Contratto scuola, stress e salute dei docenti: cosa c’è e cosa manca

di Vittorio Lodolo D'Oria
ipsef

item-thumbnail

Molto si è scritto sul nuovo contratto della scuola (CdS), concentrandosi soprattutto sui “ricchi” aumenti salariali che hanno fatto per lo più infuriare gli insegnanti dopo nove anni di attesa. Nulla invece si è detto delle interessanti novità riguardanti la tutela della salute dei lavoratori.

Materi di contrattazione integrativa

Per la prima volta nella storia, la tutela della salute compare nel CdS (articolo 22, comma 4, lettera b1), divenendo oggetto di contrattazione integrativa a livello regionale “le linee di indirizzo ed i criteri per la tutela della salute nell’ambiente di lavoro”. Non si comprende come mai la materia non assuma dignità a “livello nazionale” ma ci piace pensare che la questione sia da ricondursi al disatteso DM 382/98 (vecchio di 20 anni) che conferiva al livello regionale (oggi USR) i compiti di formazione dei dirigenti scolastici che, a loro volta, avrebbero dovuto formare i docenti in materia di tutela della salute sul lavoro.

Sindacati coinvolgi

Un secondo aspetto innovativo del CdS riguarda il coinvolgimento del sindacato (trattasi infatti del Titolo I: Relazioni Sindacali) che, in materia di tutela della salute dei lavoratori non si è mai particolarmente distinto. Prova ne siano le mancate recriminazioni per la totale assenza di fondi istituzionali per la formazione, la prevenzione e il monitoraggio dello Stress Lavoro Correlato (art. 28 DL 81/08) ma, soprattutto, per il mancato riconoscimento delle malattie professionali che oggi determinano la stragrande maggioranza di inidoneità all’insegnamento per motivi di salute (80% di diagnosi sono psichiatriche). In proposito è bene ricordare che nessun sindacato ha ancora avanzato la richiesta che vengano dischiusi ed  elaborati i dati nazionali sulle cause di inidoneità all’insegnamento, in mano all’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze, al fine di riconoscere ufficialmente le malattie professionali della categoria professionale. Solo quando avremo a disposizione vere diagnosi mediche (e non parole o allocuzioni dall’ambiguo significato come burnout, SLC, rischi psicosociali) sarà possibile intervenire a favore della salute dei lavoratori facendo monitoraggio e prevenzione o riconoscendo indennizzi.

Procedendo con l’attenta lettura del CdS nel medesimo articolo 22 (comma 8) si osserva che è “oggetto di confronto a livello di istituzione scolastica tra dirigente, RSU e sindacati” anche la “promozione della legalità, della qualità del lavoro e del benessere organizzativo e individuazione delle misure di prevenzione dello SLC e di fenomeni di burnout” (b4). Da una parte possiamo affermare che derubricare la salute del lavoratore a “oggetto di confronto” è certamente riduttivo, ma la nota positiva risiede nell’invito rivolto a istituto scolastico e sindacati a interrogarsi ufficialmente in materia.

Quali conclusioni trarre dagli spunti succitati?

Innanzitutto dobbiamo formare i dirigenti scolastici e i rappresentanti sindacali sulle malattie professionali degli insegnanti, altrimenti “concertazione e confronti” saranno del tutto sterili. La formazione dovrà riguardare anche la stesura dei piani di prevenzione e monitoraggio che devono essere contenuti in ciascun DVR. Un sostanziale ostacolo sarà costituito, come sopra accennato, dalla questione terminologica. Burnout, SLC, rischi psicosociali non rappresentano infatti una diagnosi medica e rischiano di non avere alcun valore ai fini del riconoscimento di una malattia professionale, una causa di servizio o un qualsivoglia indennizzo risarcitorio.

Ecco che i sindacati sono chiamati alla prima e sola azione che, in poco tempo, può portare al riconoscimento ufficiale delle malattie professionali degli insegnanti: richiedere all’Ufficio III del Ministero Economia e Finanze di processare i verbali delle CMV italiane. Non ci stancheremo mai di ripetere che in quella sede sono a disposizione i dati nazionali dell’inidoneità all’insegnamento dal 2005 al 2017. Questi dati, fino a oggi inopinatamente occultati a differenza di altri Paesi UE come Francia, Inghilterra e Germania, ci consentiranno di riconoscere le reali malattie professionali dei docenti che dovranno fungere da guida nella necessaria rivisitazione delle riforme previdenziali che sono state fatte al buio senza porre la debita attenzione a variabili fondamentali quali l’anzianità anagrafica e l’anzianità di servizio.

www.facebook.com/vittoriolodolo

Versione stampabile
Argomenti:
anief
soloformazione