Concorso, prova scritta: il Ministero ha perso l’occasione di valorizzare chi davvero porta avanti la scuola. Lettera

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inviata da Emanuela Assenzio –  Caro MI, con il fallimento di questo concorso, chi ha realmente perso un ‘occasione siete voi.
Sono una docente precaria che, come tantissimi altri colleghi, ha sostenuto la scorsa settimana la prova scritta di questo fantomatico concorso ordinario.

Condivido con quanti non hanno avuto la fortuna di superare questo quiz, la stessa frustrazione e rabbia di chi ha cercato di prepararsi al meglio nonostante un blocco di due anni con false ripartenze, annunciate e di volta in volta smentite, un preavviso di 20 giorni e la pubblicazione delle griglie di valutazione con i punti effettivi del programma, quantomai vaghi e dispersivi, a soli 9 giorni dalla prova, sfruttando ogni attimo libero tra lezioni e corsi di formazione obbligatori, tra
bollettini covid fuori e dentro le classi e aggiornamenti su una guerra in corso.

Abbiamo cercato di dare il massimo, perché eravamo consapevoli che questa opportunità, attesa per anni, avrebbe significato, per molti di noi, la possibilità di ottenere una stabilizzazione, che ci avrebbe liberato dell’ansia delle convocazioni settembrine e del peso di dover ogni anno cambiare scuola, colleghi, studenti, ricominciando tutto da capo, ma soprattutto ci avrebbe tirato fuori da questa precarietà che, come un marchio, segna tanto il nostro lavoro quanto le nostre vite private.

Sapevamo che non sarebbe stato semplice, ma siamo arrivati alla prova carichi e fiduciosi che l’impegno e l’entusiasmo che cerchiamo di trasmettere ai nostri studenti, sarebbero stati ricompensati, come se finalmente fosse arrivato il momento della resa dei conti.

Proprio per questo la delusione di non riuscire a superare, solo per pochi punti, la soglia di sbarramento, è stata ancora più amara.

E dal momento che, come docenti, siamo abituati a metterci costantemente in discussione, ci siamo ritrovati a interrogarci sulle nostre capacità, chiedendoci se forse non fossimo stati noi, in fondo, a non essere adeguatamente preparati.

Ma dopo lo sconforto iniziale, si è fatta strada una riflessione più ampia che ha permesso di comprendere che il fallimento che avevamo sotto gli occhi non era il nostro fallimento personale, ma piuttosto il fallimento di un intero sistema. Ritrovarci ad essere valutati sulla base di domande improbabili e del tutto avulse da ciò che la nostra professione richiede quotidianamente, ci ha restituito un metro di misura completamente starato e ingiusto, come se facessimo lavorare i nostri studenti sul raggiungimento di determinati obiettivi e testassimo, poi, tutt’altro in sede di verifica, lasciandoli disorientati e spiazzati, così
come ci siamo sentiti noi.

E il fatto che questa prova arrivi dopo due anni di pandemia, non fa che amplificare ulteriormente il disappunto e l’amarezza, perché questo tempo ci ha costretto a rivoluzionare in uno schiocco di dita le nostre metodologie e tecniche, portandoci a ricercare notte e giorno nuovi strumenti nel tentativo di garantire ai nostri ragazzi un contatto proficuo che desse loro la certezza di una presenza rassicurante nella costruzione di un nuovo percorso di apprendimento.

Abbiamo dedicato tempo ed energie per affrontare questa sfida improvvisa, mettendo a disposizione anche le nostre risorse personali per sopperire ai ritardi burocratici e normativi.

Ecco, era finalmente giunta l’occasione, caro MI, di riconoscere questo impegno, di restituire dignità a questa professione troppo spesso sminuita e calpestata proprio da chi dovrebbe tutelarla, offrendo un test che, quantomeno, valorizzasse quel know-how che tutti noi abbiamo dovuto acquisire sul campo, direttamente sulla nostra pelle e valutando concretamente le nostre reali competenze.

Mi sono chiesta che senso avesse investire una quantità immane di denaro pubblico per avviare una procedura concorsuale il cui unico scopo pare sia stato quello di scremare, in una sorta di roulette russa i candidati, decimandoli, quando poi il problema di anno in anno, restano proprio le cattedre vuote da coprire e gli incarichi da assegnare. Qual è la ratio che non ha permesso di realizzare una selezione seria per stilare una graduatoria meritocratica e risolvere, almeno per un certo numero di anni, questa piaga che penalizza tanto i docenti quanto gli studenti?

