Cresce gap Sud-Nord: nel Meridione record abbandoni, competenze in calo, pochi diplomati

Di Lalla
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Ufficio Stampa Anief – Mentre i livelli d’istruzione dei giovani del Nord Italia si avvicinano all’UE, il Mezzogiorno sprofonda: il rapporto “Bes”, il Benessere equo sostenibile e sostenibile in Italia, realizzato dal Cnel su dati Istat, rivela che in Sicilia, Sardegna e Campania lascia precocemente un giovane su quattro, mentre in Europa uno su dieci. Preoccupante anche il livello delle competenze di base: in italiano il punteggio degli istituti tecnici del Nord è migliore di quello dei licei dalla Campania in giù.

Ufficio Stampa Anief – Mentre i livelli d’istruzione dei giovani del Nord Italia si avvicinano all’UE, il Mezzogiorno sprofonda: il rapporto “Bes”, il Benessere equo sostenibile e sostenibile in Italia, realizzato dal Cnel su dati Istat, rivela che in Sicilia, Sardegna e Campania lascia precocemente un giovane su quattro, mentre in Europa uno su dieci. Preoccupante anche il livello delle competenze di base: in italiano il punteggio degli istituti tecnici del Nord è migliore di quello dei licei dalla Campania in giù.

Pacifico (Anief-Confedir): un risultato “figlio” dei tagli lineari all’istruzione, che non tengono conto delle difficoltà del Sud. Ma che si accompagna anche al boom di disoccupati e alla riduzione dei redditi, tornati a quasi 30 anni fa. Monito al Governo che si sta insediando: urge un rilancio culturale, dell’artigianato, del turismo e dell’Ict su formazione e lavoro.

Assume livelli sempre più preoccupanti il divario tra l’istruzione dei giovani del Nord e quelli del Sud, dove rimane altissimo il numero di abbandoni in età d’obbligo scolastico, fortemente limitato il numero di diplomati sotto la media e le competenze medie decisamente ridotte. Il dato emerge chiaramente dal rapporto “Bes”, il Benessere equo sostenibile in Italia, realizzato dal Cnel su dati Istat: se in Italia il ciclo formativo si interrompe già molto presto, il 18,2% dei giovani con meno di 16 anni rispetto al 12,3% della media europea, al Sud la situazione diventa preoccupante, in particolare in Sicilia, Sardegna e Campania, dove ormai quasi un giovane su quattro lascia precocemente.

Il divario si conferma a livello di competenza alfabetica: in Calabria, Sicilia e Sardegna – spiega il Cnel – il livello funzionale si attesta tra 184 e 185 punti, laddove in Valle d’Aosta, provincia di Trento e Lombardia raggiunge i 214 punti. E anche per il livello di competenza numerica si notano evidenti differenze. Lo stesso discorso vale per le tipologie di scuole: i risultati peggiorano man mano che si procede da Nord a Sud, al punto che, in italiano, il punteggio degli istituti tecnici del Nord è migliore di quello dei licei del Mezzogiorno. Una tendenza “figlia” anche e soprattutto del territorio dove le scuole sono allocate: nel 2011, infatti, continua il Cnel, risulta iscritto al liceo il 46,1% dei ragazzi di 13-19 anni che vivono in famiglie con capofamiglia dirigente/imprenditore o libero professionista, mentre tra i ragazzi che vivono in famiglie con capofamiglia operaio la quota scende al 13,8%.

Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief e delegato Confedir, le scuole del Sud vivono in uno stato di abbandono cui sono state destinate dai tagli lineari attuati dagli ultimi Governi: “i nostri governanti – spiega il sindacalista – continuano a razionalizzare le spese non tenendo conto dei disagi in cui vivono determinati territori, in particolare quelli del Sud, già penalizzati da scarsità di infrastrutture, dalla carenza di servizi e dal dramma dell’occupazione, oltre che da una modesta propensione all’investimento culturale”.

Lo Stato – continua Pacifico – anziché dare impulso alla promozione sociale di queste aree, ha pensato bene di risparmiare. Eliminando 200mila posti negli ultimi sei anni, sottraendo 8 miliardi di euro negli ultimi quattro e chiudendo di recente 2mila scuole a seguito del cosiddetto dimensionamento, anche se poi ritenuto illegittimo dalla Consulta. Gli istituti sono ridotti allo stremo, tanto che alcuni dirigenti sono arrivati a chiedere ad ogni famiglia fino a 300 euro l’anno di contributi. Il problema è che invece di investire nella formazione, in professionalità, in tempo scuola, in competenze, ad iniziare da quelle nell’Ict, in Italia si continua a considerare l’istruzione un comparto da cui sottrarre risorse”.

I nostri decisori politici sembrano vivere in uno Stato che non c’è. Negli ultimi cinque anni (dati Istat) il numero di coloro che cercano lavoro è raddoppiato: il tasso di disoccupazione è passato dal 6,5% del dicembre 2007 all’11,2% del dicembre 2012. In termini pratici, le persone in cerca di occupazione sono aumentate di 1,3 milioni: da 1,6 milioni a 2,9 milioni. Ed è soprattutto la realtà giovanile ad essere in difficoltà: dal 2007 i disoccupati tra 15 e 24 anni sono passati dal 21,5% al 36,6%.

A fronte di questa situazione lavorativa così dimessa, anche i redditi degli italiani si sono “asciugati”, tornando ai livelli del 1986: se nel 2007, anno di avvio della crisi economica, lo stipendio medio era di 19.515 euro, oggi siamo scesi a 16.955 euro. E lo stato delle aziende italiane è pessimo: nel biennio 2011-2012 ne sono state chiuse oltre 100mila.

Come se non bastasse, in Italia la spesa in Istruzione è sempre più misera: tanto che (dati Ocse) il nostro Paese si piazza per investimenti nella scuola al 31° posto tra i 32 considerati. Solo il Giappone fa peggio di noi. Per non parlare degli stipendi degli insegnanti, tra i più bassi: con 32.658 dollari l’anno nel 2010 nella scuola primaria (contro i 37.600 della media Ocse), 35.600 dollari nella scuola media (39.400 Ocse) e 36.600 nella secondaria superiore contro 41.182 dell’area Ocse.

“Il nuovo governo – sostiene Pacifico – dovrà necessariamente porre il tema del superamento di queste barriere, rilanciando l’artigianato, il turismo, le nuove tecnologie applicate alla formazione e al lavoro. Ad iniziare dal Mezzogiorno, sempre più indietro, dove è fondamentale che il miglioramento dei livelli diventi la priorità assoluta, sempre comunque nel rispetto dei vincoli ecosostenibili e delle nobili tradizioni culturali locali”, conclude il sindacalista Anief-Confedir.

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