Crisi educativa? “La scuola aiuti gli studenti a vivere in un mondo connesso, con la presenza dell’intelligenza artificiale e della procreazione assistita”. INTERVISTA a Matteo Lancini

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Professor Lancini, l’attuale modello educativo è in forte crisi, i rapidi cambiamenti che viviamo ci hanno portato ad una società fluida e nichilista, dove sempre più prepotentemente fa il suo ingresso il mondo del digitale, con la conseguenza di un disorientamento generale. Come possiamo modificare questo andamento negativo?

È indubbio che i cambiamenti intervenuti nella società portano delle trasformazioni, ad esempio lei accennava alla fluidità che è una nuova normalità per le nuove generazioni. Credo che certamente, rispetto a quello che lei dice, è vero che è una società molto individualista, molto competitiva e questo, spesso, spinge gli adulti a dare la responsabilità di questa situazione a internet o ad attribuire il malessere, il disorientamento, il disagio dei ragazzi alla pandemia. La verità è che bisogna lavorare su che cosa devono fare gli adulti e credo che bisogna smetterla di pensare che il problema sia internet dopo aver costruito una società perennemente connessa, smetterla di pensare che il malessere dipenda solo dalla pandemia, visto che la pandemia ha solo esacerbato dei disagi già presenti. Bisogna invece aiutare attraverso i modelli scolastici, attraverso l’organizzazione della scuola e attraverso anche ad una relazione, sia a scuola che in famiglia, più identificata col fatto che queste generazioni dovranno crescere all’interno di questa società, una società dove saranno sempre connessi, dove avanza l’intelligenza artificiale, dove la procreazione assistita, al di là del dibattito in schieramenti radicalizzati, fa sì che queste siano le prime generazioni che crescano con il dato di fatto che si possono avere dei figli senza l’atto sessuale, la prima volta nella storia dell’umanità che la sopravvivenza della specie non è legata all’atto sessuale. Quindi credo che sia arrivato il momento che gli adulti si assumano delle responsabilità per far sentire a questi ragazzi che gli stiamo avvicinando delle risorse, che sono culturali ma che sono anche affettive, e che sono delle risorse per far sentire che gli adulti sono identificati con loro e fargli sentire che c’è un posto in questa società per il loro futuro.

Spesso parliamo della fragilità degli adolescenti, ma poco si parla della fragilità delle figure educative, siano essi genitori o insegnanti. Ci dà alcuni consigli per migliorarci?

Ho appena scritto un testo che si intitola “Sii te stesso a modo mio – Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta” proprio per sottolineare il fatto che a mio avviso, appunto, sullo schermo di internet, sullo schermo della pandemia noi proiettiamo delle nostre fragilità. La nostra fragilità dipende dal fatto che facciamo fatica a pensare l’altro. Dicevo prima di una società individualista, ma non mi sarei mai immaginato che questo individualismo portasse a far sparire i propri studenti e i propri figli. Con questo voglio dire che noi continuiamo a cercare formule perfette, certificazioni, ma perdiamo di vista un aspetto centrale, che ogni figlio, ogni studente è unico. Mi lasci dire solo una cosa sulla scuola, al di là appunto della necessità anche di alcune categorie che vengono incontro alle necessità dei ragazzi, basterebbe immaginarsi che ogni ragazzo ha un bisogno educativo speciale, si chiamano bisogni educativi normali, ognuno ha un proprio funzionamento. Vivere in una comunità scolastica, e quindi con delle regole comuni, non significa dimenticare che ogni soggetto è unico. Lo stesso avviene a casa, dove molto spesso i genitori applicano delle formule tipo l’età esatta a cui dare il cellulare, come se i ragazzi fossero tutti uguali e maturassero tutti nello stesso momento, oppure continuare ad avere atteggiamenti alla ricerca della ricetta perfetta da dotare ai figli. Il primo punto da cui dobbiamo partire è questo, siamo in grado noi di identificarci con l’altro, con il nostro figlio, con il nostro studente? Identificarci non è un’espressione che riguarda la psicologia, è un’espressione che riguarda l’umanità. Oggi, in nome delle nostre fragilità, facciamo interventi educativi per dire che abbiamo fatto i bravi studenti, i bravi genitori o i bravi insegnanti e continuiamo a portare avanti dei modelli che a mio avviso non aiutano. Lavoro da tanto tempo e sono contento che aumentino le esperienze delle scuole senza voto, sono le scuole, secondo me, più rigorose, dove davvero il voto viene tolto di mezzo ma non per essere più accondiscendenti, anzi al contrario. Le scuole devote alla scuola non danno valutazioni numeriche, danno valutazioni molto serie, anche molto più rigorose, più severe, ma che consentono ai ragazzi di capire quali sono i punti di debolezza e i punti di forza per raggiungere gli obiettivi. Non dimentichiamoci mai che per la scuola il problema non è continuare a costruire una cultura per cui bisogna portare a casa la promozione e il numero, ma bisogna portare a casa apprendimenti, sensazioni di crescita, esperienze uniche e straordinarie che solo la scuola, che il luogo migliore dove crescere, può dare ai ragazzi.

