Concorso A22, tutto in fumo, in 100 minuti di pura follia. Lettera

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Inviata da Claudia Bonetto – Avevo 8 anni, più o meno, quando ho sentito per la prima volta di voler fare l’insegnante. Ripassavo la lezione in camera mia e ho finto di farlo davanti ad una classe immaginaria: l’emozione che ho provato è stata indescrivibile. La stessa che ho avuto la fortuna di rivivere lo scorso anno, quando alle otto meno un quarto aspettavo l’arrivo dei ragazzi in aula.

Ero solo un’insegnante covid, ma quel giorno il docente di cattedra era assente ed avrei avuto gli alunni tutti per me. Abbiamo affrontato Pirandello – ragazzi, lo sapete che Pirandello non vuole suscitare una semplice risata? Dietro c’è molto, molto di più.

Mi sono laureata in filosofia e storia (quando avevo iniziato, pareva dessero accesso alle medie, ma le condizioni sono cambiate strada facendo): poche cattedre disponibili e il mio sogno si è infranto tra una bolletta da pagare e l’altra. Mi ero appena sposata, non potevo permettermi la SIS a Novara – xxx chilometri di distanza. Ho attivato il piano B e ho trovato un
lavoro stabile e sicuro, in un’agenzia di comunicazione. “Gioco comunque con le parole”, mi sono detta” e per un po’ ha funzionato. Ma ogni anno a settembre provavo un po’ di rimpianto: forse non avevo mollato troppo presto? Così nel 2017, con 4 figli e un compagno che tifavano per me, mi sono riscritta all’Università: un esame di letteratura italiana e uno di
geografia umana (l’ho riscoperta, davvero!), per accedere alla A22. E poi i 24 cfu.

Sono andata avanti come un treno.
Finalmente, il concorso. Dal momento dell’iscrizione al giorno in cui l’ho sostenuto ho studiato tantissimo, in ogni secondo libero. Ero consapevole di dover colmare qualche gap (chi non ne ha?). Ma ieri mi sono seduta tra quei banchi sperando di potermela giocare: certo, non sapevo tutto, perché veniva richiesto lo scibile umano (chi può ricordarsi tutte le date, tutti i
trattati, tutte le paci, tutte le bolle, tutte le politiche economiche, tutte le terzine dantesche, tutte le figure retoriche, tutti i romanzi, tutte le capitali, tutte le conformazioni geografiche?), ma mi ero impegnata tanto. Adesso ci voleva un po’ di fortuna. Perché un concorso così alla fine è un quizzone alla Gerry Scotti.

La prova inizia ed io respiro. Leggo con calma le domande e mi sento fortunata: una domanda è sulla teoria “push&pull”, che avevo studiato nell’esame di geografia umana del 2017, una sul premio Nobel (quel povero di Ungaretti mi era rimasto impresso), una sui blog in WordPress, una sul Patto di Monaco (l’ho ripassato cento volte). Quella sull’oggettiva implicita mi mette in difficoltà (ma il verbo è fraseologico, quindi la subordinata non c’è, e la coordinata non è un asindeto…quindi?). Inglese mi confonde, avrei dovuto approfondirlo di più (ma quando?). A conti fatti, ne sapevo con certezza una ventina, mi sembrava un buon punto di partenza. Anche Cacciagallina mi era venuto in aiuto.

Quando lo schermo si chiude, la partita è giocata e io ho perso. Non sono bastati “lo studio matto e disperatissimo”. Per farlo, avevo chiesto tanto alla mia famiglia: domeniche spese a studiare, cene preparate all’ultimo minuto, visite dal dentista rimandate, nonni che recuperano la più piccola all’asilo e “tienila ancora un’oretta, ti prego, così ripasso Dante”. Avevo
comprato libri, guardato video di approfondimento, letto giornali. Sempre barcamenandomi tra un lavoro e l’altro – perché non volevo penalizzare i colleghi in ufficio, questo no. Tutto in fumo, in 100 minuti di pura follia.

Il concorso di ieri, lo so – ce lo siamo detti tutti, quando basiti constatavamo che il 90% non l’aveva superato – non misurava le nostre competenze di docenti: dove stanno la capacità di contestualizzare, di coinvolgere, di progettare un’UDA – tanto rincorse, peraltro, dalla Buona

Scuola? Eppure il risultato non cambia. Me ne farei una ragione, se fossi l’unica bocciata: nella vita a volte si vince e a volte si perde… e non ho un’esperienza paragonabile a quella di tanti colleghi (bocciati come me). Invece oggi mi sono svegliata con una gran rabbia.
Pensavo di aver avuto un’occasione, ma forse mi sbagliavo.

E adesso? Non posso permettermi la vita da precaria ma non posso neppure continuare ad abbinare due lavori. AI miei figli insegno a credere in una società meritocratica, (“impegnati, il resto verrà da sé”). Eppure forse non basta se proprio la scuola, che dovrebbe essere il terreno fertile di queste speranze, segue altre logiche.

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