Cosa insegna la scuola. Lettera

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Inviata da Fernando Mazzeo – La scuola non fa politica, non indottrina e non conforma il pensiero degli studenti con quello dei docenti, ma si preoccupa di consentire la realizzazione di un più disteso e tranquillo profitto per dare quel vitale respiro d’azione, per abituare i ragazzi a vivere insieme, a lavorare insieme.

Si parte da ciò che si sa, da ciò che si può, da ciò che si ha. Si circonda la scuola di stimoli a cercare, a scoprire, si creano condizioni di vita e da esse si traggono norme, abitudini e conoscenze.
La disposizione di questi stimoli, di queste occasioni di crescita, creano delle leggi di ordine, dei rapporti di convivenza, di reciproco aiuto, di collaborazione d’affetti che dicono molto di più della semplice cifra di un voto.

Il sapere che la scuola dà, non si misura dai seppur necessari aspetti formali, come la certificazione dei risultati raggiunti, ma da quel tanto di ordine mentale, di coordinamento fisio-psichico che riesce a dare. Ed è superfluo aggiungere che questi criteri si impongono con naturale necessità.
Quando si pensa alla scuola, comunemente si immagina una comunità di alunni e docenti in cui la disponibilità ad apprendere e la naturalezza dei rapporti umani si fondono e si integrano con la costruzione di un profilo scientifico, culturale e morale che illumina, orienta e guida.

Oggi, purtroppo, nelle scuole pare di costruire sul vento. Illusioni e miraggi scompaiono in breve volgere di tempo. Non ci sono basi su cui poggiare un principio, la percezione è vaga, lo studio è affidato alla memoria rarefatta come nebbia e non è facile scoprire il bandolo nel groviglio dello spirito in tumulto.
Ciò che si credeva fosse stato compreso improvvisamente scompare, bisogna avere fiducia e pazienza, ma non è cosa facile.
Basta un nulla perché tutto quello che la scuola si sforza di fare per dare un po’ di luce sia distrutto.

Gli insegnanti devono contare esclusivamente sulle loro forze e sul loro impegno e il tempo che i ragazzi trascorrono a scuola è troppo breve per riparare i danni di una società malata e distratta.
Inoltre, il permissivismo e la mancanza di collaborazione delle famiglie genera un complesso di diffidenza e, a volte, di sfida.

È una scuola triste la nostra, dove qualche barlume di fiducia è quasi sempre seguito da un nero sconforto. Ci vuole un grande cuore per insegnare, una grande capacità e uno spirito di sacrificio senza confine.
La pedagogia che serve alla scuola e all’uomo, è quella che, nella vita, quotidianamente impegna e fa da sentinella alle innumerevoli problematiche sociali.

L’ educazione, come diceva Froebel, è un passaggio continuo dall’esterno all’interno e viceversa. Pertanto, gli stimoli ricevuti per concretizzarsi devono trovare il modo di essere estrinsecamente partecipati. Ma se ciò per vari motivi non accade, man mano si oscura senza lasciare traccia e anche lo spirito cade nel torpore e nell’indifferenza.

L’impegno educativo deve essere sempre vigile e pronto a misurarsi con complesse personalità in formazione e con leggi non sempre attente e funzionali all’organizzazione e al funzionamento delle scuole.

Scuola difficile la nostra. Anche perché, nonostante la molteplicità e la diversità degli interventi, sono sempre in agguato condizioni e momenti di crisi, di sfiducia, di stanchezza e di debolezza che possono ostacolare o rallentare l’esercizio didattico.

Il problema di cosa insegna o cosa non insegna la scuola non può, dunque, essere argomento di estemporanee esternazioni o di dissertazioni accademiche, né può servire come pretesto per caricare i docenti dei più ardui compiti e doveri, delle più disparate responsabilità.
La fiducia e, soprattutto, la consapevolezza di operare e di agire per il bene di tutti gli alunni, sono segno di forza e segno di gloria.

I docenti sono testimoni di una costante esperienza di illuminazione e di intelligenza umana, pienamente in linea con il difficile compito di educatori responsabili e autentici all’interno di una scuola difficile e triste.

In ogni docente c’è una responsabilità umana e sociale, c’è uno sguardo che cerca l’uomo per aiutarlo, c’è un’anima che aspetta quel tanto di illuminazione che può dare l’amore.
La cosa straordinaria è proprio la “Bella avventura” di chi ha imparato e quotidianamente impara, a proprie spese, a mettersi al posto dell’altro ed ha scelto come unico insegnamento possibile la pedagogia del dialogo che non lascia tranquilli, ma dona serenità.

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