Coronavirus, anche la paura può essere contagiosa. Sia occasione per educazione emotiva

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Conte: “Non c’è più tempo. È il momento della responsabilità”. Le emozioni: la paura, l’interazione sociale, l’ansia, la rassegnazione, la gelosia, la speranza e il perdono

Le emozioni costituiscono una componente importante della vita umana. Non esiste una definizione precisa a riguardo; la radice stessa della parola “emozione” che deriva dal verbo latino “movere”, muovere, a cui è aggiunto il prefisso “ex” (muovere da), indica una tendenza ad agire. Tendenza dovuta al fatto che tutte le emozioni preparano il corpo a un tipo di risposta molto diversa.

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Ciò perché ogni emozione ha un ruolo unico, rilevato dalle caratteristiche biologiche. Le emozioni sono brevi e intense e sorgono all’improvviso in risposta a degli stimoli circostanti, hanno una natura ciclica, cambiano costantemente, modificandone il significato. Ma quelle di ieri sera, durante la conferenza stampa del premier Giuseppe Conte, sono state tante, forti, intense. Forti, specialmente, perché sono nate e sono state influenzate dall’interazione con gli altri. Le emozioni sono di per sé, innanzitutto, risposte dotate di una loro specificità in grado di interrompere precedenti schemi di funzionamento richiamando le risorse individuali e indirizzandole verso uno o più scopi.

Quante fossero quelle di ieri sera neppure si possono immaginare, classificare, coordinare, declinare. Eppure, la prima caratteristica delle emozioni è quella di costituire un catalizzatore degli interessi, dell’attenzione, della motivazione e dei desideri individuali: orientando in funzione di questi la nostra risposta. Ma, non tutti sono stati in grado, al momento, di darla quella risposta. Silenzio e compostezza, determinazione e coraggio, paura, in special modo, senso di impotenza, e la contemporanea sistemica interazione di emozioni comprendono nei suoi tre diversi livelli di funzionamento.

E il mio riferimento va, indubbiamente, al livello fisiologico, espressivo, fenomenologico e, infine, a quello cognitivo. Il primo interessa le modificazioni nell’attività nel sistema nervoso (periferico e centrale) concomitanti all’emozione, il secondo concerne le manifestazioni e le condotte sia non-verbali sia verbali e il terzo riguarda, infine, il reale, vale a dire la caratteristica valutazione soggettiva che contraddistingue una determinata esperienza emotiva. Se la componente motorio-espressiva non è integrata correttamente con la componente fenomenologico-cognitiva, potrebbe accadere che in una situazione di pericolo all’attivazione dell’emozione della paura non segua una risposta motorio – espressiva, come ad esempio la fuga, e in questo caso la persona non sarebbe in grado di rispondere, ciò comporta un utilizzo non funzionale delle emozioni con carente funzionamento della competenza emotiva.

Eppure, la fuga dalle città, dalle stesse paure, dagli stimoli che la conferenza stampa, inattesa, ieri, e al contempo immaginabile, ha innescato, oltre al pianto, di milioni di italiani, anche un sentimento di smarrimento, congiunto a rabbia e a una molteplicità di emozioni che hanno interagito con una velocità ciclica inimmaginabile fino a ieri sera e, specialmente, paura, amore e ira. Anche se, nessuno può nasconderlo, altre emozioni primarie come rabbia, tristezza, disgusto e accettazione si sono impossessate di molti italiani e, inutile nasconderlo e ne siamo certi, anche dei nostri allievi. Taluni sentimenti non consoni all’eccezionalità del momento. Scriveva Friedrich Nietzsche che «si sbaglierà di rado se si ricondurranno le azioni estreme alla vanità, quelle mediocri all’abitudine e quelle meschine alla paura». Lo sbaglio quello che, taluni fragili italiani, per non scriver d’altro, hanno sottolineato con disgustevole scompostezza. La scuola deve lavorare per rivalutare il senso profondo e vero, sincero e utile delle emozioni.

