Crepet: riconoscere il ruolo dei docenti e didattica in presenza. Genitori non mettano in discussione valutazione insegnanti. INTERVISTA

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Di cambiamenti la scuola ha bisogno e forse questo è il momento più opportuno per avviare una seria riflessione sulle necessità di cui la nostra scuola necessita, ne abbiamo parlato con il Professore Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista, autore di innumerevoli pubblicazioni, che ci ha condotto su una serie di riflessioni che coinvolgono tutti gli attori della scuola: insegnanti, alunni, famiglie e decisori politici.

Professor Crepet, la scuola forse è l’ambito che ha subito maggiori trasformazioni legate all’emergenza pandemica stravolgendo le sue finalità educative e di socializzazione. Nel suo libro “Oltre la tempesta” lei ci porta a ragionare su un futuro costruito in maniera collettiva per superare le cicatrici dell’esperienza vissuta. È la linea giusta anche per costruire un nuovo modello di scuola?

Credo che si la linea corretta per avviare un cambiamento nella scuola, ma questo cambiamento non può che avvenire partendo da ogni piccola realtà in cui viviamo, non possiamo pensare che si possa cambiare in poco tempo e tutto insieme un sistema così complesso e variegato come la scuola. Dopodiché sarebbe importante che si avviasse una serie riflessione su una riforma della scuola, che oggi vive una profonda crisi, partendo dall’individuazione dei problemi e delle necessità di cui ha bisogno. Il nostro paese ha una grande tradizione pedagogica, penso a Maria Montessori, don Milani, Mario Lodi, solo per citarne alcuni, ma il loro insegnamento quasi non viene preso in considerazione da chi deve prendere decisioni. I ragazzi hanno bisogno di socializzare, di usare i sensi, sperimentare, giocare e anche essere sgridati se necessario. Chi governa deve partire da questi maestri della pedagogia, dai loro insegnamenti, cercando di prevenire e non soltanto rincorrere la situazione che stiamo vivendo.

Lei da tempo ha lanciato l’allarme sui danni provocati dall’uso eccessivo di device che la DAD ha accentuato. Quali sono i principali problemi che derivano da questo uso sbagliato della tecnologia e come possiamo ridurli?

L’uso che facciamo della tecnologia è una delega alla macchina delle nostre funzioni cognitive. Non usiamo più il nostro cervello, ma cerchiamo tutto sulla rete. Nel mio libro “Baciami senza rete” ho affrontato il tema del digitale precisando che non si tratta di una guerra alla tecnologia digitale, non dobbiamo limitarci ad una scelta tra il digitale o il ritorno ad un anacronistico passato, ma quello che è importante è l’uso che ne facciamo della tecnologia digitale. La dobbiamo considerare come uno strumento che deve aggiungere qualcosa alla nostra quotidianità e non sostituirsi ad essa. Il pericolo del digitale è che si sostituisca alla realtà e che si perda la funzione fondamentale della socializzazione, fatta di sguardi e interazioni. Stare con la testa su un display per ore è sbagliato e dannoso, rischiamo di procurare gravi danni psicologici che si manifesteranno nel medio e lungo termine. I bambini ed i ragazzi hanno bisogno di confrontarsi in presenza, di vivere e sperimentare le emozioni, hanno bisogno della manualità e tutto questo il digitale non può darcelo.

Lei ha scritto diversi libri sulla nostra incapacità di ascoltare le nuove generazioni. Circa vent’anni fa ha realizzato una trilogia con i libri “Non siamo capaci di ascoltarli”, “Voi noi” e “I figli non crescono più”. Oggi la situazione sembra sempre più difficile anche per i rapidi cambiamenti che si registrano tra una generazione e la successiva. Ogni ciclo scolastico sembra un’era geologica differente. Con ragazzi sempre più fragili come può un educatore riuscire a registrare le esigenze dei propri alunni e interagire con loro?

La fragilità è un bene, significa che esiste un’identità e su questo aspetto si deve innestare il pensiero educante per affiancare i bambini ed i ragazzi nella costruzione della propria personalità. Per capirli è fondamentale partire dall’ascolto. Non possiamo pensare di sapere quali siano le loro necessità se non impariamo ad ascoltarli. Questo vale sia a scuola che a casa, insegnanti e genitori devono ascoltare i ragazzi per poterli capire e da lì costruire un’azione educativa. Ma per fare questo è necessario dedicare del tempo a loro, l’ascolto richiede tempo che dobbiamo essere in grado di ritagliare nelle corse quotidiane a cui siamo abituati. Dobbiamo fermarci e guardarli negli occhi per ascoltarli e capire le loro necessità. I bambini esprimono le proprie emozioni in modo diverso, non bisogna sminuirle né sottovalutarle, ma dargli il giusto peso per capirne i bisogni. Per loro è importante sapere che saremo sempre lì pronti ad ascoltarli e sostenerli.

