Concorsi scuola, docenti selezionati con quiz stile L’Eredità. Lettera

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inviata da Germana Saccardi – La scuola italiana ha da tempo bisogno di docenti. Come reclutarli? I concorsi dovrebbero essere un modo democratico e meritocratico per valutare conoscenze e preparazione. E forse lo sono stati quando, ad esempio, al giovane laureato in lettere veniva richiesta la trattazione scritta di un argomento letterario e, superata tale prova, accedeva agli orali.

Ora no, per superare il primo ostacolo, bisogna allenarsi come per i quiz della patente. La prova scritta è una batteria di tot domande a risposta multipla sulle possibili materie di insegnamento più domande di inglese ed informatica. La prova, così strutturata, permetterebbe una valutazione oggettiva.

Valutazione oggettiva di cosa? Di risposte fortuite date a domandine stile “Eredità” su curiosità da settimana enigmistica?
Immaginiamo, anzi no esaminiamo reali simulazioni di tali domande sulla storia. Dalla comparsa dell’uomo sulla terra ai giorni nostri.

Tante guerre, tanti trattati di pace, tanti re (incoronati, deposti, uccisi), dichiarazioni, costituzioni, rivoluzioni, controrivoluzioni, tante vicende insomma di cui è importante ricordare cause, nessi, collegamenti, ma di cui, se si hanno menti umane e non memorie di computer, è, appunto, umanamente impossibile ricordare con esattezza una serie di dettagli infiniti e infinitesimali. Ma le domandine non chiedono nessi, riflessioni, collegamenti, non vogliono che il potenziale docente ragioni, rifletta e dubiti anche. La risposta giusta è una sola e, mi raccomando, non lasciarsi ingannare dal distrattore che poi, in realtà, ha proprio quella funzione.

Dei miei corsi universitari ricordo con estremo piacere quello di storia medievale. In particolare ricordo l’approccio metodologico alla complessità della disciplina. Un docente appassionato, introducendoci al complesso lavoro di studio ed esame delle fonti storiche, ci ricordava quotidianamente come anche il più apparentemente semplice dato storico fosse il frutto di un’operazione meticolosa di ricerca e analisi. Chi sa cosa penserebbe quel caro professore, di una storia ridotta a domandine in cui eventi complessi si riducono ad interpretazioni univoche, in cui si chiede al concorsista di individuare, ad esempio, la causa prioritaria della caduta dell’impero romano d’Occidente su cui la storiografia passata e recente ancora si interroga.

Un consiglio per chi deve prepararsi? Fate finta di dover partecipare al programma de “L’eredità”; preparatevi come se anni di studio venissero affidati al fatalismo più o meno benevolo delle domandine che vi capiteranno.

Non pensate però che, se sarete non bravi ma fortunati al punto da avere proprio le domande giuste, guadagnerete gettoni d’oro come nel programma televisivo. E nemmeno l’acquisizione del ruolo a tempo indeterminato per uno stipendio che a fine carriera arriverà faticosamente vicino ai 2000 euro. No. Forse guadagnerete un’abilitazione striminzita, un futuro insomma sempre incerto e precario.

La precarietà, da tempo rinominata flessibilità per rendere la pillola meno amara e le controindicazioni più subdole. Come questi concorsi organizzati per allontanare dalla scuola e non per valutare davvero e assumere. Concorsi che testimoniano il livello culturale del nostro paese in cui per l’istruzione non si spendono né soldi né idee, si improvvisano riforme che non rinnovano ma peggiorano, si abbandona l’organizzazione di istituti e plessi scolastici in tempi di pandemia alla buona volontà di dirigenti e docenti costretti ad orientarsi tra direttive vaghe ed ambigue e in cui, a metà marzo, ancora non si hanno indicazioni precise sulle modalità dell’esame di stato che inizierà a giugno.

Però ci sono gli Invalsi, quelli non mancano mai, gli inutili test di valutazione nazionale che, anche in questo caso, pretendono di valutare gli alunni e le scuole con la crocetta uscita indenne dal distrattore, riproducendo un sistema di valutazione anglosassone messo ormai in discussione. Tra pandemia e venti di guerra, esami di stato ancora da definire, abbiamo però la certezza delle tendenziose domandine Invalsi.

La scuola ha bisogno di docenti appassionati delle loro materie che sappiano a loro volta appassionare ad uno studio fatto di curiosità, ricerca, interpretazione critica, motivazione.

Docenti che facciano amare la conoscenza facendone assaporare la bellezza.

Docenti che sappiano ogni giorno guardare ed incontrare i propri alunni con cura, attenzione e rispetto delle loro richieste aspettative esigenze.

Docenti che sappiano interrogarsi su come parlare a menti e cuori.

Docenti che sappiano proporsi e proporre.

Docenti che guardino oltre il confine ristretto di una scuola sempre più ostaggio di una sterile burocrazia.

Docenti che sappiano guardare oltre i destini a volte già segnati dei propri alunni.

E certamente, poi, prevengo la facile obiezione, docenti preparati e che conoscano le discipline oggetto del loro insegnamento.

Il problema è capirsi sul concetto di conoscenza: ricordare il colore dei cavalli in una battaglia può essere superfluo, conoscerne motivazioni e pretesti, fondamentale; non ricordare la data esatta della pubblicazione dell’opera minore di un autore minore( ma anche maggiore, ammesso che ci siano maggiori e minori ) non è grave, non saper collocare un autore nel suo tempo e non saperne individuare la poetica attraverso l’analisi dei suoi testi, sì.

Peccato che le domande in questione preferiscano date e cavalli.

E peccato che molti dei concorsisti siano giovani docenti da anni già impegnati nella nobile professione dell’insegnamento.

Giovani docenti che ogni anno cambiano scuola e che lasciano spesso un segno per la loro capacità di interagire con gli alunni e per l’entusiasmo con cui si rapportano al loro lavoro.

Giovani docenti poco preparati sui colori equini ma colti, nel senso pieno del termine, provenienti in molti casi da master e dottorati. Molti di questi potenziali docenti probabilmente non supereranno il quizzettone che non valuta, ahimè, nessuna delle competenze elencate. Potranno rifarsi con i quiz televisivi ma la scuola, sicuramente, sentirà la loro mancanza.

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