Coronavirus, nella didattica a distanza della scuola di infanzia non è il tempo del presenzialismo a tutti i costi. Lettera

Lettera

inviata da Maestra Monia Casagrande e Maestro Marco Stefanelli  – Siamo due insegnanti di Scuola dell’Infanzia e non abbiamo niente contro le iniziative social e tutto ciò che ci tenga vicino in un momento come questo, ma non possiamo ignorare una considerazione, che si rafforza via via che passano i giorni.

In rete è tutto un fiorire di iniziative social, da ogni parte, da ogni istituzione, da ogni gruppo sociale. Ormai i nostri telefoni sono pieni.

Noi pensiamo invece, che al di là delle buone intenzioni, compito della scuola sia in primis ricordarsi il suo ruolo. Vorremmo una scuola che lanci una seria proposta sua, non solo che si accodi alle iniziative che corrono sui social network, seppur meritorie.

Anche adesso la scuola deve restare una cosa seria, sobria, comunicante, ugualitaria, utile.

Non dobbiamo solo farci sentire, dobbiamo dire qualcosa.

Ci pare spesso invece che tutte queste iniziative internaute si esauriscano in una enorme corsa smaniosa ad “esserci” più che a dire qualcosa di pedagogicamente valido.

È a questo che pensiamo purtroppo quando ci sentiamo rispondere al “perché lo facciamo” con “è una cosa carina/simpatica/leggera/facile”.

Pensiamo che noi siamo insegnanti e dobbiamo fare altro, dobbiamo caricare ogni nostra scelta di significato pedagogico. Stare vicini? Sì, se possibile, ma non solo. E poi viene da chiedersi: chi ha bisogno di questa cosa, facciamoci un esame di coscienza, i bambini o noi e la nostra indefessa smania di protagonismo? Farci vedere, sentire? Bello, ma… e chi è malato e non può? Gli va data opportunità anche di non dire o di dire quando se la sentirà. Chi sceglie di non metterci la faccia o di non fare dirette? Non sono cose che si possono imporre. Noi siamo la Scuola, dovremmo essere ben più che un’eco della rete!

Bisogna dare una immagine unitaria della Scuola dell’Infanzia: non ha senso parlare ognuno dentro al proprio orticello. Auspichiamo insomma un canale che sia più serio, snello, unitario, democratico e riconoscibile in qualche modo dal resto del ciarpame mediatico che rischia di sommergerci. Non ci piace l’idea che il nostro pensiero di maestri finisca omogeneizzato nel marasma indistinto di cose piuttosto discutibili che si vedono girare online.

Senza contare che adesso sembra vigere una sospensione delle regole: ma così non è, e quando l’emergenza sarà finita dovremo tutti rispondere di come abbiamo usato questo materiale (audio, video… non si potranno evitare gli invii in risposta delle famiglie, che ovviamente invieranno una montagna di foto dei bambini…e la privacy?): si rischia il far west, se si lascia tutto in mano a mezzi arbitrari come i social, secondo noi.
Anche se tutto sembra andare in questa direzione il compito della scuola non è seguire il resto del mondo, ma indicare vie altre o crearne di nuove, se serve.

Facciamo anche una riflessione sul perché. Perché questa corsa alla didattica digitale? Le motivazioni ufficiali (sentirsi vicini, mantenere un contatto) ci cozzano con un altro pensiero: non sarà che parla per noi maestri dell’infanzia l’antico e mai guarito complesso di inferiorità che ormai da troppo tempo nutriamo per gli ordini di scuola superiori? Se alla primaria fanno la didattica a distanza, noi non possiamo non fare nulla, e giù con la filastrocca del papà via etere! Ecco, questo sospetto non ci piace.
I bambini adesso ci devono sentire vicini, ma devono brillare loro, non noi adulti.

Ora non è possibile fare la scuola che facciamo ogni giorno, e non vogliamo dare un brutto surrogato: noi facciamo, come tanti, la scuola che è la casa dei bambini, la scuola che parte dalle richieste esplicite o implicite dei bambini, la scuola dove i maestri fanno un passo indietro e lasciano il centro ai bambini per ascoltarli e farsi guidare. Ecco, anche con l’epidemia noi vogliamo essere quello che solo sappiamo essere: quelli del passo indietro, non quelli del centro della scena, quelli del rispetto, non quelli che impongono la loro presenza, quelli del silenzio, non quelli delle parole per forza.

Noi non sappiamo affatto cosa c’è adesso dentro le famiglie, non possiamo supporre nulla, magari c’è noia, magari c’è una sofferenza che non siamo capaci di immaginare, magari c’è la povertà e noi non dobbiamo essere indelicati, irrispettosi. Non condividiamo il tenere i contatti con tutti per forza: proporre un contatto, dire ci siamo, ma nulla più, perché nulla più sappiamo dire. Non imporre visi o voci (alcuni insegnanti sono malati, e vanno lasciati liberi di usare forme di contatto alternative) non raccontiamoci che è indispensabile ai bambini, lo è per gli insegnanti amanti del centro della scena, non per chi bada all’essenziale.

Noi vogliamo la serietà, la sobrietà, il rispetto, il silenzio anche perché non è detto che abbiamo qualcosa di sensato da dire.

Prendiamo il famoso “andrà tutto bene” arcobalenato: sbagliato, sbagliatissimo, secondo noi. Noi non siamo affatto certi che andrà tutto bene, se sei malato ora, o se hai qualcuno malato, non sei certo affatto che andrà tutto bene, anzi ti confronti con l’idea della morte; se la tua speranza corre dietro alla barretta di mercurio che, maledetta, non scende mai, gli arcobaleni o i canti sul balcone ti irritano e basta.

E così pure il lavoretto commissionato via etere o la lettura improvvisata su youtube.

Non possiamo, non è giusto scaricare sui bambini una certezza così granitica che non possediamo affatto.

Sono campagne social, non è pedagogia, noi siamo altro.

Come possiamo dirci insegnanti se non siamo capaci di leggere il momento?

Questo non è il momento dell’interventismo pedagogico, è il momento del silenzio, della vicinanza di parole, poche e misurate, è il momento non di entrare ma di stare fuori.

Confidando che adesso i bambini e le famiglie usino come risorsa quello che gli abbiamo insegnato fino ad ora.

Noi insegnanti dell’Infanzia abbiamo la possibilità di declinare la richiesta del Miur sulla DAD a modo nostro, è bene fare una riflessione seria prima di buttarsi dove si buttano tutti.

I bambini che vediamo crescere, le parole delle famiglie sono il feedback più importante, tangibile e innegabile che ci interessa avere, non i like o il gradimento ad iniziative estemporanee che portano consenso solo di pancia.

Le famiglie più svantaggiate non rispondono o rispondono poco a queste sollecitazioni e questo dimostra che non è affatto inclusiva questa fregola della DAD, anzi, tiene fuori esattamente quelli che di solito vogliamo includere.

Se non stiamo attenti e non misuriamo gli interventi con oculatezza e delicatezza rischiamo di perpetrare a distanza gli stessi errori che facciamo tutti i giorni in classe: sovraccarico di richiesta, iperpresenzialismo dell’insegnante, ansia, competizione, svilimento.

È il momento del rispetto e del silenzio. Colleghi insegnanti, lo sappiamo fare?

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