Criticità DDL Scuola a cura del Dipartimento Scuola Fratelli d’Italia AN

di redazione
ipsef

comunicato – Omettendo quanto già espresso in vari comunicati da parte del capogruppo Rampelli e dal Presidente Meloni anche sul recente show della lavagna del presidente Renzi, in merito alla mancanza di reale volontà di confronto che sta portando a livelli di conflitto sociale il mondo della scuola in modo preoccupante, colpevole la sordità del governo e la sua lontananza dai problemi reali del comparto, offriamo un contributo in termini di contenuti anche alla luce del testo emerso dalla commissione:

comunicato – Omettendo quanto già espresso in vari comunicati da parte del capogruppo Rampelli e dal Presidente Meloni anche sul recente show della lavagna del presidente Renzi, in merito alla mancanza di reale volontà di confronto che sta portando a livelli di conflitto sociale il mondo della scuola in modo preoccupante, colpevole la sordità del governo e la sua lontananza dai problemi reali del comparto, offriamo un contributo in termini di contenuti anche alla luce del testo emerso dalla commissione:

Nuovi poteri dei Dirigenti

Nel DDL scuola, innanzitutto una delle criticità evidenti che porta a farne chiedere il ritiro sono i cosiddetti nuovi poteri dei dirigenti scolastici. Che si concretizza sostanzialmente nel:Potere di individuare i docenti neoassunti cui assegnare incarichi triennali nella scuola

Albi regionali territoriali

Da dove vengono scelti questi docenti? Cosa cambia rispetto al passato?

l nuovo sistema degli albi regionali e territoriali soppianterebbe l’immissione in ruolo da graduatorie (graduatorie ad esaurimento e concorsuali, il cosiddetto “doppio canale”) e finirebbe per modificare e mortificare lo statuto giuridico degli insegnanti, che sarebbero assegnati, dopo la scelta sostanzialmente a discrezione del dirigente, ad una istituzione scolastica con contratti triennali, rinnovabili o meno.

Ciò comporterebbe, dunque, la storica perdita della titolarità della sede scolastica da parte degli insegnanti, che potrebbero non vedersi rinnovato il contratto. Porre l’attività di docenza alla mercé della legge della domanda e dell’offerta potrebbe inoltre determinare livelli qualitativi diversi nel potenziale formativo delle varie scuole e gli istituti periferici e ubicati in zone svantaggiate o isolate finirebbero per risultare danneggiati.

Anche la continuità didattica ne risentirebbe, minata da una lotta triennale ad accaparrarsi i posti migliori e i docenti migliori.

L’albo territoriale (ampliato anche nella territorialità, da provinciale a regionale, con i conseguenti disagi)) di fatto precarizza i docenti neoassunti che hanno invece diritto ad una sede stabile e ne fanno dei docenti di serie B rispetto a quelli di ruolo (e che faranno, però, pian piano la stessa fine quando dovranno chiedere il trasferimento e verranno inseriti, in quel momento in quegli stessi albi).

La chiamata diretta rientra in una visione mercantile del lavoro dell’insegnante e l ’impiego statale non può essere disposto se non in un contesto di regole, sia per garanzia del lavoratore, sia perché affidare l’assunzione ad un organo monocratico indebolisce le procedure e le rende più attaccabili sul piano giudiziario. La scuola non è una azienda e il dirigente non è un amministratore delegato. Le procedure ipotizzate per le nuove assunzioni appaiono farraginose e a rischio di determinare situazioni di difficile gestione, con alcuni docenti assunti che potrebbero non ricevere incarichi dalle scuole o altri che dovrebbero scegliere tra più offerte. Inoltre i docenti non scelti da nessuna scuola che fine fanno? La norma dice che solo in caso di inerzia del DS questi sono assegnati d’ufficio, ma se non sono scelti e basta? Immaginiamo, poi, in città metropolitane come Roma, dove i dirigenti scolastici già gestiscono Istituti con molteplici plessi fino a più di mille alunni a dover scegliere tramite curriculum un docente tra centinaia, dove troveranno il tempo e quante pressioni subiranno …. Abbiamo già esperienza nel sistema universitario con situazioni di clientele e nepotismo.

Ruolo e aspettative del Dirigente scolastico

I DS non avevano alcun bisogno, a nostro parere, di vedersi attribuita questa nuova competenza.

