Coronavirus: stiamo vivendo in un contesto eccezionale, la didattica non può essere tradizionale. Lettera

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lettera firmata da centinaia di insegnanti, inviata da Nino De Cristofaro – Stiamo vivendo in un contesto eccezionale, senza sapere quando, e come, ne usciremo. Ansia, angoscia, paura sono sentimenti diffusi e condivisi. E non basta, ripercorrendo la storia, ricordare, per esempio, che dopo la crisi della metà del Trecento si affermarono l’Umanesimo e il Rinascimento.

Ma le paure vanno affrontate, non bisogna nasconderle, né camuffarle. La scuola, in questo senso, deve svolgere un ruolo fondamentale.

Docenti e alunne/i sono quotidianamente, e a tempo pieno, impegnati nella cosiddetta “Didattica a Distanza”. Qual è l’obiettivo di un impegno così difficile? Molti docenti stanno vivendo questa situazione come se si dovesse riprodurre ciò che avviene in classe. Ci si collega on line coerentemente con il proprio orario di servizio,  si fa l’appello, si propone una video-lezione, si assegnano i compiti, si fanno le verifiche (nei limiti in cui si possono fare) e si mettono i voti. Per questi colleghi, evidentemente, sviluppare il programma è l’unica priorità.

Noi non contestiamo l’importanza di mantenere aperto e vivo un canale di comunicazione, anzi pur sapendo che nessuna circolare del MIUR può modificare la legge (innanzitutto il T.U. del 1994), e che quindi non c’è nessun obbligo a seguire queste procedure, pensiamo che la didattica a distanza possa rappresentare un valido strumento in questa situazione. Valido, purché venga realizzata con spirito critico, a partire dalla consapevolezza che non siamo di fronte a un gruppo classe in senso tradizionale. Serve fare stare le/i ragazze/i, che vivono tutte le drammatiche contraddizioni del momento, tantissime ore davanti ai computer? Non abbiamo sempre chiesto loro di “staccarsi” dai supporti informatici, di privilegiare altre forme di apprendimento e socialità? Ancora, quali correttivi sono stati messi concretamente in atto per evitare che le differenze sociali (computer in famiglia, ambienti isolati, genitori in grado di supportare le/i ragazze/i, ecc.) fossero, in questa situazione, fonti di ulteriori discriminazioni?

Noi pensiamo si possa e si debba fare altro. Il primo obiettivo del lavoro on line dovrebbe essere quello di far sentire noi e le/i ragazze/i meno isolati, di far emergere/verbalizzare le paure. Probabilmente, proporre di riflettere intorno ad alcuni nodi concettuali, propri di ogni disciplina, potrebbe essere coerente con un tale obiettivo, soprattutto se si riuscisse a far partecipare tutti alla discussione. Chiedere di recensire un libro e/o un film, fare ascoltare un audiolibro, proporre, e ce ne sono tanti, materiali videoregistrati abituando gli allievi a seguire altre modalità di ragionamento e spiegazioni, potrebbero rappresentare scelte di lavoro meno tradizionali, ma più coerenti rispetto al risultato che si vuole ottenere. La partecipazione attiva e i materiali prodotti dalle/gli allieve/i, in questo contesto, potranno contribuire alla stessa valutazione finale, che, speriamo, nessuno pretende di fare sommando aritmeticamente le varie performances. Inoltre, rientrati in classe, i materiali prodotti potranno essere condivisi, nell’ottica di un lavoro che, soprattutto dopo questa crisi, dovrà mettere al centro cooperazione e supporto fra pari.

Esercitiamo in modo consapevole la nostra libertà di insegnamento e ricordiamoci che siamo noi a decidere come impostare e sviluppare la didattica, sia essa in presenza che a distanza. Ogni docente italiano è libero di utilizzare la strumentazione che preferisce e i presidi farebbero bene in questa fase, se ne sono ancora capaci, a non imporre nulla ed evitare così ulteriori tensioni che aggravano una situazione difficile per tutti.

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