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Cosa sono le emozioni secondarie, quali intercorrono tra studenti e insegnanti: riconoscerle e ascoltarle

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Oggi tutti parlano di emozioni, e le competenze emotive sono molto valorizzate anche nel mondo della scuola, grazie all’insistenza sulle Life Skills e sul valore dell’intelligenza emotiva.

Non è sempre stato così: c’è un lungo cammino della psicologia, della pedagogia e prima ancora della filosofia, per arrivare a parlare di emozioni in maniera così disinvolta come facciamo oggi.

Eppure ci sono ancora molte convinzioni radicate che ormai non reggono alla prova della ricerca neuroscientifica, psicologica, e ad un’osservazione realmente attenta del nostro comportamento, a scuola come nella vita quotidiana.

Sappiamo oggi ad esempio che quando decidiamo di acquistare un prodotto la valutazione cognitiva (i pro e i contra) arriva molto dopo quella rapidissima e potente del nostro cervello emotivo (il cosiddetto paleoencefalo), che in pochi millisecondi ha già preso la sua decisione. Di fronte a una forza così dirompente delle nostre dimensioni emotive ci domandiamo: è possibile controllare le nostre emozioni? Ha senso parlare di persone più o meno emotive? Le emozioni sono nemiche dell’apprendimento? E poi: siamo sicuri di conoscere a fondo le nostre emozioni? Può accadere che le un’emozione ne nasconda un’altra?

Conoscere le emozioni

Partiamo dal principio: come molti sanno dobbiamo a Paul Eckman, tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, la “scoperta” di emozioni universali, frutto di una lunga indagine transculturale che ha riscontrato alcuni modi archetipici, sempre uguali di esprimere il proprio vissuto interno: paura, gioia, disgusto, rabbia, disprezzo, sorpresa, vergogna. Sono le cosiddette emozioni primarie.

Come tuttavia sottolinea Giorgio Nardone (Emozioni. Istruzioni per l’uso, ed. Ponte delle Grazie 2019), anche se il contributo di Eckman è indiscutibile, almeno nei suoi primi scritti egli mette insieme emozioni che hanno una profondità e un modo di “funzionare” molto diverso; pensiamo alla paura: una reazione immediata, un segnale di fuga di fronte ad un pericolo, che ha lo scopo in pochissimo di tempo di salvarci la vita suggerendoci un comportamento più adatto. Nessuna riflessione razionale interviene nel determinare la nostra reazione: il cervello “moderno”, quello evolutivamente più recente, che si occupa della cognizione e del ragionamento, non è neanche interpellato.

Pensiamo ora ad un’emozione complessa come la vergogna: qui non abbiamo una risposta immediata e “semplice” come nel caso della paura, ma una serie di svariati fattori, tra i quali magari contano esperienze passate, stratificate fin dall’infanzia, che portano ad un reazione così tipicamente sociale, che si intreccia con l’ambiente, con la considerazione che abbiamo degli altri e che gli altri hanno di noi stessi.

Scopriamo così che ogni emozione è un mondo a sé, ha un proprio funzionamento peculiare, oltre ad attivare – come oggi sappiamo grazie alle tecniche di neuro-imaging – diverse e specifiche aree cerebrali.

Le emozioni sono sempre soggettive

Non basta. Ogni emozione è anche sempre vissuta soggettivamente, dipende da come noi percepiamo la realtà. Pensiamo alla vita scolastica di tutti i giorni: lo stesso fatto esterno – ad esempio un’interrogazione, magari a distanza – può provocare reazioni emotive diverse in diversi soggetti: per uno paura, in un altro ansia, in un altro ancora vergogna, oppure rabbia, verso l’insegnante o verso un compagno che prende sempre un voto migliore nonostante studi di meno. E’ possibile dar conto di questi vissuti emotivi analizzando semplicemente la situazione esterna? Ovviamente no, come sa qualunque educatore che si trovi ad affrontare reazioni spesso inaspettate, che sembrano incongrue, che magari suscitano il dubbio di essere autentiche oppure dissimulate.

