Coronavirus, fase due, fase tre…Verso il cambiamento, verso una “pedagogia tecnologica”

Un debole spiraglio s’intravede. Una luce, dicono, in fondo al tunnel. Fase due, fase tre… Certo, i tecnici avranno il compito di individuare strategie e mezzi per garantire la ripresa e per far rifiorire l’economia, per garantire il diritto al lavoro, primo articolo della nostra Costituzione, un diritto in buona parte evaso già prima di questa crisi pandemica.

Io non conosco i modi per riavviare questo aspetto della nostra società, non ne ho le competenze e mi affido a coloro che le possiedono. Ma, come tanti, sono assolutamente convinta che ci avviamo verso un cambiamento epocale.

Il vaso è traboccato: consumismo sfrenato, scarsa attenzione per il benessere del nostro pianeta, disuguaglianze sociali sempre più marcate, gap tra normalità e anormalità nonostante il mantra che recita “siamo tutti uguali, tutti diversi”, aumento spropositato dell’aggressività verbale e non, pioggia di diagnosi perché fondamentalmente non siamo stati in grado di ascoltare, osservare, aspettare, prendere e dare tempo.

Ma ora il tempo ce l’abbiamo. Questa crisi ci ha messi a nudo. Siamo tutti uguali per davvero, per lo meno di fronte alla malattia e alla morte non c’è distinzione. Tutti si può andare via in una bara, senza un saluto, senza un abito, nella completa solitudine.

In queste settimane si legge di tutto, si ascolta di tutto. Un rumore assordante.

Io dico che da “domani” dobbiamo cominciare a fare “silenzio” per ascoltare noi stessi, per ascoltare l’Altro, per guardarci dentro e per guardare il Volto dell’Altro. Ognuno dovrà assumersi compiti specifici secondo le proprie competenze, ben sapendo che un sapere non è mai definitivo e che “sapere di non sapere” è la strada autentica verso la Conoscenza, soprattutto, ciascuno dovrà essere onesto e leale con sé stesso e con gli altri.

Questa crisi ci offre l’opportunità, oltre che la necessità, di cambiare, ma il cambiamento è nelle nostre mani, siamo noi stessi il cambiamento! Oh, certo! Questa è un’utopia, ma è l’utopia a produrre una buona trasformazione.

Da dove partire? Dall’Educazione. Non c’è altra soluzione.

Molti sostengono che il “dopo” mostrerà un sommerso, ovvero una moltitudine di disturbi e di disagi psichici e psicologici. Il mondo degli psicologi è allertato. Va bene, ma attenzione!

Facciamo che non si apra una drammatica e ulteriore ondata diagnostica! Molte persone non avranno denaro sufficiente per avviare un percorso psicoterapeutico e i professionisti, a loro volta impoveriti in quanto “partite Iva”, non potranno lavorare a lungo su base volontaria. Temo il ricorso sfrenato alla cura farmacologica, con le conseguenze che tutti ben conosciamo.

Ragioniamo insieme: c’è chi ha perso il lavoro o che rischia di perderlo, chi non sa come pagare l’affitto e le bollette, chi non sa come assicurare risposte ai bisogni dei propri figli, chi ha perso una persona cara.

Più che scontato provare ansia, paura, preoccupazione, scoraggiamento, forme depressive che, ahimè, riguarderanno una grossa fetta di popolazione.

E allora, ripeto, a ciascuno il proprio compito, onestamente. Ricostruire, rinascere, vivere. Come? L’Educazione è la via, l’unica via!

Ai pedagogisti il compito dell’empowerment, ovvero dare potere a ogni Persona, portatrice di talenti, di attitudini, di saperi. Concretamente, metodicamente.

La scuola e la famiglia in primis dovranno rappresentare il primo obiettivo di intervento in assoluto.

La scuola, tanto depauperata insieme alla sanità, in queste settimane sta svolgendo un’opera straordinaria, bene o male ci sta provando, attraverso la sperimentazione della DAD, con tutte le difficoltà ad essa connesse, impiegando tempi che vanno ben oltre il classico tempo scuola.

Oggi abbiamo gestito un’emergenza e la DAD ha rappresentato la soluzione immediata.

