Coronavirus. Il fascino del silenzio: opportunità e limiti in ambito didattico

Stampa
ex

inviata da Francesco Cutolo – Esiste sempre qualcosa di affascinante nel silenzio. Viviamo la società del rumore, della Divina Commedia dell’esistenza, sì sociale, fatta di parole, di profluvi di messaggi, di relazioni spesso “liquide”, ma poco dell’ascolto.

L’overload di messaggi è un potente riempitivo ma è l’ascolto che comporta crescita. In un’equazione: sentire sta al rumore come ascoltare sta alla crescita.

Sentire è spesso legato alla distrazione, al multitasking dell’informazione, della comunicazione; l’ascolto invece sottende ad una competenza più raffinata, all’elaborazione della parola in una chiave più critica, capace perciò, a latere dei processi attivati, di fissarsi nel nostro io più profondo.

La scuola, perciò, chiede ascolto ai suoi ragazzi, chiede elaborazione critica dei messaggi, chiede, in sintesi, la crescita dell’io interiore dell’allievo che è poi crescita sociale.

Del resto dice Zygmunt Bauman: “Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, creare e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione.”

Non eravamo abituati al silenzio. Il rumore è una costante della nostra vita, per certi versi ha effetti adrenalinici sulla nostra psiche; il silenzio invece rimanda al vuoto.

Ebbene il vuoto, l’io con me, dal punto di vista dell’apprendimento, può essere una grande occasione, un’opportunità.

Perché? Perché in prima battuta, sarebbe difficilmente sperimentabile in condizioni “normali”, non dettate da quest’emergenza.

Poi, perché, lontani, dai rumori, dalla socializzazione, talvolta spinta, si può chiedere ai nostri ragazzi, l’emersione dell’ozio creativo, del silenzio, imposto da questa incredibile situazione legata all’ isolamento forzato, di comprendersi, di leggersi e focalizzarsi anche verbalizzando la propria interiorità, con un disegno, magari con un racconto, perché no, fantastico, con la descrizione di uno stato d’animo ma anche semplicemente con una rielaborazione in chiave critica personale dell’attualità.

Una sorta di best practice, come siamo diventati adusi chiamarla, peraltro facilmente condivisibile senza discostarsi troppo dal patto educativo scuola-famiglia-studente già ad oggi sottoscritto e in vigore.

Il docente, oggi più che mai, deve essere consuelor, il vuoto sospeso della sua parola, deve essere colmato a distanza da una didattica dell’intimo, della riscoperta del silenzio come punto di forza dell’allievo e non come limite relazionale colmabile con un, per certi versi, impoderato approccio digitale.

Nel silenzio si acuiscono altre abilità, si mobilitano altre competenze, il sapere diventa una sorta di processo sfidante a distanza, un viaggio introspettivo e allo stesso tempo estremamente sociale se condotto da una guida “laterale” del docente di rogersiana memoria, capace di superare la mistica della lezione frontale e della relazione fisica. Il sapere, che scopre la sensualità del silenzio, diventa altresì, euristica della disponibilità, cioè la capacità di richiamare alla mente concetti importanti, o almeno più importanti delle soluzioni alternative che non sono così prontamente richiamabili in condizioni diverse da quelle contingenti. In altre parole, il silenzio forzato può aiutare a far riflettere circa il fatto che quanto  più è facile ricordare le conseguenze di qualcosa, più queste conseguenze saranno percepite come maggiormente importanti.

Del resto dice Piaget: “L’obiettivo principale della scuola è quello di creare uomini che sono capaci di fare cose nuove, e non semplicemente ripetere quello che altre generazioni hanno fatto”.

Il silenzio forzato può affinare il genio e scovare antri nascosti di un “normale” percorso educativo e di apprendimento che vede l’ alunno quasi sempre confinato al ruolo di recettore passivo, di vaso colmabile e da colmare.

Quando finirà tutto questo? Quando potremo tornare ad una parvenza di normalità, a  ‘come prima’?  Questa domanda attanaglia la mente di tutti e quindi anche di alunni, genitori, docenti e così via. L’irruenza con cui questo mostro è entrato nelle nostre vite ci dà l’illusione che un giorno, forse non tanto lontano, potremo tornare alle nostre vite di prima come per magia, velocemente come siamo entrati in questa crisi.

Purtroppo, non sarà così.

La comunità scientifica risponde compatta a qualsiasi ipotesi di “normalizzazione” in tempi brevi: “La situazione è ancora talmente grave da rendere irrealistico qualunque progetto di riapertura a breve”.

Purtroppo occorre fare nostra questa consapevolezza, lo dice la scienza.  Da non sottovalutare poi è anche il fatto che mentre l’epidemia continua a dare timidi segnali di rallentamento, la pazienza e il senso civico di una parte del paese, quella più colpita dalla paralisi dell’economia, cominciano a vacillare e la crepa rischia di diventare rapidamente una voragine, aprendo la strada a scenari inquietanti.

Questa parte del Paese è sicuramente parte dell’utenza di ciascuna istituzione scolastica a cui si chiede di “abituarsi”, rimodularsi, in tempi rapidi ai nuovi scenari con tutto il bagaglio di fragilità e di “distanze sociali” già pregresse.
Occorrerà per lungo tempo rivedere i nostri stili di vita e purtroppo anche il silenzio e la distanza(in tutte le sue declinazioni) saranno qualcosa con cui dovremo imparare a convivere e a coglierne le opportunità in ambito didattico e relazionale.

Stampa

Acquisisci 6 punti con il corso Clil + B2 d’inglese. Contatta Eurosofia per una consulenza personalizzata