Concorso docenti abilitati, Anief: prove e valutazioni difformi. Si parte male

di redazione
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Comunicato Anief – Parte col piede sbagliato il primo dei tre concorsi introdotto dalla riforma Renzi-Giannini, riservato ai docenti abilitati e regolato con il bando pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 14 del 16 febbraio scorso. Al problema dei tempi biblici per la preparazione della prova concorsuale, legati soprattutto alla logica mancanza di commissari disposti a sobbarcarsi un onere non indifferente, senza esoneri dal servizio abituale ed in cambio di cifre a dir poco ridicole, si stanno aggiungendo delle inspiegabili prove difformi per verificare l’attitudine all’insegnamento dei candidati: dalla Lombardia, l’unica regione dove si è partiti con lo svolgimento dell’unica prova prevista, l’orale, i candidati lamentano un impegno fortemente diversificato, variabile in base alle commissioni di collocazione.

Cosa avrebbe dovuto prevedere la prova? I candidati sono chiamati a sostenere un colloquio (non selettivo di durata massima di 45 minuti) di natura didattico-metodologico, durante il quale la commissione accerta anche la conoscenza della lingua al livello almeno B2 (non è richiesta la certificazione). Per gli ambiti “verticali” è prevista un’unica prova ma graduatorie diverse. Fin qui tutto chiaro. Sull’applicazione della verifica, invece, c’è già da discutere. Diversi docenti precari abilitati che hanno svolto la prova in più di una classe di concorso, ci segnalano, in particolare, contenuti e tempi di attuazione fortemente diversificati. Con inevitabili effetti sulla valutazione finale, la cui consistenza diventa fondamentale ai fini della collocazione nelle graduatorie regionali che si andranno a determinare, al termine del concorso riservato, per decidere quali precari accederanno al terzo anno di Fit pre-ruolo.

Quella che doveva essere una sorta di sanatoria del Governo a maggioranza PD si conferma quindi sempre più inutile, se non dannosa, ponendo in seria discussione l’applicazione dei decreti legislativi della Legge 107/2015, in particolare il D. Leg.vo n. 59/2017: già il numero delle adesioni, 50 mila docenti a fronte di almeno il doppio di docenti abilitati tra Tfa e Pas, poneva seri interrogativi. Per non parlare di altri 10mila insegnanti che hanno presentato ricorso per entrare e altrettanti di ruolo che hanno chiesto il passaggio tra un ruolo e l’altro.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, siamo alle solite: “Invece di risarcire i precari non assunti e attivare le prove suppletive del vecchio concorso, sanando così i tanti ricorsi in essere nei tribunali, ci si è inventati questa verifica ulteriore delle abilità e conoscenze già ampiamente riscontrate in passato. La realtà è che si è voluti complicare la vita, anziché ammettere una volta per tutte che un supplente, come qualsiasi precario dell’amministrazione pubblica con titoli e abilitato ad acquisire un posto vacante, dopo tre anni di servizio svolto va assunto a tempo indeterminato. Ma evidentemente quello che l’Unione europea sostiene da anni vale solo quando si tratta di sistemare i bilanci o caldeggiare cause a favore del Governo di turno. Noi a questa logica non vogliamo soccombere: per questo – conclude Pacifico – continuiamo a battagliare in tutte le sedi possibili, anche legislative, sempre a fianco dei precari vessati”.

01 giugno 2018

Ufficio Stampa Anief

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