La verità è che il vissuto emotivo è profondamente legato al vissuto personale: perchè una persona salta sulla sedia quando scopre un insetto pronto a saltare dal davanzale al proprio banco, con urla e grandi movimenti di popolo, mentre un altro lo prende delicatamente su un foglio e lo accompagna fuori dalla finestra? Perfino la paura, che sembra una reazione così diretta e per nulla ragionata (e lo è) si manifesta in maniera diversissima in diversi soggetti.

Già più di un secolo fa Alfred Adler, uno dei tre fondatori della psicoanalisi insieme a Freud e Jung, diceva che la maniera di reagire alle situazioni che la vita ci mette davanti dipende dallo stile di vita che ognuno di noi ha appreso nei primi cinque anni della sua esistenza. Non è solo il come siamo fatti in senso genetico a determinare la nostra percezione del mondo e quindi le nostre reazioni emotive, ma anche l’intreccio della nostra genetica con l’ambiente, come molto più recentemente mostrano gli studi sull’epigenetica, una delle prospettive contemporanee più interessanti che uniscono scienze tradizionali e neuroscienze (ad es. gli studi di Donald Hebb, o in Italia di Daniela Lucangeli).

Questo ci tranquillizza sul fatto che, anche se siamo sempre più abituati a parlare di ruolo degli ormoni, o dei neurotrasmettitori, non troveremo mai il meccanismo puramente biologico che spiega il nostro modo soggettivo di reagire di fronte ad un fatto esterno, il perchè di un’emozione vissuta in quello specifico modo – e dunque il farmaco che, intervenendo sul livello puramente neurobiologico, sia in grado di dominarla o controllarla in maniera così diretta e meccanica.

Il problema è che, anche assodato che ognuno vive la realtà quotidiana in un modo suo proprio, irripetibile, spesso è difficile anche per lo stesso soggetto conoscere il proprio vissuto emotivo.

Questo ha una spiegazione tutto sommato semplice, che ci viene dalle neuroscienze: lo stimolo esterno, che provoca una reazione emotiva, provoca una risposta del nostro organismo, che si attiva facendoci vivere un’emozione – facciamo il caso di prima della paura – senza neanche che il nostro cervello “cosciente”, quella corteccia deputata alle funzioni superiori, della cognizione e del volere, sia coinvolto: aspettare l’assenso della ragione vorrebbe dire perdere l’occasione di salvarsi dal pericolo. In un secondo tempo, piuttosto, osservando la reazione che l’organismo ha avuto, la coscienza interviene elaborando l’accaduto, e si rende conto di aver provato paura. E’ come quando evitiamo per un soffio un incidente, grazie ad una reazione istantanea che provoca una rapidissima attivazione dell’organismo, che ci permette di salvarci; poi, quando ci fermiamo, capiamo di aver avuto paura, e anzi più passano i secondi e i minuti più lo spavento cresce, perché ci rendiamo conto di aver rischiato la vita.

Le emozioni nella scuola

Ora proviamo a pensare, anche in situazioni meno estreme, che i nostri ragazzi spesso vivono probabilmente emozioni di cui non sono consapevoli, che non sanno riconoscere, che faticano ad interpretare. Che a loro volta suscitano, per rimanere nella scuola, reazioni emotive negli insegnanti, i quali a loro volta sono ovviamente esseri umani soggetti agli stessi meccanismi. Ciascuno dei soggetti in gioco ha il suo personale modo di reagire emotivamente di fronte agli eventi, sulla base della sua genetica, della sua storia, del contesto. Aggiungiamo a questo la variabile straordinaria del funzionamento neurologico specifico per ognuno di noi, di cui abbiamo parlato nell’articolo sulla neurodiversità, che non interessa solo il livello cognitivo, ma anche quello emotivo.

