Concorso Dirigenti Scolastici, non è ancora detta l’ultima parola. Lettera

ex

Inviato da Liberata Degli Esposti – “Pretestuose aggressioni”, “egoistica tutela di personali, inesistenti interessi”, “ricerca di presunti vizi formali”, “pretesti azzardati e puerili”:

sono soltanto alcune delle note sottratte all’enfasi con cui i “i nuovi Ds della Scuola italiana” – come con un pizzico di civettuola autoreferenzialità già si definiscono – infarciscono la loro accorata doglianza, inviata in questi giorni ai social e alle redazioni di molte testate in rete, tra le più cliccate e seguite.
I “futuri dirigenti” accampano come un diritto quesito, ormai, l’esito positivo della prova orale, che si è già svolta per la stragrande maggioranza di loro e danno ragione del dissenso con cui accoglierebbero l’eventuale pronuncia di annullamento dell’intera procedura concorsuale.
È umano, persino legittimo, perorare la propria causa, quando – chissà per quale imponderabile destino – ci si è trovati dall’altra parte della barricata. Definire, però, “pretestuose” le motivazioni di duemila ricorrenti al Tar, con un’inchiesta avviata e tuttora aperta presso la Procura della Repubblica di Roma, ha davvero dell’incredibile.
Kafkiano, si direbbe. Ritengono, infatti, le denunce di molti candidati esclusi dalla prova orale e le notizie di stampa, susseguitesi a ritmo incessante nelle ultime settimane, “una campagna d’informazione montata artatamente al maldestro scopo di influenzare il Tar Lazio”. Trascurano, forse, soltanto un piccolissimo dettaglio: che a indagare sui presunti illeciti, commessi prima, dopo e durante le prove, è un pool di magistrati, sulla base di informative ritenute, quantomeno, plausibili, non trattandosi, purtroppo, di pure invenzioni o, peggio, di paranoiche manie di persecuzione, sofferte da un branco di sfigati, imbranati e scartati dalla competizione.
Tra i duemila, c’è chi, per esempio, non ha mai potuto prendere visione dei verbali di correzione, malgrado le richieste di accesso inoltrate al Miur e le attese pazienti e snervanti, trascorse proprio in compagnia di coloro che oggi, a giochi fatti, alzano la cresta e rivendicano diritti.
C’è chi, la notte dell’8 maggio si è trovato a strabuzzare gli occhi, dopo quaranta giorni e dintorni di agonia, su una griglia di valutazione somigliante più a una schedina del totocalcio, che a un atto amministrativo. Niente verbali, no: in cambio, voti centellinati al nanomillimetro, come distillati dai lambicchi di un alchimista sadico e buontempone.
C’è chi, inspiegabilmente, si è trovato davanti una prova in cui, dopo aver svolto tutti e cinque i quesiti, tutte e dieci le domande in lingua straniera, ha dovuto constatare di aver lasciato in bianco le risposte, quasi non avesse mai sfiorato la tastiera o l’elaborato svolto fosse evaporato tra gli umori autunnali di un ottobre ancora troppo sapido di sale e di sole.
C’è chi, pur avendo, per anni, gettato sangue e sudore sui libri – almeno tanto quanto ne hanno profuso i “nuovi Ds della Scuola italiana”, mandando all’aria affetti, famiglie, vacanze, vita pubblica e privata – vorrebbe capire dov’è che ha davvero toppato.
Divide et impera, certo, la logica è sempre la stessa. E loro, i futuri salvatori della Patria in pericolo, non hanno ancora neppure allungato l’alluce oltre l’uscio della “stanza dei bottoni”, che già si firmano come “il gruppo di nuovi Ds della Scuola italiana”. La esse – maiuscola, per carità – troneggia come un mausoleo al centro della sala.
Ebbene, a questo “gruppo di nuovi Ds della Scuola italiana”, idonei e non ancora vincitori, ma – evidentemente – già, per così dire, solleticati nell’orgoglio e nella vanagloria per lo status appena acquisito, si sente il bisogno insopprimibile di rispondere, in quanto insegnanti e in quanto ricorrenti, essendo – lo si vuole ribadire – duemila, circa, in tutta Italia: un esercito, non un manipolo o “un pugno di candidati”.
Da insegnanti, viene da osservare che, volendo offrire alle giovani generazioni un esempio da seguire, proprio loro, i “futuri dirigenti”, dovrebbero insieme con i ricorrenti e dieci passi davanti a loro, rivendicare il ripristino della trasparenza e della legittimità di questa procedura concorsuale, se i regolamenti in Italia non sono ancora diventati carta straccia e la deontologia una parola disusata e ai più sconosciuta.
