Crisi educativa, il problema non è il modello di assunzione dei docenti ma la loro formazione

di redazione
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di Alice Spada – Il reclutamento della secondaria deve essere considerato per quello che è: l’assunzione degli insegnanti di medie e superiori. Ora, certo è necessario dire sì ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, è necessario premiare sia il merito che la tenacia, è fondamentale credere in chi nelle fasce ci ha creduto nonostante tutto, è fondamentale premiare chi la sua pacchia se la vive “in graduatoria da una vita”, e così via.

Sì, il reclutamento deve essere riformato. Ma non solo nella sua forma finale, non solo nel modello di assunzione. Ridurre il problema del reclutamento al problema assunzioni significa non riconoscere il nesso tra formazione/assunzione che è il centro del rapporto educazione/società.

Il reclutamento dovrebbe essere riformato a partire dalla formazione degli insegnanti. Se siamo preoccupati per la crisi della cultura scientifica, se vediamo ideologie mostruose che credevamo sepolte aleggiare vive e vegete intorno noi, se non ci fidiamo del fatto che esiste un reale senso di appartenenza nazionale, la scuola nella persona dei suoi insegnanti è la prima responsabile. Si sente di tutto: analfabetismo di ritorno, miopia storico-temporal-geografica, carenze contenutistiche che neanche i Neanderthal, matematicità in via di estinzione. Gli insegnati ne sono i responsabili.

La soluzione sarebbe trattare la professione insegnante con lo stesso grado di precisione formale che si ha per l’avvocatura e per la medicina. Ogni altra strada, ogni altro tappo nella veste di reclutamenti innovativi non produrrà altro che confusione. E niente, niente è meno produttivo in educazione della la confusione. Educare richiede ordine, disciplina, attenzione, precisione terminologica, rilassatezza mentale. Parte dalla formazione del corpo insegnanti. Finisce in classe.

Il problema della formazione per la secondaria non è un problema quantitativo, come ad oggi sembra essere trattato. Abbinare cinque anni da disciplinaristi a tre anni di Formazione In Training non sembra essere una soluzione efficace. Otto anni così strutturati non solo non sono necessari, sono troppi e ingombranti. E’ necessario istituire percorsi di laurea magistrale a ciclo unico ad hoc che conducono all’insegnamento nella secondaria. Cinque anni che uniscono armoniosamente disciplina e pedagogia e la cui conclusione è l’abilitazione. Le conoscenze per fare tutto questo ci sono.

Non riduciamo la crisi educativa ad una crisi nel modello di assunzione. Riconosciamo invece che senza un modello di formazione insegnati davvero efficace il palliativo teatrino del rimbalzo della palla assunzioni da Ministro a Ministro non finirà mai.

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