Le emozioni secondarie

Una complicazione ulteriore si aggiunge se consideriamo che a volte quelle che arrivano alla nostra coscienza sono emozioni secondarie, cioè emozioni che seguono ad altre emozioni. In pratica quello che esprimiamo a noi stessi e agli altri non è ciò che realmente stiamo provando: a tutti noi sarà capitato di sentirci irritati, nervosi (emozione della rabbia, in diverso grado), e di non sapere neanche noi bene perché. Oppure di avere una reazione di rabbia di fronte ad un minimo stimolo magari proveniente da una persona (un alunno? un collega? un familiare?) che magari di per sè non c’entra nulla, in maniera esagerata e incongrua rispetto all’episodio in sè…? Quella sensazione in cui, in noi stessi e nelle reazioni degli altri, capiamo che c’è dell’altro. Magari c’è un’emozione sottostante, un’emozione primaria, che non è emersa a coscienza, proprio per il meccanismo che abbiamo citato prima: oggi sappiamo infatti con certezza che le emozioni condizionano il pensiero, anche inconsapevolmente, molto di più di quanto il pensiero sappia comprendere e condizionare le emozioni.

Così un’emozione di vergogna, magari per una propria situazione fisica, per qualche evento precedente, oppure uno stato di ansia dovuto ad un’emozione di paura per qualcosa che deve accadere, può rimanere latente, e manifestarsi invece attraverso la rabbia, che appena incontra un trigger, un evento scatenante, si esprime potente e apparentemente incomprensibile. Noi stessi sentiamo di vivere qualcosa che in realtà non è ciò che viviamo realmente, e anche gli altri vedono di noi questa superficie, e retroagiscono di conseguenza.

Ecco perché è importante cercare una via di accesso alle emozioni primarie sottostanti.

Ma come conoscere più a fondo le proprie emozioni? Innanzitutto è utile capire, se ci rendiamo conto, a posteriori, che non abbiamo potuto, saputo, esprimere ciò che realmente proviamo, il perchè ci accada questo. Abbiamo una convinzione radicata che ci dice che non è opportuno mostrare agli altri paura per una situazione che ci sta accadendo? Il pensiero corre naturalmente ad un’epoca di pandemia, dove la paura è diventata una compagna costante…

Ma in ogni situazione di vita può esserci un motivo di paura. Siamo invece profondamente convinti che provare vergogna sia un segno di debolezza? Il nostro sistema psichico non ci “autorizzerà” a provare vergogna, ed ecco che un’altra emozione si presenterà a mascherare quella reale.

Dunque ascoltare le nostre emozioni, anche partendo da quelle secondarie, ci è molto utile per capire di più noi stessi. Spesso il lavoro di aiuto psicologico può avere tra i propri focus proprio questo lavoro di conoscenza delle proprie emozioni e delle convinzioni ad esse legate.

Da un punto di vista relazionale è molto utile tenere in considerazione questo fattore, soprattutto per quel processo di mentalizzazione che ci permette – entro certi limiti – di immedesimarci nella situazione cognitiva dell’altro (ad esempio uno studente), e di empatia che ci permette di cogliere e “sentire” la sua situazione emotiva.

A scuola possiamo facilmente immaginare la complessità di questo intreccio, tra studentesse e studenti, e docenti, ciascuno con il proprio vissuto emotivo, che magari è a sua volta una manifestazione derivata di un’emozione più profonda, che neanche i soggetti stessi sono in grado immediatamente di decifrare….

Si possono gestire le emozioni?

Come allora “gestire” questa complessità emotiva? Se le emozioni sono difficilmente dominabili dalla ragione, ma anzi è vero il contrario, come salvaguardare quell’esigenza di convivenza sociale che richiede un certo equilibrio emotivo, che richiede di rispettare norme e convenzioni, come non disperdere il valore della peculiarità umana del pensiero razionale e del linguaggio, che dovrebbero “addomesticare” le emozioni, quanto meno nominandole e moderandole?