Mi piacerebbe ricevere una risposta significativa da chi di dovere. Leggendo le ultime notizie, viene da chiedersi se il vero intento non sia stato quello di preservare un numero cospicuo di candidati per il nuovo imminente concorso straordinario che, stando alle attuali bozze, sarà basato su un’unica prova orale e vincolerà poi “i candidati idonei” a sostenere a proprie spese un nuovo percorso universitario annuale, da effettuare in orario pomeridiano in abbinata ad una supplenza annuale (come se
l’unico impegno per insegnare fossero le 18 ore frontali di lezione) senza, peraltro, garantire una reale certezza di stabilizzazione finale.

Possibile che solo a noi paia lampante la contraddizione di avviare una selezione chiedendo come requisito di ammissione tre anni di insegnamento, per pretendere proprio da queste persone, formalmente dotate di una certa “esperienza”, di tornare ancora una volta ad investire in corsi accademici con l’implicita motivazione di non essere ancora adeguatamente qualificate?

Dunque, il percorso dei 24 CFU introdotto solo cinque anni fa, ha completamente perso la propria valenza formativa se già appare bisognoso di un’ulteriore integrazione? E se davvero la preparazione di questi docenti non è sufficiente, come può essere stato accettabile affidare loro, per anni interi, la formazione dei nostri figli?

Delle due l’una: o si tratta di un mero espediente per rimpinguare le casse dello stato oppure si sta ammettendo, nero su bianco, che il sistema non è stato in grado di dotare i docenti precari di adeguata preparazione e professionalità. Forse sarebbe il caso che si chiarisse una volta per tutte cosa è necessario affinché gli insegnanti diventino “abbastanza” per poter svolgere un ruolo che hanno imparato a proprie spese a portare avanti, anche senza che nessuno gliene abbia mai riconosciuto, almeno finora, formalmente il merito.

O forse, più banalmente, il vero interesse è quello di continuare semplicemente a “sfruttare” i precari, i cui contratti gravano in maniera ridotta sui conti statali rispetto a quelli dei colleghi di ruolo, dal momento che molto spesso terminano alla fine di giugno e, comunque, garantiscono meno tutele, come la mancata retribuzione della malattia o persino dei permessi necessari per sostenere le vostre bizzarre prove selettive.

Viene da chiedersi che fine abbiano fatto anche i sindacati, grandi assenti della nostra era.

Ma la cosa che forse ferisce di più è la consapevolezza di alimentare involontariamente questo sistema malato che, come in un meccanismo perverso, si riversa su noi stessi, dato che è proprio la presenza e la disponibilità di noi precari che paradossalmente ci condanna a restare tali. È evidente che se noi tutti, improvvisamente, ci rifiutassimo di accettare contratti a termine, pretendendo quanto meno una selezione seria, bloccheremmo un ingranaggio che per andare avanti sarebbe costretto a trovare una soluzione diversa. Per comprendere cosa ci impedisce di farlo, è, a mio avviso, necessario spostare l’analisi ad un livello più ampio, allargando lo sguardo ad una condizione più profonda di precarietà che pervade la società in cui viviamo e ci porta ad accettare qualsiasi clausola pur di aggrapparci ad un ultimo stralcio di certezza per il futuro, a maggior ragione quando questo futuro coincide con quello delle nostre famiglie e quando non si ha la fortuna di avere le spalle
coperte, perché proprio in questi casi rischiare quel poco che si ha genera una sensazione di panico ancora più paralizzante, persino quando si ha la sicurezza di essere nel giusto.

Personalmente, non so se questa sensazione nauseante di disgusto passerà e tornerà a prevalere ancora una volta la passione per il mio lavoro, la soddisfazione dei traguardi raggiunti con i miei ragazzi e il loro affetto che resta in assoluto il riscontro più
autentico di ciò che sono come docente e come persona; la certezza che ho è che dopo questa delusione farò fatica a spronarli a dare il massimo, alimentando la speranza che anche al di fuori dalla scuola questo possa servire davvero a qualcosa, così come mi risulterà difficile trasmettere loro la fiducia nelle istituzioni che dovrebbero rappresentarci e garantire giustizia sociale, perché con questo concorso, caro MI, avete perso la più grande delle occasioni: quella di dimostrare che siete in grado di comprendere, supportare e valorizzare chi davvero porta avanti la scuola.

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