Concorsi per laureati e graduatorie, Malpezzi (PD): è una decrescita

di redazione
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Il Partito Democatico critica fortemente le scelte che il Governo gialloverde sta compiendo sulla scuola. Quali i capi di accusa.

Concorso per laureati

Il Ministro Bussetti ha fatto intendere di non voler abolire il FIT ossia il percorso di formazione iniziale e tirocinio successivo al concorso, ma di volerlo modificare. Si è invece espresso – anche se non in maniera netta – sui 24 CFU in discipline

antropo – psico – pedagogiche ed in metodologie e tecnologie didattiche che sulla base del Decreto Legislativo n. 59/2017 rappresentano, insieme alla laurea con piano di studio idoneo per l’insegnamento, requisito di accesso. L’idea è quella di far partecipare al concorso tutti i laureati e di trasformare i 24 CFU, per chi li ha già conseguiti, in titolo aggiuntivo.

Una scelta che, se confermata, non convince il PD.

Nel dibattito sono intervenute anche Mila SpicolaSe Bussetti vuole aiutare i docenti non ne dequalifichi la formazione” e Vanna Ioriscuola non è ufficio di collocamento“.

Leggiamo oggi le critiche della Sen. Simona Malpezzi che, in un pezzo su Democratica, argomenta sulle tematiche sulle quali il Governo è già intervenuto.

In riferimento ai concorsi la Malpezzi afferma ”

Mentre noi abbiamo costruito un percorso di formazione professionale iniziale per i laureati che vogliono scegliere l’insegnamento, il governo del cambiamento, tra una sanatoria e l’altra, propone di arrivare al concorso senza abilitazione e direttamente dal corso di laurea , come se essa fosse titolo sufficiente per diventare buoni docenti.”

Abolizione chiamata diretta

e per quanto riguarda l’abolizione della chiamata diretta

Mentre noi abbiamo puntato sulla chiamata per competenze come strumento nelle mani dei docenti per scegliere la scuola più adatta alla propria storia e professionalità, il governo del cambiamento riapre la stagione delle graduatorie , per ridare fiato a un sistema nel quale si dà valore esclusivamente ai punteggi, alla anzianità di servizio e alle assegnazioni automatiche alle scuole, senza tenere conto delle esigenze degli studenti e della realizzazione del piano dell’offerta formativa.

“La Buona Scuola – conclude la Sen. – altro non è stata che il tentativo di dare gambe all’autonomia , facendo della scuola un luogo che potesse interagire con la più vasta comunità sociale e civica del territorio, con la quale costruire alleanze formative e organizzative. Le scuole, in questo disegno, sarebbero dovute diventare i centri della didattica e della programmazione e il Miur e le sue articolazioni periferiche avrebbero dovuto dare supporto all’autonomia e non, certamente, sostituirsi ad essa.”

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