Nella scuola dell’obbligo non si boccia per non penalizzare chi è svantaggiato, l’esperienza mistica del 4 lasciamola alle superiori. Lettera

di redazione
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Inviato da Eugenio Tipaldi Dirigente Scolastico – E’ difficile parlare male di un luminare della psichiatria qual è Paolo Crepet, ma leggendo il commento al suo libro ultimo pubblicato “Il coraggio”, apparso su “Orizzontescuola”,non posso fare a meno di rilevare come addetto ai lavori che stavolta, contrariamente al solito, il professore ha sfoderato una serie di luoghi comuni che da lui non mi sarei aspettato.

Egli dice: “Una scuola che non boccia è una scuola marcia”. Si vede che come tutti quando invecchiano , si ha nostalgia dei tempi andati. Ma Crepet conosce bene il testo di don Milani “Lettera a una professoressa”. Il priore domandava alla professoressa che bocciava: chi viene bocciato? E rispondeva: il figlio del contadino, il figlio dell’operaio, cioè i figli delle famiglie povere, dove non c’erano libri e non c’erano soldi. E invece di aiutarli, che si faceva? Li si bocciava, li si espelleva dalla scuola.
La proposta di non bocciare deriva quindi dalla necessità di non penalizzare ulteriormente, come prevede la nostra Costituzione, chi è già svantaggiato, almeno per la scuola dell’obbligo. La scuola finlandese, che risulta nelle statistiche OCSE un’ottima scuola, per esempio non boccia e progetta per chi è in difficoltà percorsi di recupero.

L’esperienza “mistica” del 4 in matematica la lascerei perciò al figlio del benestante e comunque alle superiori. Se il 99% degli studenti viene promosso all’esame di maturità, è perché quel diploma ormai non ha più valore , come anche la laurea, per trovare un lavoro. La selezione avviene spietatamente dopo nella società e purtroppo per noi, la nostra società non premia il merito, ma solo gli amici degli amici. Chi ha conoscenze, va avanti. Chi vuole valorizzare il proprio merito, deve recarsi per forza all’estero. E’ fuorviante dire che i nostro giovani non vogliono andare all’estero: sta succedendo esattamente il contrario.

E se altri giovani preferiscono rimanere in Italia, pur senza lavoro, perché legati alla famiglia e alla propria città, non è certamente colpa loro: la colpa è di chi non offre loro la possibilità di un lavoro decente che gli faccia costruire il proprio futuro.

Ci vuole coraggio a non vedere che noi vecchi , per conservare il nostro potere, stiamo tarpando le ali alle giovani generazioni e dare la colpa ai genitori troppo protettivi. L’ iperprotettività di questi genitori-errata perché non favorisce l’autonomia dei figli ed è diseducativa- nasce dalla paura del mondo esterno dove non vigono più regole e si inseguono falsi miti e false libertà. E’ una società dove si sta perdendo il senso della comunità e dove prevale il narcisismo individualista e/o nazionalista. Ma questo è dovuto allo sviluppo attuale della società e non è colpa né degli individui né delle famiglie. Il vero problema è: si può immaginare un percorso sociale e culturale diverso?

Una scuola che non boccia è una scuola marcia. Crepet, vogliamo il male di chi abbiamo messo al mondo

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