Concorso 2016. Se il 50% di alunni non rende la colpa è del docente, per cui… Lettera

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Gentile Redazione,
Sono un ex insegnante, quotidiano lettore e visitatore del Vostro sito.

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Sono un ex insegnante, quotidiano lettore e visitatore del Vostro sito.

Vorrei esprimere alcune mie considerazioni in merito al dibattito, suscitato da alcuni articoli apparsi, in questi giorni, su alcune testate giornalistiche e su alcune notizie televisive, circa il famoso concorsone 2016 e sugli insegnanti meridionali.

Premetto che, durante la mia carriera scolastica, ho svolto per diversi anni la funzione strumentale, sin dall’inizio e prima ancora che fossero ufficializzati i test INVALSI.

Essendo agli albori, sentivo il peso della funzione e la mia prima preoccupazione fu quella di documentarmi, per cui mi procurai diversi testi di Pedagogia e Didattica sugli argomenti, che poi avrebbero dovuti essere affrontati per poter svolgere la “funzione strumentale” nel migliore dei modi.

Dalla lettura di quei testi emerse a chiare lettere un principio inconfutabile, specialmente da quelli scritti dal prof. Franco Frabboni, ed era che le prove da somministrare agli alunni, nell’ambito del proprio circolo, non dovevano mirare a testare la preparazione degli stessi, ma soprattutto dovevano servire agli insegnanti per riflettere sulla propria opera educativa e capire i punti di forza e di debolezza della stessa, in modo da poter apportare modifiche alla propria programmazione e renderla più consona allo sviluppo dei propri alunni. In altri termini, quando la risposta ad un quesito veniva sbagliata da oltre il 50% della classe, voleva significare che l’insegnante non era riuscito a far comprendere l’obiettivo, che si era posto, e quindi avrebbe dovuto rivedere il proprio operato e riadeguare la propria programmazione.

In merito al concorso 2016, ancora in corso di svolgimento, pare che stia emergendo un’alta percentuale di bocciati in tutte le classi e qui ognuno di noi esprime la propria opinione; alcuni addirittura parlano di “asineria” dei docenti italiani, non tenendo conto che questo è un concorso riservato a docenti abilitati. Ora, se non sbaglio, il termine “abilitazione” significa “essere idonei a svolgere una qualsiasi professione”. La tal cosa mette in luce una profonda contraddizione. E non voglio assolutamente affermare che gli insegnanti italiani siano tutti bravi ed eccelsi. La scuola è uno spaccato della società e come tale presenta punti di forza e di debolezza, così come esistono i buoni e i cattivi in tutte le categorie, compresi i politici, i medici, i magistrati, gli avvocati, gli ingegneri, i giornalisti, i lavoratori e chiunque eserciti un mestiere o una professione. Ma una cosa è certamente innegabile ed è che “questa scuola italiana” ha formato le generazioni che ora governano ed agiscono nella comunità sociale.

Senza voler essere il difensore di nessuno, è mai possibile che qualcuno si chieda cosa non abbia funzionato nell’espletamento di questo concorso? Se è vera la teoria del prof. Frabboni, l’alta percentuale di non ammessi dovrebbe spingere, chi l’ha organizzato, a rivedere la propria programmazione, ad analizzare i punti di forza e di debolezza e ad apportare le dovute correzioni e questi non può non essere che il Ministero della Pubblica Istruzione.

Se fosse, invece, vera la teoria di molti pseudo-intellettuali bisognerebbe rivedere tutto il sistema d’istruzione italiano, che io ritengo ancora valido, non solo in riferimento alla formazione degli insegnanti, ma di tutte le categorie della nostra società. Infatti, quanti giornalisti non sanno usare il congiuntivo ed i verbi ausiliari! Quanti di essi, nel dare una notizia, affermano “ha nevicato” e non “è nevicato”!, ignorando che “essere” deve essere usato coi verbi intransitivi ed “avere” coi transitivi? E potrei continuare, ma preferisco fermarmi.

In merito agli insegnanti meridionali, ho ascoltato tante altre scemenze. Se quelli del Sud superano di gran lunga quelli del Nord, non è certamente una colpa dei primi, anzi dovrebbe essere un vanto. Ciò non si verifica solo nella scuola, ma in tutti i settori della società; andate a controllare quanti sono i Meridionali che lavorano negli ospedali del Nord o nei tribunali o nei corpi militari e quali posti occupano e le mansioni che svolgono. Ma non è un problema di diversità Nord-Sud o di superiorità-inferiorità.

La questione è prettamente sociologica e a certa stampa non dovrebbe sfuggire che, durante il diciannovesimo secolo, nel Sud si viveva meglio che al Nord e che il Sud era più sviluppato del Nord. Infatti il più ricco stato del nostro territorio era il “Regno Delle Due Sicilie” e la prima ferrovia d’Italia fu la tratta Napoli-Portici, che successivamente fu smantellata dai Piemontesi ed i suoi binari furono materialmente e letteralmente trasferiti a Torino. Così come non dovrebbe non sapere che, con i soldi dei meridionali, furono istituite le prime banche al Nord.

Intorno, però, al 1890, dopo l’Unità d’Italia, il Sud entrò in crisi ed agli inizi del 1900 incominciò la grande migrazione verso le Americhe, dove i Meridionali contribuirono allo sviluppo di quelle nazioni. Emigrazione che continuò anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma questa volta verso alcuni paesi europei ed il Nord Italia, dove i Meridionali portarono ricchezza di braccia e anche d’intelligenza e dove molti di loro lasciarono la vita. Vedasi le sciagure di: Monongah, Marcinelle e Mattmark. Per cui molti padri meridionali videro nella scuola il riscatto sociale dei propri figli. Al Nord, ancora oggi, molti giovani trovano subito lavoro e non hanno bisogno di istruirsi e di raggiungere alti gradi d’istruzione, situazione contraria al Sud. E questo non lo dico per affermare alcuna superiorità, ma soltanto per far capire che il problema è molto più complesso di quanto sembri. Io ho speso una vita, insieme al lavoro di mia moglie, per far raggiungere la laurea ai miei tre figli, perché si son dovuti recare in città universitarie, lontane dalla nostra residenza. Oltre al sacrificio, che loro hanno affrontato, perché costretti a vivere fuori famiglia e al loro studio individuale.  Adesso tutti e tre lavorano al Nord, in tre posti diversi e, mentre io e mia moglie siamo diventati pendolari e costretti a spostarci continuamente, loro continuano ad arricchire il Nord con la loro intelligenza ed il loro senso del dovere. Ecco perché a certa stampa vorrei dire: “Smettetela di argomentare su problemi, che non conoscete e che non avete mai vissuto.

Smettetela di alimentare differenze e diversità, che non stanno né in cielo, né in terra. Tenete presente che oggi si vive in una società globalizzata e che ognuno di noi dovrà sentirsi cittadino, non solo europeo ma del mondo”.

Ringrazio di cuore per l’ospitalità.

Fortunato Talerico
(insegnante in pensione)    

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