I docenti, eticamente, hanno posto in essere modi e tempi a garanzia della continuità didattica e della tutela del benessere psicologico degli studenti.

Ciascuno si è inventato il modus operandi utilizzando le tecnologie. Chi più, chi meno, chi esaltando finalmente l’intelligenza artificiale, chi accettando con scetticismo le varie indicazioni tecniche ma affidando l’operare ai principi umanistici.

Ci si è inventati, in poche settimane, un modo alternativo di fare scuola.

Ma, in prospettiva futura, in previsione di altre contingenze, occorrerà attrezzarsi verso una “pedagogia tecnologica” che abbia come principi prioritari la relazione educativa, la comunicazione circolare, il contatto umano.

La scuola non può, né deve rischiare di tramutarsi in una macchina nozionistica, né essere lasciata al buon senso di ciascun docente.

Il tema della valutazione, già spinoso prima, rivela ora le annose carenze: formativa, sommativa, sì, no, come, quando.

Le varie piattaforme propongono modalità valutative attraverso l’utilizzo di test e una valutazione in quindici minuti. La morte della didattica.

La morte della scuola che non può e non deve rispondere, o implicitamente adattarsi, ad aridi criteri efficientistici dettati da una società competitiva e produttivistica.

A scuola “s’impara a giocare la vita”.

I nostri studenti hanno nostalgia della scuola! Ce lo dicono in questi giorni, stupiti essi stessi! Un messaggio che conferma che la scuola, quella di domani, non potrà fare a meno della relazione, dello sguardo, del contatto, del discorso, delle conversazioni, dei diverbi, perché è solo così che si cresce. Questa è la potenza dell’Educazione!

Nella scuola di domani occorrerà finalmente restituire il legittimo ruolo alla pedagogia, la scienza dell’educazione e della formazione, perché la crescita e i processi di apprendimento dei nostri giovani non s’improvvisano.

E la famiglia? Oggi si rischiano ulteriori fragilità sia nella relazione genitori-figli, sia nella carenza del benessere materiale. La povertà economica rischia di accrescere ulteriormente la povertà educativa. La soluzione non può essere l’istituto dell’affidamento o la comunità. I bambini sono naturalmente progettati per vivere in famiglia. Andiamo a casa, non togliamoli da casa, se non in situazioni estremamente eccezionali. E dico, estremamente eccezionali! Progettiamo forme di autentico sostegno!!

E gli anziani! Che tristezza! Morti silenziose, la cancellazione di una buona fetta di generazione che ha fatto storia, annullata nella totale solitudine, testimonianza della globalizzazione dell’indifferenza. Noi pedagogisti abbiamo introdotto la geragogia e loro, gli anziani, ci hanno provato a rieducarsi, a riprogettare la propria esistenza, si sono anche fidati con un sorriso indulgente come a dire “vediamo che cosa succede”, ma, sono stati traditi. Dopo, molto tempo dopo, qualcuno si è ricordato di loro. Troppo tardi. Insomma, nell’emergenza abbiamo lasciato indietro i più fragili, come se in un’evacuazione avessimo abbandonato chi non è veloce, chi è impossibilitato a muoversi, chi non ce la fa seppure a scuola insegniamo che in una situazione emergenziale, qualcuno ha sempre la responsabilità di proteggere il più fragile.

Abbiamo raggiunto il clou della disumanizzazione proprio agli albori del terzo millennio, abbiamo creduto che fosse progresso, ci siamo sentiti invincibili. Beh, abbiamo perso la sfida.

E allora se cambiamento dovrà essere, facciamo almeno che sia un umano cambiamento. I luoghi della pedagogia, le periferie esistenziali aspettano forme di autentica tutela: legislativa, sociale, educativa.

Domani vorrei vedere poggiare almeno le prime basi di un mondo nuovo, dove la Persona al centro possa esistere armonicamente con il tutto. Solo l’equilibrio tra le parti potrà assicurare il benessere di ciascuno e il diritto a una vita dignitosa.

Almeno proviamoci a dare un barlume di speranza al futuro che sarà abitato dai nostri bambini a cui oggi stiamo chiedendo enormi sacrifici. Glielo dobbiamo!

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