Continuità didattica: pilastro di una buona pedagogia. Lettera

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Inviata dalla Prof.ssa Daria Dell’Acqua – Sono una docente precaria della scuola pubblica. Le scrivo per un profondo moto di indignazione che mi coglie dopo aver rilevato l’ennesima dimostrazione che la tanto sbandierata “continuità didattica”, pilastro di una buona pedagogia e garante di “un percorso formativo organico e completo” (D.M. 4/3/91), non è un principio che fattivamente il MIUR persegua.

E questo a dispetto di quanto riportato nel D.Lgs. 59/1994, nel D.P.R. 104/1985 (premessa generale), nella L.148/1990 (art.1 e 2), nel D.M. del 03/06/1991, nel D.M.16/11/1992 e la C.M. n.339/1992, e, nello specifico di questo momento emergenziale, nella nota ministeriale n.368 del 13/03/2020. In quest’ultima il MIUR invita noi docenti a prenderci cura della socializzazione, delle relazioni umane, in primo luogo. Giustissimo e condivisibile, se non fosse che di fatto non vi siano norme che proteggano effettivamente questo principio e lo onorino.

Ebbene, mi ritrovo per l’ennesima volta, ad abbandonare le mie classi, i miei studenti, ad anno in corso. Con l’aggravante che i ragazzi in questo momento, che ci vede tutti attoniti, avrebbero bisogno di un surplus di cura.

Questa volta è in seguito ad un ricorso andato male, nel merito del quale non entro, che mi depenna dalla graduatoria di merito e risolve il contratto. A marzo. Dopo due anni di relazione costruita. Durante la pandemia del coronavirus. Con una didattica svolta esclusivamente in digitale, difficile anche laddove la relazione umana docente-discente già esiste. Perché, dice l’ufficio scolastico, avete ragione, eh già, ma purtroppo non c’è uno strumento normativo che mi permetta di concludere l’anno.

Ma se fosse il mio caso caso isolato, ricorsista insieme a migliaia di altri docenti (primaria, secondaria, per questo e quell’altro motivo), non mi ritroverei con questa rabbia sorda per la poca cura che vedo e mi addolora.

Si tratta invece della norma, che ben conoscono tutti gli studenti che ogni anno si trovano a dover cambiare docente, ad ottobre, novembre, dicembre, perfino gennaio!, grazie all’indecenza dei contratti fino ad “avente diritto”. Perché a quanto pare non si riescono ad aggiornare le graduatorie entro settembre, e quindi che vada a farsi benedire la “continuità scolastica” e gli studenti tutti.

Ma dico, perchè non prevedere una semplice norma che preveda degli incarichi di supplenza annuali, che faccia valere la graduatoria vigente al primo di settembre, che preveda, anche per i perdenti ricorso, la conclusione dell’anno scolastico?

Spero ci si renda conto di quanta perdita di senso vi sia in questa leggerezza, in questa mancanza di cura, da ogni punto di vista, pedagogico, umano, deontologico e professionale. E di quanto sia necessario mettere rimedio a questo annoso problema in maniera incisiva.

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