I conflitti bruciano energie vitali: a scuola occorre sviluppare alleanze

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Una vita in mezzo alle difficoltà: familiari prima e professionali poi. Marzia sembra saperle bene affrontare fino a quando l’ambiente scolastico e il rapporto con l’utenza prendono il sopravvento.

Una vita in mezzo alle difficoltà: familiari prima e professionali poi. Marzia sembra saperle bene affrontare fino a quando l’ambiente scolastico e il rapporto con l’utenza prendono il sopravvento.

La maestra reagisce contrattaccando su più fronti, senza però rendersi conto che i conflitti bruciano una smisurata quantità di energie. Intraprende allora “crociate” disperate che spesso la vedranno isolata e perdente di fronte a colleghi e maestranze. Arriverà inesorabile tra capo e collo quella sintomatologia clinica che oramai ben conosciamo ed è fatta di disistima, senso di inadeguatezza, smarrimento, perdita di memoria e concentrazione, insonnia, ansia, irritabilità, perdita del controllo degli impulsi, depressione, pianto, e voglia di scendere dalla giostra impazzita. Una spirale perversa che non lascia scampo, a meno di non riprendere in mano la propria vita, focalizzarsi sulle poche cose che si possiedono (e che hanno valore) e cambiare strategia oltreché atteggiamento. Le crociate, così come le “questioni di principio” sono trappole micidiali dalle quali guardarsi per non esserne assorbiti fino ad annullarsi. Le battaglie sindacali condotte da Marzia – tutte inevitabilmente perse – assumono infine un sapore amaro che getteranno la maestra nel più profondo sconforto, nonostante siano state intraprese per riscattarsi da vere o presunte ingiustizie. Le vicende professionali si sommeranno a quelle familiari, e Marzia stenterà a riconoscere, come simile a quella ricevuta, l’educazione impartita dai genitori dei suoi alunni che, tra l’altro, vengono da famiglie disagiate almeno quanto la sua.

Alla lunga storia di Marzia (all’uopo sintetizzata) seguono alcune riflessioni.

Storia di Marzia

Sono nata nei primi anni ‘70 a Torino da genitori immigrati dal sud. Ho un fratello tre anni più giovane di me e vivevamo in un appartamento di 30 mq. Mio padre e mio nonno paterno avevano una mentalità maschilista, e in alcuni casi erano violenti con le mogli. Quando avevo 17 anni mia mamma, in un periodo di forte stress a causa dell'imminente chiusura dell'azienda in cui lavorava, ebbe un ictus cerebrale che la portò a un’invalidità dell’85%. Nel frattempo mio padre entrò in cassa integrazione ed io all'età di 18 anni iniziai a lavorare come supplente, educatrice e come baby-sitter per aiutare la mia famiglia. A quel tempo ero parecchio sovrappeso e in pochi mesi dimagrii molto. Quell'anno persi 30 chili, che riguadagnai l'anno seguente, in seguito ad abbuffate spaventose e compulsive, per cui iniziai una terapia psicologica che durò circa tre anni.

Per circa 9 anni ho lavorato nella Scuola dell’Infanzia dove posso dire di aver intessuto dei buoni rapporti con colleghi e utenti. Nonostante le soddisfazioni professionali iniziai a trovare sempre più difficile lavorare con i bambini piccoli e con i loro genitori perché avevano necessità e presentavano criticità sempre più complesse. Iniziai ad avvertire forte stanchezza fisica e ad alternare momenti di euforia ad altri di disperazione che mi portavano a piangere per ore. Alcune famiglie inoltre rifiutavano di riconoscere le difficoltà dei figli che a scuola erano davvero difficili da gestire. A complicare il tutto c'era la politica di gestione del servizio, che pretendeva alte prestazioni professionali a fronte di condizioni lavorative sempre più difficili perché centrate sul risparmio e sulla soddisfazione del cliente.

Mi sentivo estremamente umiliata e frustrata e non ho perso alcuna occasione per manifestare il mio dissenso, fino a che, nel luglio 2008 mi sono licenziata. Nel nuovo posto entrai subito in contenzioso e dopo aver disobbedito all'ordine ricevuto e aver trascorso settimane in assemblea sindacale di mattina e a picchettare il pomeriggio ho dato le dimissioni, sapendo che comunque avrei potuto lavorare a tempo determinato nelle scuole elementari statali, per cui ero abilitata dal 2000.

Dall'anno scolastico 2008/2009 iniziai a sottopormi al caotico e umiliante rituale del presentarsi a settembre, insieme ad altre centinaia di persone, per scegliere la sede di lavoro e firmare il contratto a tempo determinato nella scuola primaria da settembre a fine giugno o a fine agosto.

L'anno seguente avevo una collega con cui mi era impossibile fare lezione per gli schiamazzi e gli espedienti che gli alunni inventavano per alimentare un continuo clima di disturbo. I genitori la odiavano e i figli, pur detestandola, ne avevano timore. Potrei raccontare tanti episodi per descrivere la follia di quella persona, ma dirò solo che teneva i bambini con le veneziane blu abbassate con qualsiasi situazione meteorologica affinché non si distraessero guardando fuori dalle finestre della classe a pian terreno, da cui non li faceva uscire perché non si infortunassero. A marzo di quell'anno morì mio padre, lasciando una situazione economica difficile.

Dopo l'esperienza in quinta pensavo di avere le spalle larghe, ma quello che ho visto in quella classe mi ha lasciato senza parole a causa delle condizioni sociali, economiche e culturali di quelle famiglie. Ogni giorno volavano banchi, venivano picchiati e maltrattati bambini da parte di compagni estremamente aggressivi, facevo lezione, quando possibile, schivando la cancelleria che un bambino mi lanciava dal fondo della classe. Quando andai a parlare con la dirigente, mi disse che se volevo fare l'insegnante dovevo rendere più attuale la didattica e mi offrì dei fazzolettini perché mi misi a piangere dalla disperazione.

