Concorso straordinario per il ruolo, dimenticati i docenti delle paritarie. Lettera

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inviata dal  Prof.  Massimiliano Lepera – In seguito al lungo e farraginoso processo che ha portato, pare in maniera ormai definitiva – nonostante le proteste di una parte della maggioranza governativa, dell’opposizione, dei sindacati, del CSPI, ma soprattutto dei docenti precari – alla conferma delle procedure concorsuali per l’immissione in ruolo dei docenti col fine di contrastare il precariato (sic!) e le decine di migliaia di supplenze annuali, i dubbi e le contraddizioni non restano affatto pochi, anzi.

Tra i molteplici nodi non sciolti e rimasti ancora sospesi, ma al contempo ricchi di controsensi, un posto di rilievo spetta sicuramente al mancato riconoscimento del servizio presso le scuole paritarie ai fini dell’ammissione al concorso straordinario per il ruolo, quello che più di tutti dovrebbe porre un rimedio immediato al precariato.

Ma, per comprendere meglio la contraddizione, è necessario capire cosa siano le suddette scuole paritarie, la cui finalità e fisionomia è spesso confusa nell’immaginario collettivo, chiedendosi con maggiore convinzione il perché della loro esclusione.

Come è scritto sul sito del Miur (proprio così!), la legge 62 del 2000, art. 1 comma 7, ha riconosciuto ufficialmente le scuole paritarie come scuole pubbliche non statali, ovvero scuole che, pur non essendo specificamente statali, a differenza di tutte le altre scuole private svolgono un servizio pubblico e sono inserite a tutti gli effetti nel sistema nazionale di istruzione.

Per gli alunni, pertanto, la regolare frequenza della scuola paritaria costituisce assolvimento dell’obbligo di istruzione e di conseguenza il riconoscimento della parità garantisce l’equiparazione dei diritti e dei doveri degli studenti, le medesime modalità di svolgimento degli esami di Stato e l’abilitazione a rilasciare titoli di studio aventi lo stesso valore.

E per i docenti?

Nulla, verrebbe da rispondere, seguendo gli ultimi rivolgimenti del concorso straordinario.

I docenti che hanno prestato servizio presso le scuole paritarie, spesso con grandi sacrifici, sottopagati o addirittura in maniera gratuita, quali garanzie e tutele hanno?

Secondo gli ultimi dati del Miur, in riferimento all’a.s. 2017/2018, le scuole paritarie in Italia sono oltre 12600, circa il 25% degli istituti scolastici del territorio, accogliendo altresì oltre il 10% degli allievi italiani.

Un numero abbastanza rilevante, se ci si pensa a fondo. Centinaia e centinaia di docenti, nel tempo, hanno insegnato agli albori della loro carriera presso gli istituti paritari, per fare esperienza ma soprattutto per accumulare titoli e punteggio atti alla successiva inclusione nelle graduatorie o all’ammissione ai concorsi per il ruolo. E ora che cosa è successo?

Oltre a tutte le precedenti prerogative delle scuole paritarie, molto importante è il fatto che esse possono rilasciare titoli di studio esattamente come le scuole statali, e della medesima validità.

Quindi, non valendo l’insegnamento nelle paritarie, di conseguenza dovrebbero essere annullati anche tutti i titoli di studio rilasciati agli studenti?

La contraddizione si fa ancor più cogente qualora si consideri il fatto che molti dei docenti esclusi dal concorso per questo motivo, sono tuttavia presenti, anche grazie ai titoli e al punteggio acquisiti durante l’insegnamento presso le scuole paritarie, nelle graduatorie di III fascia, le quali permettono di essere assunti alle dipendenze dello Stato – e dunque presso le scuole statali – senza alcuna riserva.

Molti di questi docenti, ancora in pieno precariato, hanno contribuito dunque in questi anni a mantenere in piedi il sistema scolastico italiano, siccome quest’ultimo ha dovuto spesso e volentieri attingere alle suddette graduatorie.

E quando giunge il momento di ripagare i sacrifici affrontati in tutti questi anni da una larga fetta di insegnanti, che speravano finalmente di poter ambire, giustamente, al tanto auspicato ruolo, cosa succede?

Magicamente, pur nelle medesime condizioni e con il medesimo servizio di altri, vengono esclusi dal concorso. Il fatto paradossale, inoltre, è che molti di loro hanno alle spalle un’esperienza e tanti anni di servizio non affatto paragonabili ad alcuni che, invece, hanno accumulato soltanto tre anni risicati, magari neanche con un servizio annuale completo, presso le scuole cosiddette statali.

A tutto ciò, che è già abbastanza cristallino, si aggiungono le inspiegabili esclusioni di altre categorie di docenti con tre annualità di servizio, oltre alla testarda conferma di effettuare a tutti i costi adesso, in piena emergenza coronavirus e con il divieto di assembramenti, un concorso che, già vergognosamente rinviato per sei anni, poteva magari esser procrastinato ancora un po’, avendo magari nel frattempo la possibilità di ragionare meglio sulle procedure di selezione dei docenti, formatori della futura società, i quali in questo periodo di seria emergenza hanno contribuito, insieme a medici, operatori sanitari e tante altre categorie sociali, a mantenere viva la speranza e l’Italia tutta.

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