Crepet: “Ai vostri figli date acquerelli e non tablet. Mandateli in montagna senza telefono, magari impareranno a riconoscere Nord e Sud”

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Facciamo una cosa: “Date degli acquerelli ai vostri bambini. Non tablet e computer. Acquerelli. Inoltre, visto che qui vicino c’è Sestola, mandateli 15 giorni in montagna, i vostri figli, ma senza telefono”. Poi magari scoprirete che Giovanni, “che andava male a scuola, sa riconoscere il Nord e e il Sud, perché ha questa passione ereditata dal suo papà, e magari l’alunno che ha tutti 8 non sa nulla sull’argomento”.

Paolo Crepet è appena arrivato in treno e si è appena seduto in poltrona sul palcoscenico. Lo psichiatra osserva il suo pubblico che occupa tutti i posti in platea e in galleria e chiarisce. Anzi, insiste: “Lo dico apposta, per irritarvi. Per rompervi le scatole. Non sono qui per il vostro consenso”. Ma non è un Crepet polemico, anzi. Per la verità punta quasi per intero il proprio monologo sull’importanza dell’empatia.

L’evento si svolge presso il Teatro comunale di Carpi, a due passi da Modena. Il titolo del monologo, “Prendetevi la luna” richiama il contenuto dell’omonimo libro. Ma che ci fa uno psichiatra in un teatro? “Incontro tanta gente – spiega lui nella presentazione della serata – mi chiedo che cosa possono volere da me. Certamente una guida, una speranza, forse perfino una luce che accenda i cuori di giovani e meno giovani. C’è sete e fame di parole, di pensiero. Cercano un’eresia in un mondo codificato. Non posso che dire loro ciò che mi sono ripetuto per anni lungo il corso della mia vita: “prendetevi la luna”. E cioè “Siate ambiziosi, cercate la vostra unicità. Bisogna avere la fronte alta e continuare a sognare. Il pericolo è nella bonaccia delle emozioni, nella rassegnazione, è in chi semina accidia e smarrimento come se fosse la regola del più aggiornato marketing dell’esistenza. Opporsi a tutto questo è il mio desiderio, la mia missione, la ragione per cui continuo a peregrinare nelle piazze e nei teatri. Cerco libertà, passione, coraggio. Il resto è noia”.  

Tutto vero. Non c’è astio verso lo stato pietoso dell’umanità, nelle parole, nei moniti e nelle considerazioni, nelle invettive di Crepet, sebbene quelle considerazioni si rivelino disarmanti, demoralizzanti, inquietanti, dacché non riescono a non rivelare il profondo anelito di umanità e di empatia di cui lui vorrebbe ci riappropriassimo tutti, visto che nel corso degli anni abbiamo finito per barattarla – l’empatia – con la paura, con la tristezza, con la solitudine, con l’apparente sicurezza dello starsene chiusi in casa al riparo da tutto, ché tanto con un pulsante posso ordinare una pizza, fare una riunione online, fare una consulenza con un paziente “di cui però non sento l’odore e neppure il dolore”.

L’empatia costa, precisa Crepet nel raccontare un aneddoto doloroso con una propria paziente. Le aveva consegnato, una ventina di anni orsono, un taccuino del marito dopo il suicidio di lui. Lui che non aveva retto la morte della loro figlioletta. Un taccuino che, lei, non voleva gettare e che però non voleva nemmeno tenere in casa. Desiderava che lo tenesse lui, lo psichiatra Crepet. Che non la vide più. In quell’incontro si è celebrata certamente una forma quasi sublime di empatia, sia pure di natura professionale ma salvifica. Empatia salvifica, quella di cui ognuno di noi avrebbe bisogno sempre di più, poiché sempre di più ognuno di noi – e non c’è più età o stato sociale che vi si possa ritenere indenne – conta e talvolta racconta con dolore gli effetti avversi legati al suo progressivo consumarsi.

L’empatia costa, si diceva. “Costa tanto tenere uno sguardo pietrificato”, osserva lo psichiatra. “Ma se avete avuto la possibilità di incontrare il dolore, sapete bene che tante volte bastano l’ironia e l’esperienza, che sono materia di vita”. Ma, per paura, “abbiamo cancellato l’empatia dalla nostra vita”. Semmai “bisogna avere paura del fatto che non ci sia l’empatia. Quell’incontro casuale mi ha insegnato molto, non mi sono mai separato da quel taccuino, è nel mio cassetto, anche se non l’ho mai letto e non ho mai visto più quella donna, che so per certo, tuttavia, che sta meglio. Ciò che quella donna ha supposto è che io conoscessi il dolore e che fossi capace di rovesciare quella condizione. La stragrande maggioranza di persone sarebbe uscita distrutta da quel dolore. Io stesso mi sono sentito più forte. Allora questa empatia siamo sicuri di volerla cancellare dal vocabolario? Io non vorrei firmare la resa sull’empatia. Abbiamo barattato l’empatia con la comodità. La vita è invece eresia, che significa ricerca”. Prendersi la luna.

