Concorso Dirigenti Scolastici: prova scritta ha premiato burocrati tecnocratici. Lettera

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inviata da Antonio Amodei, Firenze – Gentile Orizzonte Scuola sono uno di quelli che non ha trovato il suo nome nell’elenco degli ammessi all’orale del concorso per Dirigenti Scolastici.

Appena lasciata l’aula d’esame quel giovedì 18 ottobre, consapevole della mia pessima prova, avrei voluto immediatamente snocciolare una serie di “accuse”, in primis a me stesso, ma anche a chi progetta tali assai discutibili procedure nella selezione di figure di cotanta importanza.
Ma ho lasciato perdere, assumendomi ogni responsabilità, cercando di dimenticare questi mesi/anni di studio e clausura volontaria dedicata al concorso.

Tuttavia, crescenti sono le ricuse e le perplessità che serpeggiano sulle riviste specializzate, on line e tra i colleghi di ogni dove, tali da farmi uscire dalla tana e mettere nero su bianco alcune impressioni.

Quel giovedì, a mia parziale ma ininfluente discolpa, ho affrontato una prova cui tenevo molto con 38 di febbre, reduce da una notte insonne per un’influenza ed imbottito di antistaminici, in un’aula stretta, fisicamente compresso tra colleghi alle prese con rumorose tastiere malfunzionanti, video baluginanti, sistemi operativi anteguerra, in un caos inenarrabile di campanelle che suonavano e studenti urlanti a squarciagola tra una pausa e l’altra, in condizioni ambientali disdicevoli.

Il MIUR si è così affidato a poche ore di una mattinata trafelata per selezionare la classe dirigente: non si tratta di autocommiserazione perché la dignità di un docente, di un intellettuale è fatta di pensiero, analisi, connessioni ricorsive dai controfattuali operativi che una prova del genere dismette, disprezza, neglige premiando viceversa l’automatismo mnemonico, dattilografico (Sergiovanni direbbe illegittimo) che poco ha a che vedere con il successo formativo dello studente.

Al termine di una non facile prova preselettiva (ho totalizzato 97.4, centrando 98 domande su 100), la cui preparazione ha visto molti mesi di studio e 20 giorni finali di esercizio di fuoco sovrapposti, tra l’altro, alla presidenza agli esami di stato, mi sono schiantato contro un’impensabile prova tecnocratica pessimamente gestita, in un contesto ambientale improponibile e che ha vanificato il lavoro di anni.

Anni di studio e lavoro. Da un decennio “dirigo” un corso tecnico per Adulti il quale, al mio arrivo, contava una classe di 8 sparuti studenti, gestiti con ore eccedenti dai colleghi del diurno. Ho chiesto io mobilità presso gli Adulti, a me insegnamento più congeniale. Mi sono rimboccato le maniche ed il corso è adesso un fiore all’occhiello per tutta la città, la Regione e, oso affermare, per l’intera nazione, dato che abbiamo ormai studenti da buona parte d’Italia.

Non devo e non posso autocelebrarmi, ma basterebbe ascoltare i miei colleghi, i DS di mezza Italia che regolarmente mi contattano per avere indicazioni su come meglio organizzare questo difficile segmento educativo, i colleghi coordinatori dei corsi serali di molte regioni che si consultano col sottoscritto su come applicare il Regolamento (DPR 263/2012), per avere un’idea di quanto è stato fatto. Il corso, infatti, conta oggi 4 classi, tutto funziona grazie ad un alacre ed impegnativo lavoro diuturno di perfezionamento dei Periodi, dei Livelli, delle UDA, dei PSP e dei Patti Formativi, in applicazione del Nuovo Regolamento Istruzione degli Adulti, applicato alla lettera, gestito e collaudato dal sottoscritto (in perfetta assordante solitudine), con grandissime difficoltà operative dovute all’assenza totale di strumenti di base, risorse, personale in grado di comprendere la complessa struttura ad orologeria che l’architettura del corso necessita a seguito dell’applicazione del regolamento (tanto per esemplificare, non abbiamo nemmeno un registro elettronico che funzioni per UDA e Periodi, inesistente in commercio).

Ho più volte consumate le mie ferie (Natalizie, Pasquali, Estive…) nella costruzione artigianale di strumenti che ci consentissero di lavorare con un minimo di autosufficienza (elaborazione UDA, maschere di scrutinio, marketing e pubblicità, orientamento docenti e studenti, strutturazione delle modalità di certificazione dei crediti, redazione dei PSP, certificazione degli esiti, adozione di quantificazioni sulle competenze europee e tanto altro). I riconoscimenti mi sono stati elargiti da tutti (glissando su quelli economici…), anche dagli “avversari”, mentre mio malgrado sono divenuto punto di riferimento organizzativo per tutti.

La responsabilità di un intero percorso per Adulti necessita, infatti, di una pervasiva applicazione e di un’intensità professionale che pochi colleghi sono disposti a fornire.

Nelle mie piccole speranze, recondite e gelosamente custodite, trovava posto l’idea inconfessabile di dirigere un CPIA in Toscana, mia naturale allocazione (destinazione, tra l’altro, non gradita alla grande maggioranza dei colleghi), perché da sempre credo nel valore dell’insegnamento permanente, di servizio, fatto di competenze formali, non formali ed informali, collaborativo in termini costruttivisti presso personaggi che, nonostante le grandiose difficoltà personali (professionali, famigliari, ambientali), ridiscutono se stessi nel ripristinare un percorso educativo per mille ragioni acefalo, interrotto, ai fini di una ricollocazione, certo, lavorativa fatta di competenze ma, molto più importante, culturale e sociale.

Ciò detto, il MIUR decida se governare la scuola o fare propaganda elettorale, adornandosi con presunti raggiunti obiettivi, da sciorinare imbellettati alle famiglie, agli studenti, all’opinione pubblica, magari in vista di nuove consultazioni.

Io, però, non ci sto. Se abbiamo bisogno di burocrati tecnocratici in Presidenza, se occorre metter la faccia di qualcuno purché sia, lascio che vada tutto in malora. Non fa per me. Se questo è il trattamento che si intende riservare a chi ha speso una vita nel tentativo di contribuire, nel suo piccolissimo, a migliorare questo che è il Paese col più basso grado di alfabetizzazione in Europa, il più basso tasso di laureati ed una percentuale imbarazzante di abbandoni scolastici, tanti saluti.

Continuerò a credere nell’insegnamento ma non mi ci applicherò più, se non per le mansioni dovute, con il “minimo sindacale” di rendimento garantito. Ovviamente le mie congratulazioni a chi ha superata la prova scritta con l’augurio di superare anche quella orale, dato che avremo bisogno di DS a settembre.

Mio padre, direttore didattico di una scuola elementare di provincia, e mia sorella, insegnante presso la medesima scuola, dopo che entrambi ci hanno lasciato, avrebbero sperato, “da lassù”, di veder coronato un desiderio legittimo (ho fallito la promessa data). Con loro, io stesso, da 30 anni in cattedra e da 10 Collaboratore, abbiamo dato troppo alla scuola. Se questo è il ringraziamento, facciano pure.

A nessuno importerà e nessuno se ne accorgerà, ma non avranno più la mia complicità.

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