Covid scuola, 45 minuti di lezione + 15 minuti di ricambio d’aria e alunni distanziati: la proposta del SIMA [INTERVISTA]

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Per capire quanto sia importante l’aerazione nelle nostri classi, in vista del ritorno a scuola del prossimo 7 gennaio, abbiamo intervistato Alessandro Miani, presidente del SIMA – Società Italiana di Medicina Ambientale e professore di Prevenzione Ambientale all’Università degli Studi di Milano.

Il ricambio dell’aria nelle aule è fondamentale per prevenire rischi di contagio da covid. Le indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico, riportate nel  verbale n.100 del Comitato Tecnico Scientifico del 12 agosto 2020, si limitano a evidenziare la necessità di assicurare l’aerazione dei locali in cui si svolgono le lezioni, avendo cura di garantire periodici e frequenti ricambi d’aria, cui si provvederà contemperando l’esigenza di costante aerazione dell’ambiente didattico con il diritto degli allievi a svolgere le attività didattiche in condizioni ambientali confortevoli.

Come abbiamo evidenziato in un precedente articolo, non vi è un obbligo a mantenere aperte le finestre durante tutto il periodo delle lezioni in aula. Tuttavia, specie nelle ultime settimane con le temperature in molte regioni del Nord piuttosto basse, sono arrivate diverse segnalazioni di genitori e insegnanti che lamentavano la difficoltà a far ricambiare l’aria alle classi: gli studenti hanno troppo freddo.

Ecco perchè in molti, anche dalla politica, hanno invitato a pensare ad alcune alternative: da Lorenzo Fioramonti, ex ministro dell’Istruzione, al deputato Rossano Sasso, hanno posto proprio l’attenzione su questo tema.

Per capire quanto sia importante l’aerazione nelle nostri classi, in vista del ritorno a scuola del prossimo 7 gennaio, abbiamo intervistato Alessandro Miani, presidente del SIMA – Società Italiana di Medicina Ambientale e professore di Prevenzione Ambientale all’Università degli Studi di Milano.

 

Quanto è importante il ricambio d’aria nelle aule in epoca Covid?

Garantire una qualità dell’aria ottimale in classe è di per sé molto importante anche al di fuori di situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo con il  COVID-19 e purtroppo il sovraffollamento e la vetustà strutturale degli edifici scolastici e delle aule nel nostro Paese non vanno in questa direzione. La Commissione Europea ha effettuato nel 2015 un’indagine specifica (SInPHONiE – Schools Indoor Pollution and Health Observatory Network in Europe) per valutare la qualità dell’aria in 114 scuole primarie (5575 studenti) di 23 Paesi dell’Ue, scoprendo che l’85% degli studenti è esposto a concentrazioni di PM2,5 e PM10 più elevate rispetto a quelli considerati sicuri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2005 per la prevenzione delle malattie cardiopolmonari. Una scadente qualità dell’aria indoor potrebbe provocare lievi eventi avversi (es. mal di testa, nausea ecc.) o causare problemi respiratori. SIMA ha pubblicato, insieme alla Cattedra UNESCO per l’educazione alla salute e sviluppo sostenibile, delle linee guida per la qualità dell’aria a scuola, documentando anche le evidenze disponibili sull’associazione tra qualità dell’aria e rendimento scolastico degli alunni. In epoca di pandemia, agli effetti negativi sulla performance degli studenti ed alla prevenzione di potenziali allergie nate in aula, si aggiunge il rischio di possibili contagi derivanti dalla saturazione dell’aria interna con particelle virali infettive emesse dalla normale respirazione di portatori del coronavirus. Le concentrazioni di CO2 espirata degli studenti possono essere utilizzate anche come indicatore del rischio di diffusione del coronavirus SARS-COV2 nel caso in cui siano presenti uno o più casi di COVID-19 all’interno della classe. Sappiamo che ogni bambino sotto i 10 anni produce 14 litri di CO2 all’ora, che è la metà della CO2 generata da ogni adolescente in condizioni di sedentarietà (27 litri), mentre nell’ora di educazione fisica si raggiungono gli 85 litri di CO2 all’ora. In quest’ottica, l’attenzione alla ventilazione e alla qualità dell’aria indoor è cruciale per il prosieguo dell’anno scolastico almeno quanto il distanziamento inter-personale. 