Chi sono i nuovi adolescenti?

Difficile sintetizzarlo in una risposta, provo a dare degli spunti. Innanzitutto l’adolescente odierno non è più trasgressivo, sento parlare ancora che l’adolescenza è l’età della trasgressione, ma lo era negli anni passati, nella società sessuofobica, quindi dove il sesso non si poteva esprimere, in una società dove vigeva una norma ed una regolamentazione sin dalla più tenere età che faceva sì che i ragazzi, arrivati in adolescenza, si ribellassero agli adulti. Oggi gli adolescenti sono ragazzi che hanno fatto i conti molto spesso con degli ideali elevati di successo e popolarità, alimentati non solo dai genitori ma dalla sottocultura massmediatica e da internet, ma ancora di più sono generazioni che si sono prese carico, come dicevo, della fragilità degli adulti, delle richieste che arrivano dagli adulti. Quindi, ad esempio, oggi sappiamo che il consumo di cannabinoidi, come hashish o marijuana, ha perso qualsiasi valenza trasgressiva e oppositiva, semmai è un anestetico, un antidolorifico, un anti-noia, un anti-tristezza, questo è il primo punto. Poi ce n’è un altro, l’adolescente non è onnipotente, so benissimo che lo sviluppo delle ricerche che hanno consentito di comprendere il funzionamento cerebrale a capire che gli adolescenti ancora non hanno maturato tutte le aree del cervello non sono ancora del tutto sviluppate, ma non si deve dimenticare che l’adolescenza è l’età con cui fai i conti con la fine dell’onnipotenza, tipica dell’età infantile. L’adolescente scopre che morirà, ha bisogno di entrare in contatto con questo tema. Questi sono solo due punti, gli altri li avevamo accennati all’inizio, c’è il tema della fluidità, oggi sempre di più non conta essere maschio o femmina rispetto al desiderio dell’atro, l’individuazione di chi ti piace, ma sempre di più incontriamo ragazzi che pensano che ci sia la persona. Credo che una delle grandi novità su cui dovremo fare i conti, e non a caso lei lo accennava all’inizio, è il tema della fluidità, noi siamo sempre nati con l’idea che definirsi, se pensa dal punto di vista psicologico, significa definire un’identità, rinunciare all’onnipotenza, quindi non essere tutto. Credo che oggi in una società liquida, fluida, globale, il tema di restare in qualche modo in una fluidità possa far parte di un modo di adeguarsi ad una società davvero in rapida trasformazione e complessa. Quindi credo che, sintetizzando e semplificando, i punti che ritengo salienti sono questi: la trasgressione non esiste più; non è vero che i ragazzi sono onnipotenti, ma semmai devono fare i conti con la fine dell’onnipotenza; la fluidità nelle decisioni, ma anche il fatto che il sesso interessi sempre meno, arrivano da tempo dati dagli Stati Uniti, ma anche in Italia sono usciti test recentemente, che ci confermano che la sessualità è sempre meno al centro. Nella società che abbiamo creato per le nuove generazioni conta essere nella mente dell’altro, non compenetrare il corpo dell’altro, come abbiamo sempre pensato. Per questo hanno grande successo sexting, selfie e la comunicazione continua attraverso internet che noi abbiamo creato e diffuso.

Si parla molto di limitare l’uso dei dispositivi digitali a scuola, in una società sempre più digitalizzata. Perché invece non si parla mai dell’educare all’uso corretto del digitale?