Persino le bidelle ad un certo punto si rifiutarono di venire a custodire la classe quando avevo bisogno di andare in bagno.

Quest'anno ho avuto delle frizioni con la dirigente perché mi sono opposta, unica in tutto il Collegio, all'approvazione del piano annuale delle attività in cui la DS non includeva ore di lavoro precedentemente da lei calendarizzate e già svolte. Prima, durante e dopo queste riunioni mi sento male e per giorni non dormo per la tachicardia e il mal di stomaco, che mi porta inappetenza.

Sono “ricaduta” nell'impegno sindacale. Anche se so che questo impegno mi provoca arrabbiature e sottrae energie non riesco a sottrarmene anche perché dei colleghi hanno iniziato a riferirsi a me per questo genere di cose e io mi sento responsabile per la funzione di tramite sindacale. Questo però so che alimenterà le suddette frizioni.

Nel frattempo dei disturbi gastrici di cui soffro da anni si sono accentuati e mi è stata riscontrata gastrite e uno stomaco ipotonico e ipocinetico, inoltre anche l'intestino mi dà problemi, le cause dei quali sono state parzialmente indagate.

Già da anni mi sveglio durante la notte e non prendo più sonno perché sono angosciata dai pensieri che riguardano il lavoro. Nonostante abbia sempre ottenuto buoni risultati, mi sento profondamente inadeguata di fronte alla mole di lavoro che devo svolgere. Sempre più bambini hanno difficoltà e io non sempre ho l'impressione di essere efficace come vorrei e in certi momenti sento di non avere le energie per aiutarli. Mi sembra di tradire la fiducia dei bambini e delle loro famiglie e di non meritare la stima loro e dei colleghi. Non riesco a occuparmi della casa, sempre più disordinata e caotica e fatico a organizzarmi il lavoro. Sento di non avere il tempo di fare tutto quello che dovrei e ultimamente sono molto irritabile. A casa mi arrabbio molto anche per inezie e ultimamente scoppio in pianti estenuanti e quando sono a scuola molte cose che potrei ignorare mi provocano un nervosismo estremo. Con i bambini mi contengo a fatica, ma quando torno a casa inizio a passare in rassegna quello che ho detto e che ho fatto, sulle dimenticanze e mi fisso su episodi in cui mi convinco di aver compiuto errori irreparabili. Quando mi sento così male divento assente, completamente assorbita dai miei pensieri angosciosi e talvolta prendo delle gocce di Valium (questo accadeva anche l'anno scorso). Mi sento schiacciata dal peso delle responsabilità, dal senso di inadeguatezza e dalla fatica, sto perdendo il senso di ciò che faccio e inizio a percepire la vita stessa come un fardello di cui in certi momenti vorrei potermi liberare.

Mi aiuta a mettere un po’ di ordine nella mia vita?

Riflessioni

Molte sono le esperienze difficili che Marzia si trova ad affrontare fin da bambina: famiglia immigrata con pochi mezzi, mentalità maschilista, anoressia/bulimia, malattia della madre etc. Prima ancora di entrare giovanissima nel mondo del lavoro deve fare i conti con una realtà di vita piuttosto difficile. Tutto sembra superabile fintantoché gli eventi avversi vengono considerati degli “stimoli” cui reagire e non “accanimento” gratuito di qualcuno o qualcosa contro la persona di Marzia stessa. Il lavoro di maestra introduce la variabile professionale che svolge la sua parte importante nel determinare l’usura psicofisica. Dopo i primi anni trascorsi con fatica, ma con discreta soddisfazione, compare un aspetto che richiede un approfondimento medico: l’alternanza di momenti di euforia con istanti di profonda depressione e pianto incoercibile. La manifestazione andrebbe studiata poiché potrebbe essere foriera di un disturbo bipolare non diagnosticato che necessita di una stabilizzazione dell’umore con una farmacoterapia mirata. Un secondo elemento rilevatore è la presa di coscienza dell’esistenza di nemici “in carne e ossa”: gli alunni indisciplinati; i loro genitori ingrati e insolenti; il dirigente scolastico “aguzzino”; la collega “matta”; i docenti che votano contro; i collaboratori scolastici inadempienti etc. Finalmente il nemico ha un corpo e un volto: non si tratta più di quell’entità astratta contro cui era stato impossibile lottare da adolescente poiché non se ne conosceva l’origine, la causa o “il mandante”. Così era stato infatti per lo stato d’indigenza; la mentalità maschilista nella famiglia; la malattia sua e della madre: tutti mali senza responsabile. Quale modo migliore per vendicare le ingiustizie se non quello di ergersi a paladina (leggi sindacalista), anche se non richiesta, trovandosi per giunta sola contro tutti? Battaglie di principio e crociate divengono all’ordine del giorno per Marzia che però non ottiene gratificazione alcuna, pur avendo speso formidabili quantità di energie che invece la sua professione pretende esclusivamente per sé. E poiché nessun corpo dispone di cotanta forza, il soma manda subito a dire che è “in riserva” attingendo a un inesauribile corredo sintomatologico che perseguiterà Marzia sia a casa sia a lavoro. Cosa può quindi fare la nostra maestra prima che la sintomatologia si strutturi in malattia? Innanzitutto smettere i vestiti di “vendicatore”, quindi concentrarsi sul suo lavoro dove sviluppare alleanze anziché conflitti, infine dedicarsi abbondantemente alla vita di relazione (della quale parla poco), avendo come obiettivo quello di vivere e convivere anziché combattere e punire. Il tutto senza dimenticare di procedere ad approfondire il dubbio medico di cui sopra.

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