Cronache di un prof precario nell’era digitale

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inviata da Prof. Scimeca M. – Oggi, come ieri, ho acceso il mio pc e aspettato i miei alunni. Non è la stessa cosa, è innegabile, non dà la stessa carica, la stessa adrenalina, ma mi adeguo. Noi insegnanti siamo chiamati a spostarci a nostro rischio e pericolo tra una posto ed un altro per lezioni, concorsi, mentre il Governo pensa ad una chiusura totale.

Noi siamo gli ultimi, ma necessari. Eppure stamane, seppur deluso dalla situazione generale, li aspettavo pensando come coinvolgerli, distanziati da uno schermo, ma vicini nell’affetto.

Chiedo sempre loro “come state? E le vostre famiglie?”… A loro sembra strano che un prof. chieda questo.

La lezione è passata velocemente merito, forse, di una bella giornata di sole, l’argomento non era di quelli pesanti, ma lieve, che mi ha permesso di parlare di altre culture, paesi, viaggiando con la fantasia.

Fossi stato in classe avrei aggiunto altro. Il venerdì, come premio, se si sono comportati bene prometto di dedicare 10-15 minuti alla lettura dei giornali o ascoltare una canzone insieme, una scelta da me e una da loro, per condividere, evitando che siano sprofondati nelle loro felpe con gli auricolari e, addirittura, oso proporre una poesia o una frase che ho rubato in giro tra tv radio o pezzi sparsi di libri, letti o scovati in giro che possono piacere ai miei alunni, chiedendo infine loro un confronto.

Inizio il mio settimo anno da precario con dubbi, incertezze, ma è il lavoro che più mi piace.

Ricordo ogni classe, ogni alunno con le proprie difficoltà, i momenti no e quelli sì, le corse per prendere treni che mi portavano in posti lontani e in periferie degradate dove l’unico baluardo era la scuola, segno di futuro e riscatto. Ricordo i sapori dei caffè delle stazioni passate, le chiacchierate con edicolanti mattinieri, i panettieri, annotavo tutto e usavo queste storie per spronare gli alunni più pigri. E ora che è già l’odore della mia caffettiera, del mattino e una leggera nebbia copre la città, devo rimanere fermo a casa, mentre mi piacerebbe essere fuori a camminare per strade silenziose, dove udire solo il il vociare dei mercati, dei mattinieri o di nottambuli attardati e andare a scuola. Invece aspetto i mie alunni che spuntano con dei bip luminosi, ma oggi come ieri, seppur nelle lontananza, sono felice perché faccio il lavoro più bello del mondo.

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