Se ne parla in teoria ma purtroppo questo è uno dei segnali della fragilità adulta. Continuo a vedere, e l’ho scritto anche nel libro, iniziative che dicono a che età dare ai ragazzi il cellulare, che il cellulare non debba entrare a scuola e poi vedo adulti che in ogni luogo, in ogni dove, hanno in mano il cellulare. Vedo una società dove internet darà per questi ragazzi un collegamento continuo. Nel mondo universitario se non sai usare Internet non potresti neanche iscriverti all’università, tutti gli studenti hanno il computer acceso. Ritengo che questo tema di internet, che lei giustamente sottolinea, serva adire “guardi, mi sto spostando su questa posizione”. Ritengo e continuo a dire che invece bisognerebbe vietare l’utilizzo del cellulare e dei social network da trent’anni in su e rendere obbligatorio l’utilizzo del cellulare a scuola e in ogni dove tra gli undici ai trent’anni, quando lo dico ridono tutti. Allo stesso modo chiedo di vietare i gruppi di WhatsApp dei genitori, ma non si può fare. Insomma, tutti banchettano ad internet e poi costruiscono, in nome di contraddizioni che si rendono conto di aver creato, una educativa, una narrazione in cui bisognerebbe spegnere questi collegamenti, lo trovo incredibile. Bisognerebbe oggi vietare all’adulto di parlare di telefonini e smartphone, di guardare i ragazzi e non dirgli te lo tolgo, ma di fargli delle proposte alternative. Trovo incredibile che in Italia dopo una pandemia, e tutto quello che è successo, l’unico luogo che non sia perennemente connesso 24 ore al giorno sia la scuola secondaria di secondo grado. Ogni albergo, stazione ferroviaria, aeroporto è connesso, chiunque si muove in internet, il mondo del lavoro è lì, ma l’importante è che si dica che la scuola si limiti a questo uso. Questo non educa al digitale, spinge i ragazzi a fare esperienze in internet sempre più spesso fuori dal luogo più importante che è la scuola e continua a far dormire sonni tranquilli agli adulti che dicono di esser stati autorevoli, ci sarebbe da ridere e invece a me viene da piangere. È incredibile che anche quest’anno, nel 2023, si siano fatte le prove della maturità senza poter usare internet da parte dei ragazzi. Si chiamano prove online, vengono utilizzate in università e da tutte le parti, questo vuol dire oggi valutare se siamo interessati a loro e far capire che pensiamo a loro, se invece siamo interessati a dire che stiamo facendo dei bravi educatori e dei bravi insegnanti continuiamo così, in questo modo sempre più spesso avremo ragazzi che della scuola penseranno solo a portare a casa il voto, a portare a casa il malloppo e non vedranno nella scuola un luogo di crescita che invece cercano, perché non vedono l’ora di avere adulti identificati. Conosco insegnanti che da tanto tempo hanno acceso il telefono e sono collegati ai ragazzi e fanno lezione. È l’alternativa, è quello che propongono gli adulti che porta ad allontanarsi, semmai, dall’essere catturati da internet, o altrimenti lo integra. Come dice lei educare al digitale senza avere il digitale a scuola mi sembra talmente evidente che non abbia funzionato, ma se vogliamo continuiamo ad andare avanti così, dicendo che abbiamo creato la cultura e il limite di internet privando i ragazzi dei collegamenti nelle scuole.

Un’ultima domanda. Oggi si parla molto di educare le competenze non cognitive, finalmente iniziamo a capire che la persona non è solo conoscenza ma anche relazione sociale. Quanto è importante educare la persona a saper gestire le proprie emozioni e le relazioni con gli altri?

È necessaria un’alfabetizzazione emotiva degli adulti, non dei ragazzi. È necessario capire che oggi, nella società che abbiamo creato, molto spesso gli adulti faticano a tollerare, in famiglia soprattutto ma anche a scuola, i fallimenti, gli inciampi, i dolori, il funzionamento dei ragazzi. Può sembrare banale, ma in nome della relazione ho visto degli studenti seguire insegnanti dentro anche la materia, cosa che non avrebbero mai fatto con un altro insegnante, dove appunto ci riferiamo all’interesse per la singola disciplina e non capiamo l’importanza, a volte, come lei sottolinea, della relazione. Oggi i ragazzi, che non sono trasgressivi, e come dicevo prima cercano di essere pensati dall’altro, ricercano in modo del tutto nuovo anche gli insegnanti. Come lei sa, da diversi anni non solo i ragazzi vanno di più agli sportelli di ascolta a scuola o dagli psicologi, ma raccontano all’insegnante, che sentono davvero appassionato e identificato con loro, delle cose che io non avrei mai raccontato a nessun insegnante. Si affidano, cercano nella relazione. È ovvio che è difficile insegnare ad essere relazionali, ma senza relazione, con i ragazzi di oggi, che peraltro sono espertissimi di relazioni, cresciuti immersi in un bagno di relazioni sin da piccoli agli asili nido, che sono cresciuti nella società dell’ipercollegamento, senza delle capacità e competenze relazionali sarà molto difficile che i ragazzi apprendano. Invece quando trovano un adulto competente, appassionato, che ogni giorno a scuola cerca di proporre e avvicinare quello che serve a costruirsi un futuro, ecco che si affidano e confidano agli insegnanti parti di sé stessi. Chi dice che oggi fare l’insegnante sia un mestiere più difficile ha ragione, anche il genitore rispetto a quelli del passato, ci mancherebbe, però chi dice che gli studenti di oggi siano peggio di quelli del passato, misurandolo solo attraverso le prove invalsi oppure attraverso le competenze, credo non si renda conto di che occasione abbiamo con studenti che sono molto meno conflittuali rispetto agli insegnati e molto spesso sono disposti a sottomettersi in maniera meno ambivalente una volta che incontrano un adulto davvero competente ma soprattutto identificato con loro e con il loro funzionamento.

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