Crisi dei giovani o crisi degli adulti? Il ruolo della scuola nel mondo fragile. Lettera

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Inviata da Annalisa Boselli – La curva delle vecchie e nuove fragilità emotive e scolastiche sembra in perenne ascesa tra ragazzi e bambini. Le diagnosi di dsa, autismo, disagi psicosociali invadono costantemente le scuole.

Stando ai dati del Miur, a distanza di 10 anni dalla legge 170/2010, le diagnosi di dsa sono passate dallo 0,9% del 2010 al 3,6%
2019, con dei picchi superiori al 100% per disgrafia (più 192%), disortografia (più 175%) e discalculia (più 189%). In crescita – tutt’altro genere di disturbo – sono anche quelle di autismo: in meno di vent’anni si è passati dallo 0,3% all’1,5% di casi
certificati, prendendo come riferimento l’età di 8 anni. Oggi si stima che nelle scuole circa 1 bambino ogni 66 abbia ricevuto una diagnosi di autismo, con una prevalenza molto più alta nei maschi.

A fronte di questi dati, c’è un interrogativo che, come educatori, dobbiamo porci: possibile che sia tutto riconducibile a una maggiore sensibilità tra la popolazione e/o a una maggiore accuratezza diagnostica? C’è, anche in ambito medico, chi nutre dei dubbi, come lo neuropsichiatra infantile Michele Zappella, in “Bambini con l’etichetta”, rispetto all’aumento reale dei casi. Il
rischio, come già sottolineato dal noto esperto di autismo – è che in questo proliferare di diagnosi di dislessia il messaggio che arriva dalle nostre istituzioni agli insegnanti è che dislessia, discalculia, disgrafia, sono caratteristiche biologiche dell’individuo e che, come tali, rischiano di perpetuarsi e vanno gestite in terapia. Si tratta di qualcosa di completamente errato, che toglie alla scuola uno dei compiti principali: insegnare. Alla scuola questo si chiede. E impedirle di svolgere questo
compito è grave e se ne vedono le conseguenze: se andiamo a vedere le statistiche, sul piano dell’insegnare a leggere, l’Italia è tra gli ultimi paesi, è un paese dove i ragazzi che entrano nella scuola superiore non comprendono un testo. Questo è il vero punto.

Che la legge 170/2010 sia nata con le migliori intenzioni, ossia quelle di garantire un percorso di studio anche a bambini e ragazzi con difficoltà, è chiaro, ma gli effetti che crea vanno nella direzione opposta. Non quelle di garantire un autentico percorso di formazione, ma di “appaltare” all’esterno quello che dovrebbe essere un percorso educativo e che invece diventa un trattamento sanitario.

Alle superiori spesso e volentieri una certificazione di dsa comporta uno “sconto” in termini di richieste e la possibilità (di fatto certezza) di istituire verifiche programmate, senza potere usufruire di un vero potenziamento e rafforzamento
delle proprie competenze perché la legge non prevede ulteriori capitoli di spesa dedicati e in classi sempre più numerose diventa un’utopia. Tradotto: siccome hai un “disturbo” di carattere sanitario, ti faccio passare ma senza avere la possibilità di
formarti davvero; in più, dovrai convivere con l’etichetta del “diverso” con tutto il rischio di incrementare le tue fragilità anche sul piano emotivo. Un caso scuola sono i bes “psicologici”. Ragazzi in situazioni di fragilità emotiva per i quali vengono redatti pdp come bes – in molti casi – solo perchè stanno vivendo un momento di ansia e turbamento. Non rischiamo di patologizzare la normalità? La vita è costellata di momenti difficili. E anziché fare capire loro questo, lo consideriamo un disturbo da “aggiustare”, con tutto il rischio di farli sentire sbagliati. Certo poi che gli adolescenti si sentono fragili, perché i fragili corrisponde esattamente a come li facciamo sentire noi.

Inoltre, serve adattare la legge al nuovo scenario socio-culturale e al digitale, che hanno modificato in modo preponderante l’apprendimento; non è un caso se le diagnosi più in crescita riguardano discalculia e disgrafia: chi fa più i conti a mano?
Chi usa più la scrittura a mano fuori dalla scuola, dopo primaria e medie? Chi non ha risentito in modo negativo del periodo di isolamento cui ci ha costretto la pandemia?

Allora forse è necessario chiederci in modo onesto e autocritico: non siamo forse noi, che fatichiamo a comprendere i veloci cambiamenti del mondo presente e abbiamo bisogno di etichettare tutto come “diverso” e sbagliato? Non siamo forse noi
come adulti, docenti, sanitari, a trasformare in fragili i ragazzi e i bambini perché è così che li facciamo sentire e così ci sentiamo anche noi? E la scuola non rischia di abdicare così al ruolo certo complesso, impegnativo, ma pur sempre educativo di tutte le intelligenze, anche quelle più “resistenti”, al fine di migliorare le persone e offrire loro non certificazioni, ma capacità reali di muoversi in un mondo complesso e in rapido mutamento?

Questo, naturalmente, non significa lasciare sola la scuola. Da sola può ben poco. Serve la collaborazione di tutta la società: medici, psicologi, ma anche associazioni culturali, scientifiche, storiche, no-profit, devono collaborare al fine di creare una vera “comunità educante”. Ma, questa volta, mettendo bambini e ragazzi al primo posto, senza farsi prendere la mano dalla mania delle certificazioni.

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