CUB Scuola. Quattro pessime “riforme” in quindici anni, la protesta comincia dalle prove Invalsi.

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CUB Scuola – “Passano gli anni, passano i governi, ma uno zoccolo duro del sindacato ancora non si arrende, e continua a boicottare l’avvio delle prove Invalsi”: esordisce così un articolo del Sole 24 ore del 25 aprile 2017, il discusso e non irreprensibile giornale (visti gli ultimi scandali), voce pubblica di Confindustria.

Sarà un caso che, proprio nel giorno della Liberazione, l’articolo sulle prove Invalsi faccia un riferimento alla “resistenza” dello “zoccolo duro” del sindacato che “ancora non si arrende”? Probabilmente sì, ma ciò non toglie che la resistenza dei docenti e di tutti i lavoratori della scuola ha permesso alla scuola italiana di sopravvivere a quattro “riforme” i quindici anni: ognuna di queste cosiddette riforme ha portato tagli a risorse e personale, ha peggiorato le condizioni di lavoro e di studio, ha introdotto, nel delicato ambito dell’istruzione, i germi dannosissimi della competizione, della “meritocrazia”, dell’aziendalismo, della burocratizzazione.

La CUB Scuola Università Ricerca ritiene che, in questo mese di maggio, la mobilitazione contro le prove Invalsi, lungi dal riproporre una stanca ritualità, debba essere il primo passo di una rincorsa che permetta ai lavoratori della scuola di riprendersi ciò che è stato loro tolto negli ultimi venti anni: un reddito dignitoso, una pensione in età accettabile, la libertà di insegnamento. Ognuno di questi aspetti non è che la punta di un iceberg di tanti altri problemi: ma qui vogliamo indicare soltanto le situazioni emergenziali. Se contestiamo le prove Invalsi è perché, ancora una volta, in aperto dissenso con l’opinione dei docenti, i nostri studenti dovranno subire una “misurazione” approssimativa, discutibile e soprattutto inutile dei loro “saperi”. La “buona scuola” di Renzi non ha fatto che aggravare una situazione già preoccupante: con l’approvazione dei decreti attuativi si sancirà ulteriormente l’obbligatorietà delle prove Invalsi; infatti, per essere ammessi all’esame conclusivo di scuola media sarà necessario aver sostenuto i test e, analogamente, accadrà per l’ammissione all’esame di Maturità.

Da anni conduciamo una critica serrata contro le prove Invalsi, discutibili nel merito e nel metodo. Nel merito: attraverso i test passa una visione della scuola, che non è né neutra né “scientifica” e, parallelamente, una non auspicabile visione dell’insegnamento, orientato come “teaching to test”. Nel metodo: le prove vengono condotte senza alcuna assicurazione sulla loro reale attendibilità; non a caso, qualche anno fa l’Invalsi ha introdotto un “indice di propensione al cheating”, vale a dire un correttivo che individuasse la “propensione a copiare”. Nonostante i limiti di merito e di metodo i test Invalsi, anno dopo anno, sono stati riproposti, senza alcuna riflessione critica su quelli che sono i mali veri della scuola italiana. Poi è venuta la “buona scuola” che, in nome di una “meritocrazia” fasulla, in nome della regolarizzazione dei precari attuata attraverso la precarizzazione generalizzata dei lavoratori, ha confermato i test come “buona pratica didattica” e stella polare di un cielo, ahinoi, sempre più confuso.

E’ ora di dire basta alle direttive europee, da cui derivano, soltanto per fare due esempi, test Invalsi ed insegnamento per “competenze. Rivendichiamo la libertà di insegnamento, garantita dalla Carta costituzionale e ricordiamo che i governi che pretendono da noi cieca obbedienza sono inadempienti. La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il blocco dei contratti dei dipendenti statali nel giugno del 2015; l’Avvocatura dello Stato stimava allora in 35 miliardi di euro il costo per lo Stato per i mancati introiti dei dipendenti, limitatamente agli ultimi 5 anni. Son passati due anni dal pronunciamento della Corte e nulla è cambiato, se non una dubbia intesa tra governo e sindacati maggiormente rappresentativi, che concluderebbe con l’elargizione di una manciata di spiccioli otto anni di mancati rinnovi e di conseguente perdita di potere d’acquisto dei nostri salari. Bisogna che i lavoratori si scuotano dal torpore in cui li ha gettati una crisi che sembra “naturale” ed inevitabile. Prendiamo esempio dai lavoratori dell’Alitalia, che hanno detto di no all’ennesimo accordo di lacrime e sangue. Non abbiamo motivo di fidarci né di chi ci governa né di quei sindacati sempre pronti a vendere i lavoratori in nome della loro personale “rappresentatività”. Impariamo anche noi a dire di “NO”, a disobbedire, a far valere la nostra esperienza e la nostra cultura contro una “cultura” di regime, omologante e che vede nelle prove Invalsi il suo poco nobile emblema.

La CUB Scuola Università Ricerca sostiene quindi, in tutte le sue forme, la mobilitazione dei lavoratori della scuola contro le prove Invalsi 2017.

Auspichiamo che questo diventi il primo passo di un maggio di lotta per i diritti dei lavoratori della scuola! Gli studenti hanno bisogno di rafforzare la capacità di analisi e di giudizio, non di subire “test”! Contro la scuola del “teaching to test” e del “teaching to job”, contro la scuola “meritocratica” proponiamo una scuola aperta, libera, che insegni i valori fondanti della fraternità e dell’eguaglianza

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