Coronavirus, non è tempo che gli insegnanti dicano “quanto siamo bravi”, serve unità e solidarietà. Lettea

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inviata da Francesco Cutolo – Siamo in piena fase di “deglobalizzazione”: più questo virus si espande velocemente, più siamo costretti ad isolarci, a non muoverci riallungando le distanze che parevano a portata di un click.

Finché non sarà scoperta una cura a questo male, il concetto di normalità è destinato ad essere riscritto.

Rigurgiti sovranisti sembrano ringalluzzirsi stavolta mascherati da propaganda protezionista, profilattica. La legge del più forte, rivendica, sotto mentite spoglie, spazi che la civiltà globale pareva aver confinato solo in alcune aree del mondo, però questa congiuntura può e deve essere anche il viatico per un nuovo civismo, un nuovo progetto sociale più giusto, equo, inclusivo, sia dal punto di visto sociale sia dal punto di vista eco-ambientale(cfr Agenda 2030).

E la scuola? Quale ruolo si chiede alla scuola in questo momento? Qual è il cambiamento richiesto? Come deve ri-progettarsi?

Cosa si chiede alla didattica digitale unica possibile in questo frangente: quali risorse e quali contenuti? Come sopperire alla relazione con gli alunni?

Quale il ruolo dei genitori in questa particolare congiuntura?

Immaginare di rispondere da remoto a tutte queste domande appare un compito piuttosto arduo, eppure bisogna fare in modo che questo frangente possa essere un modo, non per riscrivere, bensì re-inventare la parola scuola o meglio “fare scuola”.

Gli alunni, ma anche le famiglie, in questo particolare momento hanno principalmente il bisogno di sentirsi pensati.

Sì, di sentirsi ancora al centro del “progetto scuola” che poi è progetto di vita e di civiltà. Come? Con formule nuove.

Occorre fare “comunità digitale”.

Serrare i ranghi, interscambiare e interpolare i ruoli. La famiglia è luogo di educazione ma anche di formazione; la scuola è luogo di formazione e anche di educazione. Le comunità digitali sono ambedue le cose.

Morin ci ha ben descritto la “parcellizzazione” dei saperi richiamandoci all’ecologia(intesa come tutt’uno) del sapere. Occorre certo formare teste “ben fatte” ma, sicuramente, esse sono anche il frutto, in questo particolare momento, di “comunità digitali ben fatte”.

Occorre uno shock and go, come dicono gli americani, il panottismo del docente che sorveglia tutta una classe, ne governa tutte le variabili, non ha senso in questo momento, occorre rivedere criticamente il proprio ruolo reinventandosi counselor del processo educativo e di apprendimento, fornendo relazioni di aiuto, spunti, competenze e soprattutto promuovendo anche rapporti fin qui a volte conflittuali coi genitori.

L’uomo di cultura si fa umile, e capisce, che la solitudine, l’isolamento e la presunzione ex cathedra conduce a un’inutile liturgia sulla pelle dei bambini e dei ragazzi.

Non è il tempo del quanto siamo bravi e quanto siamo belli, di demagogiche prese di posizione, è il tempo dell’unità e della solidarietà.

Questo virus, deve trasformarsi in un’opportunità di farsi davvero comunità educante, declinata per necessità in maniera digitale, ma che non perde il contatto con una generazione già fragile e che rischia visti i tempi lunghi della crisi di sfuggirci di mano.

Occorre che il filo non s’interrompa, ovvero bruscamente per certi versi è proprio quello che è avvenuto, perciò serve non perdere il contatto visivo, occorre ancora che il “vuoto della parola” magari attraverso un device, continui a scavare il vuoto del desiderio del sapere nei nostri ragazzi. Inutili gli assiomi “digital-pedagogici” che sentiamo spuntare come panacee di un male che nessuno aveva previsto.

L’apprendimento si nutre di relazioni è vero, in questo momento per un bambino della Scuola dell’infanzia, della Scuola primaria, ma anche degli altri segmenti, non c’è miglior canale di apprendimento di quello di vedere e di sentire la voce, un racconto, una fiaba, una piccola spiegazione, magari modulata in vari momenti della giornata, della propria maestra anche attraverso il monitor di uno smartphone, di un tablet o di un computer.

Inutili le astrusità di improbabili “link” digitali che rimandano a competenze al momento non possedute da ragazzi e famiglie e meno che mai l’overload di schede e compiti sterili che rimandano ad una visione sommativa dell’apprendimento.

Paradossalmente, questo virus, ripropone “violentemente” e con la crudezza dell’impellenza la scuola al centro di qualsiasi progetto di vita accettabile in una società, provata, ma che aspira ancora ad essere civile.

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