Coronavirus e smart working, più ore di lavoro e rischio burnout

di Patrizia Del Pidio

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Smart working e coronavirus: non per tutti è stata una manna dal cielo, per molti più ore di lavoro, stati d’ansia perenni e burnout.

Con l’epidemia di coronavisur e con la derivante quarantena e isolamento ha preso piede in Italia lo smart working. Proprio su questo argomento il social network del mondo del lavoro, Linkedin, ha svolto un sondaggio su 2mila italiani durante la fase di isolamento.

Appurato che il coronavirus ha apportato moltissimi cambiamenti su come vivere il lavoro ma anche sui rapporti tra dipendenti e azienda, dall’indagine emerge che un lavoratore su 5 ha avuto, dal lockdown, effetti negativi sulla salute mentale.

Lo studio di Linkedin fa emergere che con lo smart working i dipendenti hanno lavorato di più, o anticipando l’inizio del lavoro o posticipandone l’orario di termine.

Anche se molti hanno ritenuto lo smart working come una sorta di “benedizione”, quindi, è bene sottolineare che dall’indagine emergono molte problematiche di cui, in generale, non si è tenuto conto.

Smart working uguale più lavoro

Per il 48% delle persone prese in esame, lavorare da casa ha richiesto un maggior carico di lavoro e quasi 1 italiani su 2 in una giornata di lavoro tipo, ha lavorato almeno un’ora in più (in un solo mese di lavoro si evidenziano, di conseguenza, almeno 20 ore in più).

Il 22% dei lavoratori in smart working ha iniziato la sua giornata in anticipo lavorando anche 12 ore al giorno (dalle 8 alle 20,30) mentre il 24% ha continuato a lavorare anche dopo il termine della giornata di lavoro.

Lo smart working, quindi, ha portato il lavoratore non solo a lavorare di più ma anche a stati d’ansia generati dalla predisposizione di rispondere alle esigenze dell’azienda più velocemente possibile. Il 46% dei lavoratori lamenta stress e ansia, mentre il 19% ha paura per la sopravvivenza dell’azienda.

Smart working e rischio bornout

Il carico di stress e ansia vissuto dai lavoratori che hanno cercato di dare il massimo per paura che la propria azienda chiudesse i battenti (da considerare anche che l’orario di lavoro prolungato molto spesso può essere derivato da una sorta di compensazione che il lavoratore ha cercato di dare proprio per il fatto di non essere presente fisicamente in azienda) ha portato  in molti casi al cosiddetto burnout .

Come abbiamo detto 1 lavoratore su 5  ha sviluppato qualche problema di salute mentale, il 27% dei lavoratori presi in esame, però, ha riscontrato problemi a dormire.

Per il 22%, invece, è stato riscontrato uno stato di ansia costante e per il 26% ci sono stati risvolti che hanno portato a problemi di concentrazione.

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