Piuttosto, proprio per le numerose responsabilità e funzioni di carattere soprattutto amministrativo e manageriale, i dirigenti auspicano di rimanere nella dirigenza pubblica mentre ne sono esclusi dall’articolo 10 del DDL 1577 Madia sulla dirigenza pubblica.

L’assegnazione di una competenza di assunzione dei docenti fa anche sconfinare il dirigente nel campo della didattica di esclusiva competenza del collegio dei docenti e va a minare la libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione.

Per i dirigenti scolastici esiste già un sistema di valutazione che sta partendo in questo anno scolastico ai sensi del DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 28 marzo 2013, n. 80, ma questo non giustifica e non controbilancia la facoltà di chiamata diretta dei docenti.

Piano straordinario di assunzioni

I soggetti destinatari per il piano di assunzioni sono i vincitori presenti nellegraduatorie del concorso pubblico per titoli ed esami bandito nel 2012(concorso Profumo) e gli iscritti a pieno titolo nelle graduatorie a esaurimento del personale docente.

ll piano straordinario di assunzioni crea una disparità di trattamento che esclude i docenti abilitati dopo la chiusura delle graduatorie permamenti divenute Gae (gradutorie ad esaurimento) chiuse successivamente dal ministro Fioroni nel 2007 , inseriti nella seconda fascia delle graduatorie di istituto (II GI), per i quali il Governo prevede (e da qui le proteste) esclusivamente la possibilità di accedere al ruolo tramite concorso per titoli ed esami aperto ai soli abilitati.

Soluzione avversa ai precari in lotta che hanno già superato ampiamente duri corsi (come ad esempio tfa e pas, i diplomati magistrali, e scienza della formazione primaria vo) selettivi e costosi ed hanno ampiamente dimostrato in contesto universitario ed anche sul campo, in anni di precariato, la loro capacità di insegnare.

Si sceglie, quindi, di regolarizzare solo una parte del precariato storico, escludendone una fetta consistente, e questa parzialità appare tanto più miope alla luce della sentenza della Corte di giustizia europea che condanna lo Stato per la reiterazione dei contratti a tempo determinato.

Per chi non vincerà tale concorso,( in virtù del famigerato articolo 12 che prevede che chi ha superato i 36 mesi di servizio citati dalla sentenza non potrà più essere chiamato ad insegnare), si prospetta L’esclusione vera e propria dal mondo della scuola, creando dei veri e propri esodati e che rende realistici e non strumentali i toni della protesta e particolarmente sorda e arrogante la chiusura del Governo.

La sentenza europea raccomandava allo Stato di non reiterare le supplenze, di emanare concorsi e , quindi, di assumere e non certo di licenziare.

Anziché prevedere una fase transitoria e, quindi, come proposto nei nostri emendamenti, un piano di assunzioni pluriennale per titoli che permetta allo stato di sanare la sua posizione nei confronti dei docenti precari, viene prevista un’unica tornata di assunzioni in numero insufficiente. Tale scelta, arbitrariamente basata sul dettato costituzionale, che viene interpretato solo parzialmente, porta a forzature contrarie ai principi di un’ipotetica “buona scuola”.

Da nostri dati si prevedono nei prossimi anni oltre 300.000 pensionamenti che consentirebbero l’opportunità di un ricambio generazionale del corpo docente.

Le modalità di assunzione che pongono gruppi di abilitati su piani diversi unicamente in base alla data in cui l’abilitazione è stata conseguita, violano due articoli della carta costituzionale:

Art. 4, comma 1:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”

Art. 51, comma 1:

“Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.”

Sempre in base alla carta costituzionale, i trattati internazionali hanno la precedenza sulle leggi ordinarie dello stato. La sentenza della corte europea che condanna lo stato per non aver previsto misure di tutela per limitare il ricorso a contratti a tempo indeterminato, deve necessariamente essere recepita, e questo non può essere fatto bloccando l’accesso al pubblico impiego in modo parziale. Finché le supplenze verranno conferite tramite graduatorie, le stesse graduatorie vanno rispettate.

Infine, ricordiamo che una direttiva europea (direttiva 2005/36/CE) equipara tutti i titoli abilitanti, scongiurando le distinzioni prevede il ddl e che, inevitabilmente, produrranno una valanga di ricorsi.