Emozioni che, per incanto, per dirla con Robert Plutchik, sono diventate complesse come l’interazione sociale, l’ansia, la rassegnazione, la speranza, il perdono. Anche il perdono che, per la verità è stato fin troppo ecclissato in queste settimane. Ma principalmente la paura che, come si è notato, può essere trasmessa e contagiata. Neppure l’esperienza, l’apprendimento e l’immaginazione sono stati utili, ieri sera, affinché si potessero anticipare o amplificare i pericoli che comportano il manifestarsi di questa emozione. La paura, in effetti, si attiva quando i sensi percepiscono uno stimolo dannoso, alla paura segue uno stato di attivazione neurofisiologica che consente all’individuo di rispondere allo stimolo attraverso attacco, evitamento-fuga o blocco o l’inevitabile pianto. Educare alle emozioni ed educare i nostri alunni a saperle gestire con intelligenza, opportunità relazionale, intelligenza. «Educare – come ha sostenuto Maria Montessori – è aiutare la vita ad incamminarsi nelle ampie e sempre nuove strade dell’esperienza con spirito di gioia, di fratellanza, di desiderio di bene, di responsabilità. Laddove, invece, o nella famiglia o nella scuola o nella società, il bambino è messo in una condizione di conflitto, di competizione o sottoposto alla volontà di un adulto dominatore, o impoverito nei suoi immensi poteri, o infine inibito nell’esprimersi nella sua natura e nei suoi desideri, egli sarà costretto alla crudele necessità di nascondersi, di snaturare le proprie sensibilità, di difendersi in un impersonale adattamento. Questa condizione è per il bambino uno stato di guerra, di sacrificio e di sconfitta, perché il suo istinto non è quello della lotta e dell’opposizione, ma della pace e di una libera e consapevole obbedienza».

Imparare, dunque, come risultato del processo educativo, a manifestare la propria paura, però, lo insegna l’esperienza di ogni giorno, la nostra e quella della collettività, aiuta a capire i propri bisogni e a creare sane relazioni con le persone che ci circondano e con gli eventi, come quello di ieri sera, che ci assale, potremmo dire con certezza, all’improvviso. Anche la rabbia, è, dunque, una reazione che consegue a una precisa sequenza di eventi. Ed il pianto, utile per sciogliere e scaricare le tensioni dovute a forme di disagio emotivo, esprime l’essenza di emozioni quali il dolore, la commozione, lo spavento, il piacere che si sta vivendo in determinate circostanze, quindi non si piange solo per eventi brutti o per mancanza di forza nel superare eventi negativi ma le lacrime possono dimostrare la sensibilità e la forza di una persona. La forza dell’Italia che deve farcela, la forza dell’Italia che dovremmo trasmettere ai nostri alunni, la forza dell’Italia che vuole rinascere e migliorarsi. Per questo motivo qualsiasi emozione deve essere espressa e condivisa.

Non ci si deve vergognare e non ci si è vergognati, davanti a quella edizione straordinaria del TG1, di piangere ascoltando Giuseppe Conte. Le emozioni sono un patrimonio innato, a cui non possiamo rinunciare. Esistono emozioni diverse ma la cosa che le accomuna è che si manifestano nel contesto relazionale diventando dei fondamentali strumenti conoscitivi. Attraverso le emozioni si impara a valutare se uno stimolo sorprende, piace, oppure no, se può essere utile, dannoso e se si è in grado di affrontarlo, di allontanarlo assumendo un atteggiamento mentale e comportamentale a riguardo. Nel lavoro educativo le emozioni assumono un ruolo importante, poiché non influenzano soltanto la motivazione ad apprendere ma aiutano il bambino a creare delle relazioni con esse che serviranno per il futuro.

Aiutare il bambino, il nostro adolescente, il ragazzo a sentire e capire le proprie emozioni è necessario per imparare a conoscere se stesso e per renderlo sensibile ed empatico nei confronti degli altri. «Attraverso le emozioni mettiamo in atto dei processi valutativi ossia dei processi attraverso i quali diamo un giudizio sugli eventi in maniera “interessata”, attribuendo loro un significato di natura personale, basato cioè sul benessere soggettivo. Le emozioni assumono un valore positivo o negativo in base alle valutazioni di ciò che accade e agli obiettivi prefissati. Devono essere gli insegnanti a far sì che i propri alunni considerino le emozioni positive, perché se tale probabilità dovesse diminuire rischieremmo di avere solo ed esclusivamente emozioni negative incapaci di farci crescere, di vivere la quotidianità e di progettare il futuro.
Scriveva Aristotele che «se c’è soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è soluzione perché ti preoccupi?». Nell’uno e nell’altro caso la preoccupazione e la paura sonio ingiustificate. Il compito del docente, in questa lunga sospensione, non è lasciare compiti, a volontà come lamentano genitori e discenti, nella speranza di, attraverso essi, far crescere e maturare gli alunni. Compito del docente è quello di accompagnare i nostri alunni nella riscoperta di sensazioni nuove, emozioni diversamente da gestire, progettualità assai lontane dalle abitudini.

Educare alle emozioni è possibile, anzi è necessaria! È una incombenza educativa indispensabile in questi anni così attraversati dal fare sul flutto, talvolta tempestose, delle emozioni. Emozioni che se non venissero comprese o non fossero metabolizzate rischierebbero di condurre i ragazzi a fare scelte frettolose, infruttuose, talvolta inutili.

E questo percorso che, talvolta, insegnati lungimiranti propongono alle classi lo si deve fare da oggi, dalla prima lezione di questa mattina. Perché, come ha detto il Premier, il professore Giuseppe Conte «non c’è più tempo. È il momento della responsabilità».

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