Con Gardner abbiamo iniziato a parlare di intelligenze multiple, Goleman ha approfondito la conoscenza dell’intelligenza emotiva. Tuttavia a scuola l’attenzione è rivolta prevalentemente all’acquisizione delle conoscenze, con particolare attenzione ad alcune materie, e quasi per niente all’educazione emotiva e del valore del pensiero divergente. Lei ha affermato che di sentimenti ed emozioni non interessa a nessuno e che a scuola bisognerebbe partire da tre pilastri che sono autonomia, autostima e creatività. Come possiamo cambiare il nostro approccio educativo?

Il punto di partenza sono proprio queste tre parole: autonomia, autostima e creatività. La giusta mescolanza di questi tre elementi permetteranno di crescere ragazzi equilibrati e competenti. Ormai è da tempo che parlo dell’introduzione dell’educazione sentimentale a scuola, ma chi dovrebbe insegnarla? E come? Una mia proposta è stata quella che ogni scuola adotti un cucciolo perché dall’accudimento si può partire per educare i sentimenti. Un altro aspetto è la riscoperta dei sensi, l’alfabetizzazione delle emozioni non può che partire da qui. Famiglia e scuola devono aiutare i bambini e i ragazzi alla conoscenza consapevole delle proprie potenzialità. Per quanto riguarda la creatività è importante che imparino a ragionare fuori dagli schemi. È un grave errore lasciarli con la testa sugli smartphone, ipnotizzati a vedere quello che un algoritmo ritiene più importante per loro. Bisogna riscoprire il valore della noia, oggi è una parola quasi sconosciuta ma che ha un ruolo importante per la costruzione della creatività. I grandi innovatori hanno sempre ragionato fuori dagli schemi, sono stati audaci, ambiziosi, nell’accezione positiva del termine, si sono lasciati trasportare dalla curiosità, dalla voglia di scoprire e noi dobbiamo incentivare i nostri studenti a questo approccio. Tutto questo un algoritmo non può capirlo, ci propinerà sempre la cosa più di moda in quel momento, ma questo non porta da nessuna parte se non restare intrappolati nella mediocrità.

Un’ultima domanda. L’alleanza educativa tra scuola e famiglia è sempre più un’utopia. Le performance scolastiche vengono viste sempre più come gare dove il fallimento non può essere contemplato, con gravi ripercussioni sugli studenti che vivono con ansia le verifiche e a volte crollano per un fallimento. Quanto è importante il diritto di sbagliare e come dovremmo riscoprire l’alleanza scuola-famiglia per crescere in maniera più sana i nostri giovani?

Le famiglie devono comprendere che sul piano educativo è importante delegare alla scuola questa funzione. L’educazione dei propri figli è compito degli insegnanti e i genitori non devono diventare una specie di sindacalisti dei propri figli mettendo in discussione le valutazioni dell’insegnate senza nemmeno avere competenze in materia. L’eccesso di buonismo di molti genitori è un boomerang che si ritorce nei confronti dei propri figli. L’alleanza educativa tra scuola e famiglia non può che ripartire dal riconoscimento della funzione e del ruolo del docente. Per quanto riguarda il diritto di sbagliare questo è un aspetto importante da un punto di vista pedagogico. I ragazzi devono capire che quando non si è preparati si incappa in brutti voti che possono portare anche alla bocciatura. Una scuola che non boccia più è fallimentare. Promuovere anche chi non lo merita è sbagliato, abbiamo bisogno di una scuola meritocratica dove ognuno riceve per quello che dà. I ragazzi devono capire che esistono anche i fallimenti, metabolizzarli e superarli. Questo è il modo per poter crescere persone più consapevoli delle proprie capacità. Partire dai propri sbagli e migliorarsi ci permette di superare i fallimenti e questa capacità è fondamentale per essere in grado di affrontare i problemi, viceversa chi non si è mai imbattuto in un fallimento scolastico avrà difficoltà anche nella vita quotidiana a reagire alle difficoltà che di volta in volta ci troveremo ad affrontare.

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