Vorremmo poi ricordare, per parlare di veri numeri che il turn over consueto ammonta a circa 55000 assunzioni, pertanto quando Renzi parla di 100.000 assunzioni stiamo parlando, per sottrazione, di meno di 50.000 persone,

 

La Carta del docente

La Carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione del docente del valore di 500 € di appare un’iniziativa strumentale, assolutamente similare agli 80 euro per i dipendenti pubblici che per la consistenza dell’importo potevano essere o devoluti alle scuole per l’attuazione della vera autonomia o per il rinnovo del contratto di lavoro fermo da sei anni, così come nell’emendamento presentato alla Camera dall’onorevole Fabio Rampelli.

Ma forse a Renzi interessa più che la Buona scuola la sfida sindacale. Cosa che a noi interessa poco perché andiamo a valutare un provvedimento che non è né giusto né funzionale per le scuole e le famiglie e per il mondo della scuola.

A maggior ragione stridente anche il confronto con la mancata stabilizzazione di migliaia di docenti precari, quei soldi potrebbero, forse, trovare destinazione più importante.

Valorizzazione del merito e periodo di prova

Nella prima stesura del Ddl la premialità dei docenti era affidata al dirigente scolastico, sentito il consiglio d’istituto. Ora si torna ad un Comitato di valutazione, presieduto dal DS, composto da 2 docenti, un genitore e uno studente (due genitori nel primo ciclo) che assegna annualmente una somma al personale docente che, in base all’attività didattica, ai risultati ottenuti in termini di qualità dell’insegnamento, al rendimento scolastico degli alunni e degli studenti, alla progettualità nella metodologia didattica utilizzata, alla capacità innovativa e al contributo dato al miglioramento complessivo della scuola, è ritenuto meritevole del bonus. Il comitato di valutazione, integrato da un docente tutor esprime anche la valutazione sul superamento del periodo di prova.

Senza un sistema di valutazione affidabile e collaudato, basato su parametri il più possibile oggettivi qualunque aumento salariale legato ad un ipotetico merito appare arbitrario e rischia di aumentare ulteriormente la sudditanza del corpo docente. Il protagonismo degli studenti e dei genitori va incentivato ma affidare a studenti e genitori anche il compito di assegnare una premialità in denaro ad alcuni docenti o valutare il superamento della prova sembra davvero inopportuno. In nessun paese europeo gli studenti intervengono sugli stipendi dei loro professori. Non è la retorica del merito ed una valutazione premiale il giusto strumento per spingere ad una maggiore attenzione pedagogica, ma nuovi strumenti di cooperazione tra studenti e docenti, con obiettivi mirati classe per classe sulla base delle condizioni di partenza e non del risultato da ottenere.

Nella nostra visione il merito deve essere inserito innanzitutto in una forte selezione in ingresso, nella formazione permanente e nella previsione di una vera e propria carriera docente che prevede figure intermedie sulla base di obiettivi da raggiungere per la funzionalità della scuola, progetti speciali, ruolo di collaborazione con il dirigente scolastico. Una buona docenza fa una buona scuola. Occorre trovare nuove modalità che potevano essere discusse dal Parlamento, disgiungendo il provvedimento delle assunzioni da un ddl che consentisse un dibattito più ampio quale quello degli interventi per migliorare la scuola.

(nota bene: la progressione riguarda solo la carriera docente perché al ruolo di dirigente si accede per concorso)

Veri incentivi al merito e dignità di status devono cambiare la prospettiva e far scegliere la scuola come lavoro principale e non come ripiego. Oggi questo ddl trasforma i docenti in impiegati tappabuchi che fanno supplenze anche su classi di concorso in cui non sono abilitati, questo sarebbe “l’organico aggiuntivo” o “organico dell’autonomia” di cui millanta il Governo: i nuovi assunti lo andrebbero a costituire, presentato come panacea di tutti i mali e che, di fatto né elimina le supplenze né migliora la qualità della didattica. Se poi dividiamo il numero degli assunti per gli istituti scolastici, circa 40000, ci rendiamo conto di quale organico aggiuntivo stiamo parlando, 1, 2 docenti in più!.

I nuovi assunti non garantiranno l’eliminazione delle supplenze perché molti di loro non rientrano tra le classi di concorso più richieste: un’altra promessa di Renzi non mantenuta.

Un’ulteriore promessa non mantenuta è quella diminuzione degli alunni per classe, infatti il ddl recita,: “La possibilità di ridurre il numero degli alunni per classe dovrà, parimenti, nel rispetto del limite sulla dotazione organica pervista, comportare un aumento di tale limite in altre classi”.

