Concorso straordinario sbagliato sul piano filosofico, concettuale e tecnico. Lettera

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inviata da Matteo Provasi – Mi autodenuncio. Non sono solito bazzicare i portali che ‘puzzano’ di rivendicazioni sindacali o difese delle rendite di posizione di categoria. Però mi sono imbattuto nella lettera di Sara Moran, che mi ha toccato profondamente perché ha dato voce alla stessa frustrazione che ho provato la scorsa settimana sottoponendomi a questo insano sistema di valutazione della mia professionalità.

Lo dico chiaro, consapevole che le mie parole contano zero. Questo concorso, così come è stato pensato ed erogato, è sbagliato su almeno tre piani. Filosofico, concettuale e tecnico. Filosofico, prima di tutto. Sappiamo fin troppo bene che è la risultante di un profondo conflitto intestino all’interno della attuale maggioranza di governo, nel quale la complessità del tema del reclutamento è stato svilito in un braccio di ferro della Ministra che è andata avanti in spregio al contesto, al buon senso, alla conoscenza della realtà. Quasi fosse un dispetto ai sindacati; senza capire che se sbagli la scelta dei formatori il dispetto lo fai agli studenti, di oggi e di domani.

So di percorrere un terreno minato; esiste una forte controdeduzione a questa posizione: ovvero, “voi docenti non volete sottoporvi mai a processi valutativi”. Vero, spesso. Ma possiamo riflettere sui parametri di questa valutazione? Sinceramente, gli strumenti li avrebbero. Perché non propormi un tema e darmi un tempo ragionevole (un giorno?) per svilupparlo tenendo conto di conoscenze, obiettivi e utenza? Si faceva trent’anni fa, e non ha dato frutti così scadenti. Perché lasciarsi travolgere dal demone malsano della psico-pedagogia e non ammettere che gli strumenti didattici sono in gran parte figli dell’ampiezza e della profondità con le quali maneggi la materia che dovresti insegnare?

Certo, lo sappiamo tutti, sapere è diverso da saper trasmettere. Sappiamo però che sapere superficialmente impedisce un efficace processo di trasmissione. Perché infine non osservare le ‘evidenze concrete’ (espressione che in sé mi terrorizza) del nostro percorso professionale, seppur precario? Insegno da anni alle scuole serali, ho a che fare con la funzione sociale della scuola, con casi di abbandono, con necessità spicce di ottenere il pezzo di carta per motivi lavorativi. Ebbene, perché non valutare la percentuale dei miei studenti che negli anni ha poi deciso di proseguire gli studi, di iscriversi all’Università e di concludere quel percorso con profitto? Se ciò è avvenuto e avviene, forse sono in grado di accendere una scintilla, e soprattutto di fornire quella borsa degli attrezzi burocratizzata oggi in un vuoto elenco di competenze che non saprei affatto ripetere a memoria (so che qualche collega ne è capace, bontà sua).

Sul piano concettuale. Perché i quesiti, apparentemente vaghi, sono in realtà dannatamente specifici. Sono studiati, tutti, già come proposte di approfondimento a partire da un argomento dato. Proprio quegli approfondimenti che ogni docente dovrebbe individuare in autonomia. Quindi, per capirci, valutate la mia capacità di costruire percorsi trasversali, di usare il testo per aprire la mente, o la mia capacità di muovermi eterodiretto da linee interpretative che mi piovono dall’alto? Siamo seri, gli anni Ottanta sono terminati. Davvero c’è ancora qualcuno che negli istituti professionali insegna a una platea eterogenea di quindicenni la giustizia secondo Manzoni? Ma veniamo alla verifica (immagino fosse un quesito dato in ogni classe di concorso): di solito spendo un paio di giorno per calibrare il testo antologico più efficace a sollecitare quelle conoscenze e competenze che ho provato a trasmettere. E secondo loro mi basta una ventina di minuti? Ma poi per fare cosa? Per sviluppare il processo al contrario: ovvero partire dal documento per inventarmi una ipotetica classe che dovrebbe essere in grado di rispondere a certe domande. Quanto di più antididattico e antireale esista.

E da questa ultima considerazione ci infiliamo dritti dritti nel terzo ordine di errore, quello tecnico. Ma scusate, come pensate che matematici e fisici possano sviluppare un ragionamento basato sulle reali conoscenze scientifiche senza poter scrivere in ‘matematichese’? Come è possibile che non mi vengano forniti fogli bianchi per strutturare l’impalcatura delle mie risposte? Ma allora che senso ha martoriare i nostri studenti con la necessità della scaletta prima di produrre qualunque testo scritto se poi mi impedite di mettere in pratica quella buona pratica? Ripeto, pura follia antididattica.

Io non so se potrò dare un contributo o fare danni mettendo piede in una scuola, e chissà se questo concorso sarà davvero in grado di stabilirlo. So però che chi ha pensato questa modalità di reclutamento non ha mai messo piede in una scuola. Mi pare molto più grave per l’intero sistema Paese.

Ecco, mi sono sfogato. Buon lavoro a tutti.

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