Molti di loro, in questi giorni, indosseranno ancora, sebbene per poco, la veste di docenti, alle prese con esami di licenza e di maturità. Verificheranno, dei propri allievi, il grado di acquisizione di quelle competenze di cittadinanza, di cui tutta l’Europa, quella che conta, si riempie la bocca. Li interrogheranno circa il senso e il significato di concetti come quello di legalità, rispetto delle regole, certezza del diritto. Con quale animo? Con quale faccia?
Il grado di civiltà di un Paese si misura anche – e soprattutto – non solo dal tasso di credibilità delle sue istituzioni, ma pure di quella dei componenti della sua comunità. E in questo – ci sia concesso dirlo senza mezzi termini – l’Italia e la scuola italiana, in quanto suo più diretto e fedele riflesso, appaiono altro che un colabrodo.
Sono i ricorrenti, coloro che presumono di essere le vittime di una procedura viziata e fitta di zone d’ombra ad essere scioccati dalle parole dei “futuri dirigenti”: i “migliori”, i “più meritevoli”, i “vincitori”. Ma, ahinoi, sono proprio loro a confondere e mescolare piani che corrono perfettamente paralleli. Assimilare le circostanze determinate dal ben noto “caso Sardegna” a un atto reso necessariamente ed immediatamente esecutivo dall’ordinanza di un Tribunale, non è proprio quello che ci si attende da un novello Ds, fresco di studi e di meriti. Anche un principiante si accorgerebbe che, se nel primo caso si è trattato di una deliberata violazione delle regole fissate dallo stesso bando di concorso, nel secondo, al contrario, è stato un consesso di giudici – soggetti soltanto alla legge per imperio costituzionale (art.101) – a ordinare al Miur di ammettere alla prova scritta, seppure con riserva, i candidati che avevano impugnato la prova preselettiva.
Ci si volesse appigliare con cipiglio a questo sciorinare di ragioni, si direbbe che è giusto qui, tra le righe vergate nero su bianco, la prova della perizia, della maestria, della brillante, meritata, sudata vittoria di chi si sente già “il nuovo Ds della Scuola italiana”.
Si presentano da soli i futuri leader culturali, referenziati dalle trentotto commissioni, che hanno sovrinteso i lavori di cernita e di selezione. Dal primo settembre – fatti i dovuti scongiuri – saranno al posto di comando, così come gli è stato “promesso” – questo è il termine che hanno utilizzato – “a costo” – si cita testualmente – “di immani sacrifici, sostenuti insieme alle nostre famiglie”.
Senza voler scomodare Freud o chi per lui, ma se anche le parole hanno un loro peso specifico, proprio quei termini suonano come il più loquace e risibile dei lapsus. Eppure, ce ne sarà voluto per sceverare il loglio dal grano, per individuare chi meglio e più empaticamente rispecchiasse, da esaminato, le doti, le attitudini, la professionalità degli esaminatori.
D’altronde, si sa, solo il simile conosce il simile. Ma tant’è.
Questi leader culturali in pectore che, visionari cacciatori di scalpi, di piantagrane e di “sterili cavilli”, “hanno superato, con pieno merito, tutte le prove, acquisendo così un legittimo interesse alla regolare conclusione della procedura concorsuale”, rivendicano il loro sacrosanto diritto di salvatori della Scuola italiana, lanciando un monito, secondo il quale “è preciso compito delle istituzioni difendere tanto il proprio operato quanto il nostro lavoro. La Scuola, la fucina del futuro della nostra Repubblica, deve ripartire da qui: basta ricorsifici! Nei ruoli dello Stato si entra per pubblico concorso”.
Hanno ragione, certo. E ne hanno tale e tanta che giusto qualche giorno fa, il Senato, approvando il Decreto Concretezza, ha anche abolito le plumbee, farraginose procedure con cui è stato svolto e portato a termine, tra gli altri, proprio questo concorso. Sarà stata una mera coincidenza o una pietra tombale messa sopra l’ennesima, pantagruelica selezione?
A voler azzardare una lettura politico-sistemica dell’evento, si sarebbe indotti a dedurre che è stato proprio il Parlamento, prima ancora che la magistratura si pronunci in merito a questa vicenda, ad aver bocciato – implicitamente ammettendo un clamoroso fallimento – questo bizzarro, eccentrico modo di selezionare il personale della pubblica amministrazione. Il doping, così come il cheating, sono diventati, sebbene di recente, reati. Anche in Italia.
Con la gratitudine di sempre,

Con i 24 CFU proposti da Mnemosine puoi partecipare al Concorso. Esami in un solo giorno in tutta Italia