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Congedo parentale: per quanti mesi stipendio ridotto al 30%

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Cos’è e come funziona l’Istituto del congedo parentale per i lavoratori dipendenti.

L’istituto del congedo parentale è da tempo diventato un istituto molto importante per le famiglie cha hanno il lieto evento della nascita di un nuovo figlio (ma anche per le adozioni o per gli affidamenti preadottivi). Parliamo di quella che una volta era chiamata astensione facoltativa, un istituito previsto dall’articolo n° 32 del Decreto  Legislativo n°  151 del 2001, ovvero il “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità”.

Il congedo parentale è quel periodo di riposo concesso al lavoratore dipendente e genitore successivamente alla astensione obbligatoria. Ma come funziona questa misura? Vediamo di approfondire meglio alcuni aspetti del congedo parentale per definire bene il campo di applicazione dello strumento.

Congedo parentale, a chi spetta

 Come dicevamo, per congedo parentale si intende  il periodo di riposo che entrambi i genitori, lavoratori dipendenti , possono sfruttare dopo aver fruito del periodo di assenza dal lavoro dopo il lieto evento.

Ogni genitore ha diritto a sfruttare il congedo entro i primi 12 anni di vita del bambino. Nel caso di adozione o affidamento invece, si parla di 12 anni dall’ingresso del figlio nel nucleo familiare. Nei casi di adozione e affidamenti preadottivi, il limite massimo entro cui poter utilizzare l’istituto del congedo parentale è entro il 18imo anno di età del figlio.

Il congedo parentale è destinato alla madre lavoratrice naturalmente, che può sfruttare successivamente all’astensione obbligatoria fino a 6 mesi di congedo. Questo periodo non deve essere continuativo ma può essere frazionato in più strisce di permesso. Il congedo spetta anche al padre a partire dalla data di nascita del figlio e in alcuni casi anche contemporaneamente all’astensione obbligatoria delle madre. Il congedo parentale se sfruttato da entrambi i genitori può essere sfruttato per massimo 10 mesi, che diventano 11 se il padre ne sfrutta solo 3 anche se frazionati.

Il congedo si può allungare a 10 mesi nel caso in cui la famiglia sia composta da un solo genitore, a seguito di decesso di uno dei genitori, ma anche in caso di abbandono del figlio da parte di uno dei genitori, affidamento del figlio ad uno solo dei genitori e cos’ via. Il congedo spetta anche nei casi di genitori legati da unione civile.

Il congedo parentale può essere sfruttato a prescindere dal fatto che l’altro genitore sia inoccupato.

Congedo parentale, come si sfrutta nel mondo della scuola?

Per i lavoratori della scuola, cioè nel caso in cui il genitore sia un insegnante, occorre produrre richiesta al dirigente scolastico, con i limiti di preavviso previsti dalla normativa vigente. Tale normativa è stata modificata nel 2015, con il Decreto legislativo n° 85. Questo provvedimento all’articolo n° 7 comma 1 ha corretto la vecchia normativa che prevedeva in 15 giorni il termine di preavviso.

Il Decreto 85/2015 ha previsto testualmente che  “il genitore è tenuto, salvo casi di oggettiva impossibilità, a preavvisare il datore di lavoro secondo le modalità e i criteri definiti dai contratti collettivi e, comunque, con un termine di preavviso non inferiore a cinque giorni indicando l’inizio e la fine del periodo di congedo”. Un termine di preavviso di 5 giorni che però è suscettibile di deroghe perché il Ministero del lavoro con l’interpello n° 13 del 2016 ha delegato ai CCNL di settore la decisione su eventuali diverse scadenze di questi adempimenti in capo al lavoratore che deve assentarsi dal lavoro per congedo parentale.

Per questo il Contratto collettivo del comparto stabilisce che “in presenza di particolari e comprovate situazioni personali che rendano impossibile il rispetto della disciplina prevista, la domanda può essere presentata entro le 48 ore precedenti l’inizio del periodo di astensione dal lavoro”.

Retribuzione durante il congedo

Anche il trattamento economico durante il congedo parentale ha avuto bisogno di chiarimenti. In questo caso è stata l’Aran (Agenzia Rappresentanza Negoziale Pubbliche Amministrazioni) a chiarire che i primi 30 giorni di congedo parentale sono retribuiti per intero solo se a fruirli è il genitore di un bambino al di sotto dei 6 anni di età. Per gli altri 5 mesi di congedo ammissibile invece, la retribuzione è pari al 30% dello stipendio se il congedo è fruito sempre entro il sesto anno di vita del bambino e senza alcun riferimento a limiti di reddito. Se invece gli ulteriori 5 mesi sono sfruttati per bambini di età compresa tra i 6 e gli 8 anni, l’indennità economica pari al 30% della retribuzione si ottiene a condizione che il reddito del lavoratore richiedente sia inferiore a 2,5 volte il trattamento minimo vigente per le pensioni in regime di Ago. I restanti 5 mesi se fruiti tra gli otto ed i 12 anni di vita del bambino, non danno diritto in nessun caso a nessuna retribuzione.

Per quanto detto fin qui, con l’interpretazione di Aran, va sottolineato che ci sono almeno 3 pronunce di Tribunali che sono contrarie all’orientamento segnato dall’Agenzia. E sono sentenze che danno ragione agli appunti mossi anche dai rappresentanti dei lavoratori.

È l’articolo 12 del CCNL di categoria (non ha subito variazioni nemmeno nel rinnovo del contratto 2016-2018, l’ultimo contratto vigente) che prevede un trattamento di maggior favore per i lavoratori del comparto scuola in materia di congedo parentale.

Infatti la retribuzione piena è una esclusiva dei lavoratori della scuola e dei lavoratori statali in genere, anche se ci sono differenze a seconda del CCNL di categoria. Per l’universo dei lavoratori dipendenti del settore privato l’astensione facoltativa è retribuita al 30% anche per il primo mese ed anche se fruito prima dei 6 anni di età del bambino.

Ed è proprio su quanto previsto dal CCNL all’articolo 12 che l’interpretazione dell’Aran viene di fatto stravolta da sentenze dei giudici che hanno dato ragione a ricorrenti che hanno contestato la retribuzione al 30% del primo mese di astensione se fruito dopo i 6 anni di età del bambino.

Secondo le pronunce degli ermellini del Tribunale di Sassari (sent. N° 1424/11), del Tribunale di Grosseto (sent. N° 216/18) e della Suprema Corte di Cassazione (ord. N° 3606/2012), la retribuzione piena spetta ai lavoratori anche se il primo mese di congedo viene fruito dopo i 6 anni di età del bambino e fino ai 12 anni.

Sentenze che danno manforte alle tesi dei sindacati secondo cui la normativa vigente non può essere riduttiva di quanto viene sancito in sede di contrattazione collettiva e quindi se il CCNL prevede norme più favorevoli al lavoratore, anche in materia congedi devono valere queste ultime.

Ma Aran resta ferma sulla sua posizione, sostenendo che il trattamento favorevole previsto dal CCNL riguarda l’aumento al 100% della retribuzione rispetto al 30% previsto per la generalità degli altri lavoratori e non riguarda invece l’estensione ai 12 anni di vita del bambino, della possibilità di fruirne.

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