 

Eppure con la stagione invernale le temperature rigide non permettono grande aerazione delle aule. Dispositivi per il ricircolo d’aria potrebbero servire?

SIMA ha supervisionato scientificamente lo studio realizzato dagli specialisti dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma sulla dispersione del virus negli ambienti chiusi. Basandosi su parametri fisici reali – quali la velocità dell’aria emessa da un colpo di tosse, la temperatura della stanza e la dimensione delle goccioline di saliva – è stata riprodotta in 3D la dispersione di goccioline (droplet) e aerosol. I risultati hanno confermato che i sistemi di ricambio dell’aria svolgono un ruolo determinante nel controllo della dispersione di droplet e aerosol prodotti con il respiro: per la prima volta è stato documentato che il raddoppio della portata dell’aria in entrata tramite sistemi di ventilazione meccanica controllata (VMC), calcolata in metri cubi orari all’interno di una stanza chiusa, riduce la concentrazione delle particelle infette del 99,6%. Al tempo stesso, raddoppiando la velocità della VMC si genera una dispersione aerea di droplet più rapida e a maggiori distanze rispetto a sistemi di ventilazione con portata standard o VMC spenta. A VMC spenta le persone più vicine a chi tossisce (1,76 metri nella simulazione) respirano l’11% di aria contaminata, mentre i più lontani (quattro metri) non vengono raggiunti dalla nube infetta. Con il sistema a velocità doppia si abbatte la concentrazione di contaminante e le persone più vicine ne respirano lo 0,3% e – seppure siano raggiunte rapidamente le anche persone più lontane – chi si trova a distanza da una persona infetta respira solo lo 0,08% di aerosol contaminato: percentuali bassissime e sostanzialmente irrilevanti ai fini del contagio. In poche parole, il ricambio d’aria negli ambienti indoor anche attraverso l’attivazione di sistemi scientificamente validati di ventilazione meccanica controllata con filtrazione dell’aria in entrata (VMC) e in aggiunta di purificazione dell’aria, si rivela fondamentale nella diluizione del virus ovverosia nella mitigazione degli inquinanti biologici aerodispersi presenti nelle droplet, riducendo significativamente la concentrazione dell’agente patogeno in aria.

Le mascherine, specie per i bambini di scuola primaria, possono creare problemi? Vanno bene le mascherine di comunità o altre tipologie?