Giorgio Nardone, nel già citato Emozioni. Istruzioni per l’uso, propone tre “miti” secondo cui le emozioni sarebbero da addomesticare, sfogare, controllare, condizionare. Ci sono tecniche, che la storia della psicologia ha sviluppato in particolare nell’ultimo secolo, anche se affondano le radici in saperi molto più antichi, per ciascuno di questi scopi. Ma la strategia migliore sembra infine quella di farsi “amiche” le emozioni, accettandole ed “utilizzandole” in maniera funzionale. Tipico è il caso della paura: cercare ad ogni costo di scacciare la paura è come il noto esperimento in cui qualcuno ci intima “Non pensare ad un elefante rosa…”!, ottenendo solo di non farcelo più togliere dalla mente. Allora esistono tecniche che si possono apprendere per non essere dominati dagli effetti della paura, ma nulla potrà impedire di vivere questa emozione. Così come il piacere e le altre emozioni primitive.

Emozioni e apprendimento secondo le neuroscienze

Da ultimo, ricordiamo come le ricerche delle neuroscienze sottolineano sempre più l’importanza delle emozioni per l’apprendimento. La vecchia idea di uno studio asettico, puramente cognitivo, è anch’essa smentita dalle conoscenze attuali. Una importante neuroscienziata americana, Immoridno-Yang (allieva e collaboratrice di Damasio), afferma piuttosto che le emozioni siano “l’impalcatura dell’apprendimento” (M. H. Immordino-Yang, Neuroscienze affettive ed educazione).

L’emozione vissuta da uno studente nel risolvere un problema di matematica, ad esempio, non va vista come uno stato passeggero, accidentale, che nulla c’entra con il compito cognitivo che questi ha davanti. E’ invece qualcosa che ha a che fare con la motivazione fondamentale per cui lo studente punta verso la soluzione del problema, per il piacere intrinseco in questo risultato, per il timore della disconferma di un brutto voto, per il bisogno di appartenenza al gruppo dei pari.

Non esiste dunque, nella scuola, un compito puramente cognitivo, razionale, neanche ciò che in apparenza è pura logica o pura ripetizione mnemonica, in un tutto interconnesso tra dimensione “mentale” e dimensione”corporea”, come gli studi di Damasio ci hanno ormai da un paio di decenni mostrato, confutando l’idea cartesiana di una mente pura isolata dal corpo.

Lo stesso avviene quando gli studenti osservano il maestro, il docente: le sue manifestazioni emotive accompagnano in modo indissolubile gli aspetti razionali e cognitivi del suo insegnamento e, come sottolinea sempre nei suoi interventi Daniela Lucangeli, il cervello di chi apprende “traccia”, insieme alle cognizioni, anche le emozioni. Ecco perché svolgere bene un compito per paura, ripetere alla perfezione per l’angoscia della collera di un insegnante, associa emozioni negative ai contenuti appresi, e questa associazione resterà scritta nel nostro sistema psichico tendenzialmente per tutta la vita. La reazione naturale davanti a quella disciplina sarà così di fuga, anziché di interesse. Chi non ha amato le nozioni spiegate da un professore pieno di fascino e appassionato, e odiato quelle di un maestro svogliato e asettico nelle sue spiegazioni?

Il potenziale che l’insegnante ha nel plasmare, anche in senso neurobiologico, l’apprendimento dello studente è altissimo; come sempre, il primo passo è la consapevolezza:

Quando gli insegnanti non riescono a comprendere l’importanza delle emozioni dei loro studenti, di fatto falliscono nel riconoscere una forza fondamentale nell’apprendimento. Si potrebbe ipotizzare, anzi, che essi falliscano nel riconoscere proprio la ragione per la quale gli studenti apprendono.”

M. H. Immordino-Yang, Neuroscienze affettive ed educazione

MASSIMO MARTUCCI

Sono uno Psicologo, lavoro a Milano e online, e ho alle spalle diversi anni di insegnamento al liceo. La laurea in Filosofia mi ha riconfermato nell’amore per la cultura e introdotto nel mondo della scuola; quella in Psicologia mi ha avvicinato, attraverso il lavoro clinico, alla sofferenza delle persone e all’unicità di ciascuna di esse. Mi occupo di apprendimento, disagio scolastico e lavorativo, e neurodiversità.

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