“Prendetevi la luna” non è un consiglio, è una suggestione. Così si legge nella presentazione del volume. “Non vale solo per i momenti difficili, ma anche in quelli di gioia, o quando si tende più alla rassegnazione che all’esaltazione. La luna è lì apposta, scompare e ricompare proprio perché se ci fosse sempre sarebbe banale. Funziona come il desiderio, che implica il cercar le stelle proprio quando non ci sono o si teme siano nascoste da qualche parte dell’universo. Oggi più che mai siamo catturati dal presente e ce lo siamo fatti bastare, forse atterriti per ciò che potrebbe essere alle porte o per sazietà di quanto possediamo. La famiglia fatica nella propria funzione autorevole, la scuola è inzuppata di burocrazia e impermeabile al cambiamento, l’attenzione per l’ambiente, tentando di garantire un futuro benefico, rischia di ammalare la bellezza, mentre le tecnologie disegnano un mondo di relazioni mute e asservite a nuovi ordini categorici. È come se il futuro proponesse messaggi controversi invece che rassicuranti. Eppure, non sono gli eventi che ci stanno cambiando, ma noi che cambiamo gli eventi. Cacciare un orizzonte, non conquistarlo, questo è il senso di pensare e di scrivere. E oggi c’è proprio bisogno di cercare qualcosa di nuovo. Non tutti ci provano, né sentono quest’obbligo. Si combattono guerre terribili, eppure è più preoccupante ciò che non fa rumore e che si annida in tante anime persuadendole ad arroccarsi, a difendersi chiudendo l’uscio di casa. Girano spacciatori di comodità, allettano i pensieri di molta gente.

In questo nuovo libro, Paolo Crepet torna sui temi a lui più cari, l’educazione, la scuola, la famiglia, con un intento chiaro: fornire uno strumento per orientarsi oltre la coltre di nubi che oscurano la luna, ovvero la speranza. Per questo dice ai giovani e anche a chi non lo è più: prendetevi la luna. Ognuno la sua, ovviamente”.

E la scuola? Non poteva certo mancare un toccata e fuga anche in quest’occasione su studenti e personale scolastico: “mi chiamano insegnanti, genitori disperati, bidelli, presidi”. Un aneddoto recente: “Una professoressa mi contatta ieri – racconta Crepet – Mi dice: Abbiamo fatto un tema di italiano e poi con i ragazzi e con le ragazze ci siamo posti un problema: qual è tra questi temi quello pensato dall’umano e quello della IA? Io penso: ma in quale baratro siamo caduti? Quanti neuroni ci sono rimasti? Una ragazza ha capito, prosegue la professoressa. Ma come ha fatto? Siccome si raccontava di un viaggio in barchetta e in una delle due versioni si parlava di albero maestro, allora una ha detto: la barchetta non ha l’albero maestro. Lo capite? Il residuo della nostra intelligenza servirà a capire quanto siamo cretini. Cosa faccio oggi a scuola? Leopardi e Leopardi IA?”

E “le emozioni? Che fine hanno fatto le emozioni? Quando sento dire che l’innamoramento è una cosa normale”, lo psichiatra impietrisce. “Davvero pensiamo che innamorarsi sia una cosa tanto banale, tanto normale? Eppure a scuola s‘insegna la normalità. E’ la scuola del sei meno meno, la scuola della mediocrazia. Ma la mediocrazia fa venire il voltastomaco. A scuola ormai è tutto psicopatologico, è ansia per tutto, ansia per il voto. Ma io capisco davvero poco la scuola senza voto”. La scuola senza voto, ma scherziamo? “Il medico deve essere bravo. Deve avere studiato tanto. Deve avere perso tante domeniche e tanti aperitivi. Ma ditemi: davvero trovate mostruoso tutto questo? Ma sì! Aboliamo la scuola. E ora di finirla con lo studiare, basta con l’essere interrogati”.

Per fortuna – prosegue il sarcasmo di Crepet – “c’è il registro elettronico, così mamme, papà e nonni controllano l’andamento scolastico degli alunni: genitori uniti nell’uccisione dei figli. Non sanno nulla e siete contenti. Bisogna anzi uccidere i docenti. Poi vanno in tre in auto a portare e a riprendere i figli a scuola. Siete genitori castranti. Ma quanto poco amate i vostri figli? Invece dovete credere di più nei vostri figli. Non servono le raccomandazioni, non serve la fortuna. Credete in loro. Io ho fatto la mia vita: perché mia figlia non la deve fare? Invece li uccidete. Noi siamo istruttori di volo, non dei bancomat”. Insomma, dobbiamo essere degli esempi. Noi “non siamo quello che abbiamo lasciato. Non siamo il trovarsi dal notaio per i metri quadri o cubi di quel che abbiamo lasciato”. E ancora: venisse oggi Freud, avreste il coraggio di dirgli cosa avete fatto oggi? Otto ore ore sui social e foto finale del cappuccino postata su Facebook”. Le risate del pubblico sono puntuali e sono amare. “Qui, in questa terra, avete fatto la Lamborghini. Ora fate una foto di una fetta di prosciutto da postare sui social. Ci stiamo estinguendo. E orse ha ragione Elon Musk. È una regola del regno animale: poco terreno, poca vita. Poca speranza, pochi figli”.

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