Innanzitutto è necessario adottare norme specifiche per evitare il sovraffollamento delle classi senza deroghe, a partire dal rendere stabile anche per il futuro lo sdoppiamento delle classi già attuato durante l’emergenza COVID. Idealmente non dovrebbe essere mai superato, anche per le indubbie positive ricadute pedagogiche, il numero massimo di 22 alunni per classe, da ridurre a non più di 16 in presenza di alunni con gravi disabilità. Allo stesso tempo, nel momento in cui le attività scolastiche in presenza proseguono con l’obbligo di indossare le mascherine da parte dei bambini di 6-12 anni, si prenda in considerazione la riduzione del tempo scuola a 45 minuti per il computo di ogni ora di lezione, come già previsto per la didattica a distanza (per impedire uno sforzo prolungato degli alunni davanti agli schermi), dedicando gli ultimi 15 minuti a garantire un adeguato ricambio d’aria in assenza di sistemi di ventilazione meccanica controllata e/o purificazione d’aria. Infatti, al pari dell’esposizione continuativa ai monitor, anche il dover indossare una mascherina per molte ore consecutive non è di certo ottimale per la salute psico-fisica dei giovanissimi, come sperimentiamo purtroppo anche noi adulti sul posto di lavoro. La riduzione oraria a 45 minuti è l’unica misura a costo zero oggi a disposizione immediata dei dirigenti scolastici nell’ambito dell’autonomia scolastica in accordo con gli uffici scolastici regionali e provinciali, mantenendo inalterato l’orario scolastico (45 minuti di lezione + 15 minuti di ricambio aria lasciando gli alunni distanziati) o derogando al vincolo di recupero orario con riduzione del tempo scuola, visto lo stato emergenziale. Per quanto riguarda la tipologia di mascherine, l’Istituto Superiore di Sanità ha attestato una buona efficacia anche delle cosiddette “mascherine di comunità” tessute a doppio strato, al pari di quelle chirurgiche, fermo restando le ovvie difficoltà dei bambini ad un’imposizione – già difficile da rispettare da parte di noi adulti – che potrebbe rivelarsi superflua se fossero adottati in ogni aula adeguati sistemi di ventilazione meccanica controllata, ricambi d’aria e misure di screening a monte. Come SIMA consigliamo l’uso di mascherine FFP2 o KN95, le uniche in grado di filtrare sia in entrata che in uscita i droplet più fini e di ridurre del 95% il rischio di contagio, sempre nel rispetto del distanziamento interpersonale. Inoltre queste mascherine  aderiscono meglio al viso e possono essere utilizzate sino a 8 ore consecutive senza doverle cambiare mentre sappiamo che le mascherine chirurgiche mantengono una buona performance di filtrazione solo per 4 ore. 

Che tipo di educazione ambientale servirebbe nelle scuole? Avete una proposta?

SIMA ha un proprio Dipartimento dedicato all’Educazione Ambientale, le cui attività di ricerca sono coordinate dalla Prof.ssa Manuela Pulimeno (docente di scuola superiore). Nella visione di SIMA, per realizzare efficaci interventi di educazione ambientale e promozione della salute a scuola (aspetti strettamente interconnessi), non si può prescindere dal rendere le stesse scuole degli ambienti di vita salubri e sostenibili. Le scuole, insomma, devono essere esse stesse lo specchio di sostenibilità ambientale e salubrità attuata nel concreto. Gli studenti dovrebbero “respirare” negli edifici un’aria pura, garantita anche – laddove possibile – da barriere verdi nel perimetro delle scuole (ed anche piante in grado di assorbire polveri sottili e inquinanti all’interno delle aule) e “gustare” la bellezza di aule pulite e ordinate o di spazi attrezzati all’aperto dove svolgere la ricreazione (oggi spesso trascorsa al proprio banco). Trasferire la ricreazione o alcune lezioni all’aperto diventerebbe utile, nella prossima primavera, anche in funzione di prevenzione COVID per limitare il tempo trascorso in ambienti indoor. Tutto questo per rendere la scuola – per così dire “ontologicamente”, nella sua essenza – un luogo salubre e accogliente per gli studenti e per tutto il personale scolastico. In attesa che gli stakeholders istituzionali realizzino gli obiettivi definiti nel documento di “Policy integrate per una scuola che promuove salute” approvato dal MIUR e dal Ministero della Salute la scorsa estate, è urgente almeno diffondere su vasta scala nel quotidiano quegli approcci educativi motivazionali già proposti nelle indicazioni nazionali del Ministero fin dal 2012 per veicolare la promozione di stili di vita sani tra le giovani generazioni, rendendole consapevoli delle conseguenze dei comportamenti a rischio sia sul singolo che sulla salute collettiva e planetaria. Si tratta di trasformare gli educatori in “health promoters” come abbiamo sottolineato in una recente pubblicazione su Lancet Public Health con la Direttrice Generale UNESCO per l’istruzione, Stefania Giannini. Anche nel campo dell’educazione ambientale, strettamente correlata all’educazione alla salute, l’apprendimento significativo e trasformativo è in grado di stimolare in modo proattivo l’acquisizione ed il mantenimento di stili di vita, con l’obiettivo di formare giovani responsabili nei confronti di sé stessi, degli altri e dell’ambiente.

 

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