Correggere insieme agli studenti gli scritti. Analisi sul testo e peer-review

di Myriam Caratù

item-thumbnail

È innegabile che la lingua italiana abbia subito colpi e contraccolpi sia dalla sua nascita, sia nella sua accezione parlata che in quella scritta.

Di solito nello scritto ci si attiene più rigidamente ai canoni della grammatica e della sintassi.

Nel parlato, invece (memori di un periodo in cui – prima o subito dopo l’Unità d’Italia – a farla da padrone erano i dialetti regionali), spesso si “chiude un occhio” su quei piccoli errori che sono diventati comuni nella lingua italiana.

Parliamo di: “gli” al posto di “le”, anacoluti, uso di anglicismi anche quando esiste la corrispondente parola italiana (es. “implementare” anziché “realizzare”).

Un caso

È ancora vivo nella mente di molti, ad esempio, il caso del neologismo “petaloso”: aggettivo entrato nell’uso comune della lingua italiana, usato per indicare un fiore “pieno di petali”.

Il termine è stato inventato da un bambino di terza elementare, ed ha assunto un valore molto speciale, visto che l’Accademia della Crusca l’ha valutato «bello e chiaro» rispondendo con una lettera al parere richiesto dalla maestra dall’alunno.

“In realtà ‘petaloso’, non in italiano ma in latino, è stato usato nel 1695 dal celebre botanico inglese, James Petiver, in un libro di falsificazioni botaniche. Petiver, nella sua farmacia di Londra, riceveva diversi campioni di piante che arrivavano dall’India, e per descrivere una di queste piante esotiche scrisse ‘flore petaloso'”. (Treccani)

Tradizione o innovazione?

Se dunque un bambino può inventare un termine, ed avere l’avallo dell’Accademia della Crusca, quanto è consigliabile mantenere la rigidità nelle correzioni?

È giusto attenersi scrupolosamente alla tradizione della lingua italiana – anche nelle sue componenti ormai in disuso – o si deve lasciar spazio all’innovazione – che sta prepotentemente facendo entrare in uso lo slang e promuove la coesistenza di più modelli, (complici anche i social media)?

Un metodo per intavolare una discussione costruttiva sugli aspetti in evoluzione della nostra lingua, e che permetta agli alunni di comprendere l’errore (così da ben fissarlo per non ripeterlo), è quello della revisione paritaria, anche detta peer-review.

Peer-review

Si tratta di un metodo che già viene ampiamente utilizzato in ambito accademico e scientifico: la revisione tra pari è la procedura di valutazione e di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca effettuata da specialisti del settore per verificarne l’idoneità alla pubblicazione o al finanziamento.

Allo stesso modo, gli alunni potrebbero essere incaricati di correggere i lavori dei propri compagni: il docente potrebbe distribuire casualmente i vari elaborati tra la classe, chiedendo ad ognuno di evidenziare eventuali criticità sul testo.

Il lavoro potrebbe anche essere svolto in maniera collettiva, con una supervisione più accentuata: l’insegnante potrebbe leggere il testo e soffermarsi sulle parti che richiedono più attenzione, intavolando così una discussione per permettere a tutti di capire se c’è e dov’è un errore grammaticale o di sintassi.

Pro e contro

In questo modo, ogni alunno fisserebbe nella memoria una spiegazione da parte di un suo compagno, che ha alcuni vantaggi:

– la spiegazione di un pari attira più attenzione rispetto a quella del docente;

– la revisione tra pari permette allo stesso compagno che spiega di capire in primo luogo se c’è un errore o meno nell’elaborato;

– stimola il senso di responsabilità e giudizio critico da parte di chi corregge;

– promuove l’accettazione di un diverso punto di vista, anche quello dei coetanei, nell’alunno il cui elaborato viene corretto;

– permette di dar vita a una tavola rotonda, in classe, riguardante l’accettazione o meno di alcuni neologismi della lingua italiana, sviluppando così anche conoscenza circa l’evoluzione della stessa e la direzione verso cui sta andando.

La revisione tra pari può anche essere effettuata in coppia: in questo senso, semplicemente i compagni di banco si dovrebbero scambiano i compiti.

È utile, tuttavia, che i docenti coordinino l’attività o, comunque, revisionino una seconda volta l’elaborato, prima di darvi un giudizio: un “contro” di questa tecnica è in effetti il dispendio di tempo rispetto a una correzione “classica”.

Invia la tua risorsa o un tuo intervento su argomento didattica a: [email protected]
Versione stampabile