Covid, la riapertura delle scuole non è responsabile della seconda ondata: lo rivela uno studio

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Il risultato emerso da un nuovo studio evidenzia un ruolo tutt’altro che decisivo della scuola ai fini del contagio della seconda ondata covid

La scuola è un luogo sicuro, si o no? E’ letteralmente uno dei leitmotiv che da settembre ci accompagna praticamente ogni giorno. Se da un lato le parole della Ministra e del Governo tendono a rassicurare dal punto di vista istituzionale, dall’altro si susseguono studi che vanno ad indagare sulla situazione contagi e covid nelle scuole.

Un nuovo studio effettuato da un gruppo di ricercatori ha incrociato dati del ministero dell’Istruzione, banche dati, Istituto superiore di sanità e regionali dal 14 settembre al 7 novembre sul 97% delle scuole italiane, ovvero 7,3 milioni studenti e 770 mila insegnanti. E il risultato emerso evidenzia un ruolo tutt’altro che decisivo della scuola ai fini del contagio della seconda ondata covid.

Uno studio quindi si segno opposto a quello realizzato da un gruppo di lavoro di studiosi a Reggio Emilia, pubblicato nei giorni scorsi, su Eurosurveillance, rivista europea di settore, che invece identifica gli studenti delle scuole secondarie italiane come fortemente coinvolti nell’infezione.

Come riporta il Corriere della Sera, la ricerca mostra che l’incidenza di positivi tra gli studenti è inferiore a quella nella popolazione generale: se la media è 108 su 10 mila, nelle scuole primarie e secondarie di primo grado è stata di 66 su 10 mila, mentre nelle scuole secondarie di secondo grado è 98 su 10 mila.

Nuovi positivi, numeri bassi rispetto alla media per studenti del primo ciclo

Si rileva dunque che nei gradi inferiori di istruzione, infatti, l’incidenza di nuovi positivi è stata mediamente inferiore del 38,9% rispetto al resto della popolazione in tutte le regioni (tranne il Lazio) mentre nel caso delle superiori è stata «solo» del 9%, tranne in tre regioni (Lazio, Marche ed Emilia Romagna).

Per quanto riguarda il personale scolastico, tra gli insegnanti e il personale non docente l’incidenza è stata due volte superiore a quella osservata nella popolazione generale (circa 220 su 10 mila) perché il numero di tamponi effettuati è molto elevato.

Il numero di test per istituto a settimana è infatti variato in media da 7 nella scuola materna a 18 nelle scuole medie, con diverse scuole che fanno ben oltre i 100 test in una settimana durante il tracciamento.

Pochi focolai nelle scuole

Lo studio riporta anche altri dati, ad esempio i focolai che si sono creati nelle scuole nel periodo tra il 23 novembre e il 5 dicembre tra studenti e docenti di scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado: a fronte di un elevato numero di test effettuato ogni settimana, i focolai sono stati in meno del 7% delle 13 mila scuole analizzate nelle due settimane, un campione di quasi un milione di studenti. Infatti, meno dell’1% di tutti i tamponi eseguiti a seguito di un positivo a scuola sono risultati positivi.

Indice Rt in aumento: le scuole non c’entrano

Le scuole, quando sono state riaperte, hanno contribuito all’aumento dell’indice Rt?  Secondo lo studio no: gli aumenti dell’indice Rt non sono legati con l’apertura delle scuole, anzi: in alcune regioni dove le scuole hanno aperto prima, l’Rt è aumentato più tardi rispetto alle regioni dove le scuole hanno aperto dopo, e viceversa.

La ricerca è stata condotta da Sara Gandini, epidemiologa e biostatistica presso l’istituto europeo di oncologia di Milano, Luca Scorrano, medico, già direttore scientifico dell’istituto veneto di medicina molecolare, professore ordinario di biochimica all’università di Padova e Francesco Cecconi, professore ordinario e biologo cellulare dell’università di Roma e Copenaghen, entrambi membri dell’Embo. Nel team di ricerca ci sono anche Maria Luisa Iannuzzo, medico legale del dipartimento di Prevenzione Aulss9 Scaligera e Maurizio Rainisio, biostatistico con più di 40 anni di esperienza con aziende farmaceutiche.

 

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