Insomma, la coperta corta resta tale, anche se la si tira da una parte.

Finanziamenti privati – Detraibilità delle spese sostenute per la frequenza scolastica

Il ddl prevede che le famiglie possano devolvere all’Istituzione scolastica prescelta la quota del cinque per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF), nonché erogazioni liberali in denaro per investimenti in favore degli istituti scolastici.

Inoltre le spese sostenute per la frequenza di scuole dell'infanzia del primo ciclo di istruzione, nonché della scuola superiore di secondo grado paritarie sono soggette a detrazione fiscale fino a 400 euro per alunno.

A nostro avviso l’ingresso dei privati nel sistema di finanziamento delle scuole, quando viene legato ai singoli istituti, rischia di generare ingerenze esterne nelle scelte didattiche e di creare scuole pubbliche di serie A e di serie B sulla base del reddito dei genitori dei discenti e del contesto socio-economico in cui la scuola è inserita.

La stesura attuale prevede un 20% da destinare alle scuole disagiate ma questo non può certo bastare a scongiurare la conseguenza che le scuole ricche in quartieri ricchi (che già oggi si avvalgono del contributo volontario dei genitori) avranno ancora maggiori risorse (finanziarie e umane) mentre le scuole povere avranno sempre di meno.

Anche la detraibilità delle spese va affrontata senza pregiudizi ideologici ma anche con equità. E’ giusta sicuramente per la scuola dell’infanzia, che laddove lo Stato non assicura a tutti i cittadini la generalizzazione della offerta . L’estensione alle scuole secondarie di primo e secondo grado appare inopportuna laddove non vengono previste misure aggiuntive per sostenere la scuola pubblica o come ha fatto il Governo si detraggono fondi gia stanziati nel ddl per consentire la defiscalizzazione. E’ il Governo che, in questo modo, contrappone i due sistemi e fomenta il pregiudizio ideologico.

Alternanza scuola lavoro

L’alternanza scuola lavoro è stata inserita dal Ministro Moratti e non è una novità. Vengono aumentati i fondi ma anche le ore, questo suscita in noi perplessità, perché 400 ore possono andare a detrimento del curricolo.

Andrebbe piuttosto, come richiedono le categorie produttive, messa a sistema l’istruzione professionale regionale stabilizzandone i finanziamenti con l’istruzione tecnica statale, e non va fatta confusione come fa Renzi tra la soluzione del tema della dispersione scolastica e la collaborazione del mondo del lavoro con la scuola.

La dispersione affonda le radici in ragioni socio economiche e della condizione giovanile da affrontare con altri studenti.

Le risorse

L’impoverimento dell’offerta scolastica nel nostro paese è sotto gli occhi di tutti. Gli investimenti pubblici sono calati dal 2008 al 2014 del 19% (fonte Eurydice) mentre quelli degli altri paesi europei sono cresciuti del 3%. (Il ministro Gelmini è intervenuto sui tagli nel solco del Libro bianco del ministro Fioroni, laddove nei confronti con l’Europa si evidenziava un alto rapporto tra alunni e docenti)

Anche i finanziamenti per il funzionamento alla scuola statale si sono drasticamente ridotti: nel 2001 erano circa 331 milioni di euro, mentre nel 2012 sono diventati circa 110 milioni di euro e quest’anno reintegrati con 50 milioni sono passati a 161 milioni, comunque meno della metà della somma prevista nel 2001.

Stessa sorte è toccata ai fondi per l’autonomia scolastica (L.440/97): si è passati dai 345 milioni di euro del 1999 ad appena 19 milioni di euro dell’anno scolastico in corso quasi tutti utilizzati per l’alternanza scuola lavoro (per la quale il Decreto legislativo Moratti 75/2005 stanziava 30 milioni di euro dedicati ogni anno)

A questo si aggiunge il taglio del 50% dei fondi per il miglioramento dell’offerta formativa utilizzati per recuperare il taglio degli scatti di anzianità.

Dal Def inoltre risulta che la spesa per l’istruzione in Italia calerà dal 3,7% al 3,5% del Pil nei prossimi cinque anni, rimanendo ancora ben lontani dal 5,7% che è la media europea. Il che smentisce la propaganda del Governo che afferma di voler aumentare le risorse per le scuole.

