presentazioni dei Paesi da spiegare in geografia, provino ad utilizzare un semplicissima presentazione grafica realizzata con un banalissimo Power Point, provino ad offrire in pasto ai nostri alunni, attraverso le enormi opportunità di Art Project, le visite virtuali dei grandi capolavori d’arte nei Tour virtuali dei grandi musei mondiali, provino ad integrare le loro spiegazioni di arte o di storia proponendo, grazie alle opportunità della rete, un tour virtuale nella Reggia di Versailles o nella ricostruzione 3D di un Castello medievale ideale, provino a conquistare le terre inesplorate della tecnologia applicata alle discipline umanistiche, a fare un passo verso il linguaggio frammentato e brulicante dei giovani, provino a fornire loro dei fili di Arianna ed essi certo non li rifiuteranno. Scopriranno che proprio per la frenesia banale in cui è involta la loro esistenza, i giovani sono affamati della cultura umanistica e della sua dote di insegnamenti e riferimenti esperienziali, ideali, morali.

In un mondo freneticamente mutante, strada senza pietre miliari, labirinto senza fili guida, cielo senza stelle polari, pelago con infiniti ma insicuri attracchi, la cultura umanistica può rappresentare un punto fermo, un rifugio, una guida, un porto.

Ecco, se ciò non avviene a scuola io credo si tratti per colpa di un gravissimo problema di strategia comunicativa.

I giovani amano le narrazioni, sanno ancora appassionarsi dei miti classici, degli eroi epici, sanno capire, se opportunamente guidati, quanta bellezza e quanta profondità risiedano nei grandi capolavori testuali e visivi del passato.

Il problema è allora dei docenti, i quali non sempre riescono a “comprendere le implicazioni degli inediti sviluppi delle scienze e delle tecnologie… a comprendere di vivere ed agire in un mondo in continuo cambiamento..” ( direttamente dalle nuove indicazioni nazionali del I ciclo del 4 settembre 2012).

Il nostro Paese ha quanto mai bisogno allora di un grande investimento nel futuro, da radicare sulle solidissime fondamenta del nostro passato. Per quest’obiettivo occorre investire in una nuova generazione di docenti motivati e molto ben preparati, capaci di parlare ad una nuovissima generazione di alunni, con gli strumenti ed i linguaggi che loro usano prioritariamente, non in modo parcellizzato e settoriale. È impensabile poter lavorare oggi solo con gli arnesi dei vecchi artigiani. Io credo in un nuovo umanesimo di cui i giovani e la scuola saranno protagonisti, io credo nell’immortalità della cultura umanistica, anzi sono convinto che essa sopravviverà all’uomo. Il migliore emblema di ciò risiede nell’immagine vitruviana inviata nello spazio cosmico, la quale parlerà di noi fino alla consunzione stessa della materia su cui è incisa.

Ebbene, il mio mestiere è quello di “raccontare” questa cultura ai giovani anche con l’ausilio dei linguaggi e gli strumenti del presente, e mi sia consentito, si tratterà del lavoro più bello del mondo, a patto di osservare due regole basilari:

1) l’umiltà di mettere ogni giorno in discussione la propria formazione globale.
2) la certezza che non esiste un modo unico di insegnare; solo un modo sempre diverso di rapportarsi efficacemente ad una classe, la quale, per le strane alchimie del vivere, è sempre diversa da un’altra"

L’articolo di Marco Lodoli Addio cultura umanista o addio a un vecchio modello di scuola?

L’articolo di Francesco Erspamerr, professore di Lingue e letterature romanze e responsabile degli Italian Studies alla Harvard University Cultura umanistica vecchia o nuova?

Dì la tua sul forum

Versione stampabile
Argomenti:
anief
soloformazione