Coronavirus, lasciamo da parte l’ansia del programma e diventiamo umani ed educatori anche a distanza. Lettera

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inviata dalla Prof. Chiara Trapasso  – Sono un’insegnante di un IPSEOA in una zona periferica di Milano. Insegno matematica…materia già mal sopportata in generale figurarsi in una scuola professionale, dove ci sono ragazzi portati più per le materie “pratiche”.

Prima di entrare di ruolo in questa scuola ho insegnato per 10 anni in un liceo scientifico e classico privato.
Bel cambiamento!
Vedo ogni giorno, ormai da 4 anni, studenti demotivati, che a fatica si trascinano a scuola, senza stimoli, spesso e purtroppo senza famiglie dietro o con famiglie con così tanti problemi che per i ragazzi la scuola non rientra proprio nei loro pensieri.
Vedo studenti che passano pomeriggi interi fuori casa, o che lavorano per aiutare le famiglie, che non hanno un computer a casa, che non hanno la connessione ma hanno lo smartphone come tutti i loro coetanei della Milano bene.
Vedo studenti che non sanno dare del lei, che non leggono nemmeno un libricino da anni ma la gazzetta sì.  Vedo studenti che abitano nelle case popolari, che “prof venire a Milano è uno sbatti e io non sono mai entrato in Duomo perché sono di Limbiate”. Vedo studenti che non hanno i soldi per una mostra, “però sono andato a fare un tatuaggio dall’amico di mio padre”.
Vedo studenti senza un genitore, o con un genitore in carcere, o seguiti dagli assistenti sociali.
E ogni giorno vedere che magari un’equazione la risolvono o che portano il quaderno o che “prof però le ore di matematica non sono così male” rappresenta ciò che mi ripaga.
Entro in classe, parlo con loro, li riprendo, inizio la lezione, mi fermo, giro tra i banchi, scherzo con qualcuno, richiamo un altro…e i 50 minuti o 60 passano a me e passano a loro.
Insieme.
E ora dovrei non perdere i miei ragazzi con delle video lezioni? O con delle video chiamate? O caricando spiegazioni e soprattutto registrandole sul registro elettronico perché SI SA CHE TUTTI I PROF VOGLIONO LAVORARE POCO…
E facendo questo loro impareranno? Avranno le stesse attenzioni che hanno in classe? Interagiranno o subiranno passivi come subiscono passivi lo smartphone, le serie tv, la loro condizione familiare, la loro vita…?
Finiamola di sentirci bravi e volenterosi con la parola e-learning sempre in bocca.
Diamo qualche compito, sproniamoli a leggere, mandiamo loro articoli, spunti di riflessione ai più grandi.
Ma cosa ne sappiamo noi di come stanno vivendo questo periodo con le loro famiglie spesso sgangherate?
I ragazzi di oggi, soprattutto quelli meno fortunati socialmente, hanno bisogno di figure educative in presenza e non virtuali.
In questo periodo non si può, ma si può lasciar da parte l’ansia del programma e si può essere umani ed educatori anche a distanza.

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