Coronavirus: didattica a distanza: insegnanti facciano uno sforzo, non si limitino all’invio di schede e compiti da svolgere. Lettera

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inviata da Francesco Cutolo – La didattica è soprattutto relazione. Per il principio dell’uno che non esclude l’altro possiamo senza dubbio prendere per buona quest’affermazione.

Specialmente in ambito formativo, sappiamo bene, che il principio platonico dell’ “uno e non altro” è difficilmente applicabile, sia dal punto di vista epistemologico, sia dal punto di vista didattico.

Dire che la didattica è anche relazione, infatti, non esclude la possibilità che essa è anche altro e tantomeno di percorrere altre strade. Ridurre tutto alla relazione è un errore: sempre!

Di ottimi esperti e pessimi comunicatori, poco empatici, nel mondo della formazione ce ne sono tanti. O ce lo diciamo in modo paressico oppure è meglio parlare di altro.

È chiaro che l’emergenza “Coronavirus” ha portato al centro del dibattito il “problema” della(DAD)didattica a distanza. Inutile negare che con il Piano Nazionale Digitale, la scuola ha fatto un grande sforzo per adeguarsi ai tempi, e la didattica digitale, o modalità che la prevedevano(vedi Flipped classroom, ecc.) ne sono state pilastri portanti.

Forse ha più senso dire che una non esclude l’altra e che ora è necessario puntare sull’altra.

Occorre che le famiglie che ci chiedono di dare fondo alle nostre competenze mettano in campo anche il loro impegno che dovrebbe riguardare il supporto tecnico e la relazione d’aiuto con i propri figli per superare ansia e stress che il nuovo comporta, inevitabilmente.

Non una pedagogia inversa bensì una “rivisitazione temporanea” dei ruoli e delle responsabilità: fare comunità educante.

I bambini, i ragazzi, che non sono abituati a scansionare i tempi della didattica perché parcellizzata in ore e figure fisiche di riferimento, col supporto delle famiglie e del digitale possono tuttavia provare a superare  l’ostacolo. Del resto loro sono i “nativi digitali”.

Anche all’empatia, alla relazione, ci si educa e si educa, ed è perciò altrettanto ovvio che l’educazione digitale fin qui messa a disposizione, anche talvolta in maniera poco consapevole dei ragazzi,  richiede un uso pratico, urgente e alquanto responsabile e competente.

In ogni scuola esiste un Animatore Digitale e un team digitale, oggi si chiede proprio a questi soggetti di “capitalizzare” le loro competenze al servizio degli altri.

L’emergenza è sempre più “pandemica”, ovvio che occorre un impegno massivo: l’emergenza è di tutti.

Per “fare scuola” occorre un buon maestro e soprattutto qualcuno che apprenda, per fare scuola digitale occorrono sempre questi due soggetti, cambia solo il “setting” e il veicolo dell’informazione.

Lo smart working e la scuola non sono l’antitesi, bensì una parte  della sintesi, di ciò che si va disseminando da anni.

Non è possibile, soprattutto in una fase così delicata, ridurre tutto alla mera relazione, fisica, tradizionale: o ci si attrezza o si fallisce.

Meglio rischiare con una didattica a distanza, anziché limitarsi all’invio di schede o di compiti da svolgere.

Il web pullula di videolezioni e di programmi didattici interattivi, occorre solo uno sforzo, un’apertura mentale 3.0, per fare grading, cioè selezionare quello più utile e condividerlo con i mille vettori che mette a disposizione la tecnologia.

La relazione può “consumarsi” nella sua duplice accezione, reale e digitale, così come è duplice il nostro diritto/dovere di cittadinanza: reale e virtuale. È così.

Lo strumento interattivo può essere un computer, un tablet ma anche più semplicemente uno smartphone che con le applicazioni giuste diventano dei potenti mezzi di comunicazione, in tempo reale, multidirezionali e multifunzionali.

Del resto anche per quanto riguarda il discorso valutazione, la legge 62/17, aveva detto, che al di là dei momenti formalizzati relativi agli scrutini e agli esami di Stato, si lasciva la dimensione docimologica ai docenti, senza istruire particolari protocolli che sono più fonte di tradizione che normativa. Diciamo che nulla osta, a ciascuno, nei limiti dei propri mezzi e delle proprie competenze, di produrre uno sforzo per unire tradizione e innovazione per affrontare, al meglio, l’emergenza. Fare comunità educante.

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