Alla scuola infatti servono soprattutto investimenti in infrastrutture e un nuovo contratto di lavoro, rinnovato e adeguato alla sua complessità e alle sue esigenze organizzative, che assicuri la partecipazione di tutti i lavoratori della scuola a percorsi di formazione continua, incentivi e sostenga la ricerca e lo sviluppo dell’autonomia e introduca una carriera dei docenti articolata in più livelli professionali, con finanziamenti adeguati per il funzionamento e per la retribuzione del personale che svolge funzioni organizzative e attività aggiuntive.

La scuola non ha bisogno di grandi riforme, ha bisogno di certezze e soprattutto di stabilità, affinché l'istruzione non sia il luogo delle divisioni, ma dell'unità del Paese e insegnanti, Dirigenti scolastici e personale non docente abbiano quel riconoscimento economico e sociale che giustamente meritano.

Ricordiamo che questa riforma si sta autofinanziando con i tagli sul comparto, come accaduto nella Legge di stabilità per un totale di circa 1400 mila euro. Ad esempio il fondo di funzionamento delle scuole, nel ddl è previsto per 126milioni di euro e nella Stabilità è tagliato per 156.

Siamo solo a una partita di giro.

Edilizia scolastica

Per l’edilizia scolastica il DDL prevede solo 40 milioni per il monitoraggio degli edifici scolastici all’interno del budget complessivo che finanzia il provvedimento. (art. 20 comma 1). Il resto dei fondi sono un recupero di risorse stanziate da precedenti governi e non spese e fondi europei non utilizzati:

Per informazione di seguito alcuni riferimenti sull’anagrafe edilizia scolastica:

L’Anagrafe Scolastica, istituita dalla legge 23 del 1996 dovrebbe vedere la costituzione di un database che descrive nel dettaglio le condizioni delle scuole italiane, con informazioni che riguardano dai certificati di agibilità all’indice di vulnerabilità sismica degli edifici. Ma questi dati non sono mai stati diffusi. Non solo per questioni di poca trasparenza, ma anche di inefficienza generale.

Secondo i dati di Cittadinanzattiva e Legambiente, oltre il 70% degli edifici scolastici ha lesioni strutturali e in un caso su tre non vengono effettuati interventi. Il 40,7% degli edifici scolastici è stato costruito tra il 1941 e il 1974 e presenta carenze importanti anche dal punto di vista sismico: poco più del 60% delle scuole italiane è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica del 1974, e non sempre gli interventi di manutenzione sia ordinaria sia straordinaria si sono rivelati all’altezza della situazione. Tre scuole su quattro presentano danni strutturali e quattro su dieci hanno una manutenzione carente. Più della metà delle scuole si trova in zona a rischio sismico. Una su quattro in zona a rischio idrogeologico. Il 41% ha uno stato di manutenzione mediocre o pessimo. Quasi tre su quattro presenta lesioni strutturali per lo più sulla facciata esterna; il 25% dei corridoi, il 21% delle mense e dei bagni e il 18% delle aule presenta distacchi di intonaco; segni di fatiscenza nei laboratori (24%), nelle aule e nei bagni (20%), nelle palestre e segreterie (19%), nel 15% delle mense. Di fronte alla richiesta di piccoli lavori di manutenzione, nel 15% dei casi l’ente proprietario non è mai intervenuto e nel 23% è intervenuto con molto ritardo. Nel caso di richiesta di lavori di manutenzione strutturale, nel 29% dei casi non sono stati eseguiti.

Il Consiglio di Stato ed il Tar del Lazio si erano espressi con una sentenza nei mesi scorsi, che obbligava il MIUR a pubblicare l'anagrafe dell'edilizia scolastica, il Sottosegretario Faraone si era impegnato a presentarla entro il 22 Aprile sulla scia di quanto è accaduto recentemente nella scuola di Ostuni.

Ma il MIUR non è riuscito a rispettare i termini: il rinvio sarebbe dovuto alla mancata comunicazione dei dati da parte di ben 6 regioni: Lazio, Campania, Sicilia, Molise, Basilicata e Sardegna, che non hanno inviato la "fotografia" delle condizioni dei loro edifici scolastici al MIUR.

Deleghe al Governo

Il numero di deleghe al governo è anch'esso tema preoccupante perchè sottolinea come il Parlamento venga svuotato delle sue competenze e venga demandata al Governo di rivedere l'intero comparto scuola, come ad esempio il Testo Unico della scuola che comprende gli orari di lavoro, il periodo di ferie, gli stipendi.

 

 

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