Covid 19: dalla DAD alla didattica di Pulcinella. Lettera

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Inviata da Francesco Cutolo – Qualche giorno fa era stato solennemente e in pompa magna annunciato che una commissione di superesperti, l’ennesima al capezzale della scuola malata cronica e non solo di Covid, era a lavoro e che altrettanto perentoriamente non si sarebbe parlato di scuola fino a settembre.

Ebbene, tutte le riflessioni, almeno quelle più importanti, sembrano il segreto di Pulcinella: ogni giorno ipotesi, indiscrezioni ed esotiche soluzioni dal sapore orwelliano. Due sono le cose: qui o si pensa ad alta voce oppure come nel celebre gioco con le carte napoletane si sta “lisciando il tre” di ipotesi capestro. In effetti la fase 2 si incammina con la grande incognita di un’eventuale situazione regressiva se non effusiva, pertanto al netto delle cassandre e dei discorsi lassisti e disfattisti, occorre davvero progettare qualcosa di più sostanzioso. Cosa? Il lavoro.

La scuola è infatti solo una parte del mondo del lavoro e non può reggere da sola l’impatto settembrino del ritorno tra i banchi con o senza la paventata rotazione. È chiaro che un tale sforzo è necessario spalmarlo su tutto il tessuto sociale con una visione più ecologica del concetto di lavoro, capace di chiedere la riscrittura delle regole anche degli altri ambiti lavorativi. Se, per tornare a Pulcinella, non vogliamo ridurre tutto a una macchietta a una farsa da avanspettacolo didattico e pedagogico, bisogna intervenire pesantemente. Occorre leggere bene le esigenze al di fuori del quadro politico e della buona volontà degli attori della scuola, verso cui stranamente oggi da più parti si dichiara fiducia o forse semplicemente si è cambiato inutilmente prospettiva individuando nella scuola una piattaforma versatile, rabberciata, spoliata ma estremamente compatta e reattiva in questo sciagurato frangente. Bene, però le piattaforme, combattono continuamente con il rischio deriva e nel caso della scuola sarebbe deriva sociale se attorno non saranno costruiti arcipelaghi con ponti comunicanti con altre istituzioni, enti e privati con uno sforzo nuovo ma necessario.

La DAD non è la manna, non è la panacea e se didatticamente essa ha comportato la caduta delle maschere, del rapporto ex cathedra e relazionale, con una sorta di ecce l’ homo, senza il pudore della classe, della cattedra, del sapere mass mediatico, di un ente emittente, il docente e un ente ricevente l’ alunno, la scuola Ulisse è servita e rischia senza soluzioni organiche, di essere abbandonata alla notte dei proci, dove alunni, famiglie e gli stessi docenti reclamano il padre ed eroe della patria che torni a ristabilire l’ordine. Basta ipotesi e indiscrezioni, si dica chiaramente che nulla sarà come prima e questa volta con la schiettezza dell’aggiunta, per nessuno. Occorrono soluzioni più organiche e coraggiose, rifondare, a partire anche dal lessico, il significato della parola lavoro, cercando di coinvolgere tutte le parti sociali su un canovaccio convergente, rimodulando se non gli obiettivi dei vari arcipelaghi di interesse, quantomeno gli obiettivi di processo utili al loro raggiungimento.

Occorre cioè intervenire sul come e non sul cosa perseguire. Le soluzioni spot, quelle senza senso di appartenenza alla Terra, al pianeta nel suo complesso, saranno il solito spezzatino opinabile e alla fine lasciato al buonsenso delle parti in causa che causerà, non bisogna essere chiaroveggenti per intuirlo, incomprensioni, livori e levate di scudi. Qui nessuno deve salire sull’Aventino delle convinzioni che saranno sempre parziali e di parte, bisogna più organicamente effettuare scelte, condivise, “ecosolidali”, ed equosostenibili sennò a settembre la scuola sarà per l’ennesima volta un’ anatra zoppa a cui si chiede di correre in solitaria. Ritornando alla metafora iniziale, la drammatizzazione, la recita a soggetto, lasciamole alla celebre maschera partenopea, che con sapienza modula tragedia, farsa e ilarità, alla scuola non serve tutto questo, serve organicità, dialogo intersociale capace di combattere l’entropia delle misure tampone, del navighiamo a vista, imponendo altresì la mistica del dialogo, delle scelte pedagogiche, avvedute e decorose, realmente in linea con la sua funzione sociale.

La scuola c’è, e checchesenedica, a vario titolo ha risposto e continuerà a dire presente, perciò si allarghi l’appello, si estendano con coraggio responsabilità e impegno sennò altro che ripartire più forti, semmai più divisi e perciò più vulnerabili.

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