Coronavirus, la “superficialità” della DAD. Lettera


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Inviato da Nicola Di Ianni – Perché disturbare M. Heidegger proprio ora?

Perché forse è giunto il momento di dismettere i panni del comunissimo (senza offesa, ci mancherebbe) docente, di colui che da troppo tempo, ormai, pare essersi conformato alle innumerevoli deformità che l’attuale società sta imponendo sempre più in tanti settori e, nello specifico, in quello della scuola e del ruolo che lo stesso ricopre.

Sono trascorsi diversi giorni, non pochi, da quando questo dannato Covid-19 ha colpito la nostra società apportando doverosi cambiamenti nello stile della vita giornaliero di noi tutti. Ciò nonostante, non ha frenato minimamente quel senso di degrado di cui già si era arricchito il settore scolastico, ma lo ha incrementato maggiormente per cui la concretezza della scuola, che già appariva un po’ virtuale, oggi si è dissolta e la metamorfosi si è compiuta in toto.

Al principio era la scuola della conoscenza, poi mutatasi in scuola della competenza (e, nel frattempo, si smarrivano le conoscenze…); poi l’avvento del registro elettronico che avrebbe, tra l’altro, consentito una presenza costante del genitore informato in tempo reale sui voti, assenze e note del proprio figliolo ( e, nel frattempo, il dialogo “VERO” tra scuola e genitore veniva meno…).
Come se ciò non bastasse, sopraggiunge anche il cambio al comando: addio direttore didattico/preside, benvenuto dirigente. C’è chi sostiene ancora che l’abito non faccia il monaco… “ Bazzecole, quisquilie, pinzellacchere” era solito dire il caro Totò, ma così non è stato. Il “soprabito” da dirigente attribuisce, a chi lo indossa, un non so che di imprenditoriale, e così diversi dirigenti non ha fatto fatica a calarsi ( o tuffarsi?) nel nuovo ruolo, smarrendo la matrice della sua identità: il senso del la PEDAGOGIA!!!

Si aggiunga, in questo mini elenco di torti che la scuola va subendo, la Riforma della “Buona”? “ Scuola”.
Adesso però il troppo inizia a stancare. Fatta la premessa, è tempo di gridare che la scuola, per chi ha intrapreso la carriera di docente, del docente che ha creduto e crede fermamente in quelli che sono i reali valori dell’insegnamento (quindi la pedagogia vera, l’educazione come crescita personale, l’istruzione come arricchimento culturale,, la formazione come cittadini attivo, la scuola appunto!), non può veder calpestare tutto quanto e continuare a rimanere in silenzio, quasi contentandosi di un muto dissenso!

Non si può accettare che un Ministro/a dell’istruzione decida ed obblighi, dall’oggi al domani, con un susseguirsi di circolari, l’attivazione di una didattica a distanza, on line , in un paese in cui c’è, tra le tante, proprio carenza di strumenti e impiantistica virtuali capaci di permettere a tutti, ma proprio a tutti gli studenti, di poter partecipare “attivamente” al gruppo virtuale scolastico.

Gli innumerevoli scritti e le infinite testimonianze di cui è ricca la storia della pedagogia hanno dimostrato e sollecitato l’importanza IMPRESCINDIBILE della costante compresenza di insegnanti e allievi perché possa attivarsi un autentico rapporto dialogo- educativo-formativo, rapporto che, abitualmente si origina non necessariamente all’interno di un’aula di scuola, ma, com’era solito fare Platone, ovunque maestro e allievi si ritrovino, insieme, a condividere e fare, a dialogare. Se tutto ciò deve essere oggi accantonato, viene da domandarsi a cosa sia servito frequentare anni di università e di studi, di approfondimenti che, alla fine, risulterebbero essere superflui.

Certo, in un momento di normalità programmare, verificare, valutare hanno un senso e come, sempre sulla base di quella compresenza finalizzata all’instaurarsi del rapporto “ dialogico-educativo-formativo”; oggi, in questo tristissimo momento che tutti stiamo vivendo, la preoccupazione prima, per la scuola, può essere quella legata al voto da attribuire agli studenti? Ma a quegli studenti qualcuno ha chiesto (Ministro in primis, ed a seguire dirigenti ed anche molti docenti ) come stessero vivendo loro questo dramma? Oppure, essendo studenti, il diritto primario che gli si riconosce è il diritto allo studio?

Il Ministro ignora ( ne dubito!), che in Italia non tutte le situazioni scolastiche sono omogenee.
Tante scuole sono frequentate da alunni che non dispongono, nelle rispettive abitazioni, di collegamenti internet; molti altri non sono italofoni e nelle proprie famiglie si parla poco o niente la nostra lingua, quindi con problematiche di apprendimento. Vi sono genitori con due-tre figli ed un solo PC; famiglie che hanno, sì, un PC e dei cellulari, ma che, all’occorrenza, potrebbero servire agli stessi genitori costretti a lavorare da casa.

Insomma, la carenza di infrastrutture informatiche, e la non eguale disponibilità delle stesse in tutti i contesti familiari rischiano di divenire ulteriore cause di incremento delle disuguaglianze. Si può chiedere ed imporre la didattica a distanza, ma si deve anche essere consapevoli delle conseguenze cui si va incontro.
Una Circolare ministeriale emanata ( e prima di emanarla sarebbe democratico ed opportuno che un Ministro/a o chi per esso si confrontasse anche con i Sindacati portavoce del comparto Scuola…!) forse, dico, forse necessiterebbe che, anche da parte dei dirigenti scolastici e, a seguire, dei docenti, potesse essere messa in pratica in modo responsabile e ciò rapportandola alle situazioni reali delle loro utenze scolastiche.

Non si pensi che si voglia far passare il messaggio che la tecnologia non serva o sia superflua, tutt’altro. La didattica a distanza si rivela essere, in questa come in alcune altre particolari situazioni, la modalità per essere “vicini” agli scolari, magari attivando un contesto nozionistico e di interazione virtuale, attraverso esercizi, scambi di opinioni su argomenti di studio, suggerimenti culturali e tanto altro ancora… ma non può essere mezzo per valutare e proseguire in questa insensata corsa al dannato voto! Che sia una didattica formativa e non sommativa. A due mesi dal termine delle lezioni (solo due mesi!!!) e nella situazione che stiamo vivendo, basterebbe formulare dei giudizi, per quanto non totalmente attinenti all’apprendimento e alle capacità scolastiche di ogni discente, e lasciare che quest’anno venga preso in considerazione- per quello che si può e così per tutti- senza infierire su alcuno. In fondo di fronte alla lotta per la vita anche l’istruzione può attendere. O no?
Un appello: la scuola, oggi più che mai, ha bisogno di una seria sterzata che la riorienti e la diriga in direzione del senso per cui è nata e le restituisca, con rispetto, il ruolo che le compete. I docenti sono chiamati ad essere co -protagonisti delle scelte educative che vanno, poi, sostenute con didattiche il più possibile adeguate ed opportune. Perché ciò avvenga, però, è necessario convincerci che non possiamo e non dobbiamo rifugiarci in atteggiamenti di accondiscendenza silenziosa, ma dobbiamo riappropriiarci e tornare a fare esercizio di confronto “ de visu” per recuperare il senso di una collegialità attiva, propositiva, autentica e, soprattutto, non di facciata!

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